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Infanzia, le disuguaglianze fanno ammalare. Allarme disturbi mentali. Pediatri e reti cercansi

La pandemia ha aggravato i disagi: cresciuti del 39,5% i ricoveri per patologie neuropsichiatriche. Povertà assoluta record nel 2021 per bambini e adolescenti: il 16% vive al Sud

di Manuela Perrone

(ANSA)

6' di lettura

L’Italia non sorride ai suoi bambini. La povertà assoluta nel 2021 ha raggiunto livelli record tra i più piccoli e gli adolescenti e il rischio povertà delle famiglie cresce esponenzialmente alla nascita di un figlio. Le disuguaglianze territoriali, educative e socioeconomiche generano mostri, in una sorta di «lotteria della nascita»: chi nasce a Caltanissetta ha 3,7 anni di aspettativa di vita in meno rispetto a chi nasce a Firenze e la speranza di vita in buona salute registra un divario di oltre 12 anni tra la Calabria e la Provincia autonoma di Bolzano. La pandemia ha peggiorato il quadro: nel biennio 2020-2021 sono aumentati del 39,5% i ricoveri per patologia neuropsichiatrica infantile, soprattutto per ideazione suicidaria, depressione e disturbi del comportamento alimentare.

L’Atlante: una mappa per capire le ragioni della denatalità

La fotografia, attraverso numeri, mappe, storie e grafici, arriva dalla XIII edizione dell’Atlante dell’infanzia a rischio in Italia, diffuso e presentato mercoledì 16 novembre a Roma, presso la Sala Stampa Estera, da Save the Children e curato da Cristiana Pulcinelli e Diletta Pistono. Il titolo è eloquente: “Come stai?”. «La domanda che molti ragazzi e ragazze avrebbero voluto sentirsi rivolgere durante la pandemia e che ancora oggi non viene loro rivolta dagli adulti», ha spiegato Claudio Tesauro, presidente di Save The Children Italia. «L’Atlante fornisce alcune indicazioni chiare: abbiamo bisogno di più pediatri, più asili nido, più spazi per i giochi, di un’educazione che aiuti i nostri bambini nello sviluppo psicosociale. Nell’Atlante c’è la risposta alla domanda che mi fece la principessa Margaret, che presiede Save the Children nel Regno Unito: come mai l’Italia è passata dal baby boom alla decrescita della natalità? La mancanza di capacità di assistere le persone nella crescita è un forte disincentivo per le coppie a fare figli».

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Allarme povertà: affligge 1,4 milioni di bambini

Sono arrivati a quasi 1,4 milioni i bambini che vivono in povertà assoluta: in media il 14,2% di tutti i minori, ma al Sud la percentuale sale fino al 16 per cento. Le differenze socioeconomiche impattano direttamente sulla salute dei bambini, penalizzando chi maggiormente avrebbe bisogno, vicino a casa, dei servizi di cura, prevenzione e promozione della salute e del benessere psico-fisico. Se in Italia la speranza di vita alla nascita nel 2021 si attesta a 82,4 anni, ci sono 3,7 anni di differenza tra l’aspettativa di vita di chi nasce a Caltanissetta (80,2) e di chi nasce a Firenze (83,9). L’ultimo rapporto Istat sul Benessere equo e sostenibile evidenzia una differenza anche maggiore rispetto all’aspettativa di vita in buona salute: ci sono oltre 12 anni di differenza tra chi nasce nella provincia di Bolzano (67,2 anni) e chi nasce in Calabria (54,4 anni). Tra le bambine la forbice è ancora più ampia, 15 anni in meno in Calabria rispetto al Trentino.

BAMBINI E RAGAZZI IN POVERTÀ RELATIVA
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Mortalità infantile più alta tra chi ha la mamma di origine straniera

Per fortuna, l’Italia ha un tasso di mortalità neonatale e più infantile tra i più bassi al mondo, frutto dell’eccellenza del nostro Servizio sanitario nazionale. Ma i divari pesano anche qui: un nuovo nato su cinque ha la mamma di origine straniera, ma tra chi muore nel primo anno di vita sono due su cinque i bambini che hanno la madre proveniente da un Paese diverso dal nostro. Prima della pandemia, secondo gli ultimi dati disponibili, il tasso di mortalità infantile (entro il primo anno di vita) era di 1,45 decessi ogni 1000 nati vivi in Toscana, ma era più che doppio in Sicilia (3,34) e triplo in Calabria (4,42), con ben il 38% dei casi di decesso relativi a bambini con mamme di origine straniera. Un bambino del Mezzogiorno che si ammalava nel 2019 aveva una probabilità di dover migrare in altre regioni per curarsi del 70% in più rispetto a un bambino del Centro o del Nord Italia. D’altronde, le famiglie italiane più abbienti con figli minorenni (5° quintile) spendono in media per la salute circa 250 euro mensili, affidandosi quindi di più ai privati, mentre quelle meno abbienti (1° quintile) non raggiungono un quinto di tale spesa (meno di 50 euro) al Centro Nord, o lo superano di poco nel Mezzogiorno affidandosi quindi molto di più al Ssn, quando presente.

L’impatto nefasto della pandemia e dell’isolamento

L’emergenza Covid-19 ha avuto effetti pesanti sul benessere di bambini e adolescenti, da tanti punti di vista. Le vaccinazioni nei primi mesi di vita hanno subito una significativa riduzione, e si è verificata anche una contrazione drastica delle diagnosi di tumore pediatrico che si sono ridotte del 33% nel 2020. Già prima della pandemia , il numero dei consultori familiari si era andato assottigliando. Tra il 2014 e il 2020 c’è stato un calo di oltre il 6% del numero di centri attivi e nel biennio 2018-19 la media di utenti per singola struttura era di 32.325 persone, ben al di sopra dei 20.000 stabiliti dalla legge 34/1996, e con un’ampia disparità territoriale (Lazio, Veneto e Campania hanno in media bacini di utenza di oltre 40mila persone per ciascun consultorio).

Disagio mentale, ormai è un’epidemia

In nove regioni italiane oggetto di monitoraggio da parte della Società italiana di pediatria, i ricoveri per patologia neuropsichiatrica infantile sono cresciuti del 39,5% tra il 2019 e il 2021 (prime due cause, psicosi e disturbi del comportamento alimentare), mentre in tutto il Paese si contano solo 394 posti letto in degenza in questi reparti. Ci sono regioni che non ne hanno neanche uno, come Calabria, Molise, Umbria e Valle d’Aosta, in Lombardia sono 100. «Molto grave», denuncia Save the Children, l’assenza o la carenza di strutture semiresidenziali, centri diurni, strutture per gli interventi intensivi a domicilio, tutta la rete coordinata di cura che dovrebbe evitare il ricovero.

Bambine e ragazze stanno peggio

Alla presentazione dell’Atlante, Stefano Vicari, professore presso la Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e responsabile dell’Unità operativa di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma, ha snocciolato cifre drammatiche: nel 2011 gli accessi in pronto soccorso per disturbi psichiatrici o tentativi di suicidio erano stati 152, nel 2018 e nel 2019 hanno superato quota mille, nel 2021 sono stati ben 1.850. «Sono cresciuti di undici volte. La pandemia ha fatto da detonatore di una vecchia emergenza: in due anni i ricoveri in psichiatria sono aumentati del 40%, per disturbi alimentari (+30%), ma soprattutto per autolesionismo e ideazione suicidaria (+75%). L’età media, inoltre, si sta abbassando. E sono le bambine e le ragazze a pagare il prezzo più alto». In caduta libera i due elementi che determinano il benessere mentale: la capacità di controllare le proprie emozioni (lo stress generato dal Covid non ha aiutato) e la qualità delle relazioni, a cui l’isolamento e i lockdown hanno assestato colpi durissimi.

SPERANZA DI VITA IN BUONA SALUTE ALLA NASCITA DONNE
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Pediatri cercansi

Nell’Atlante si deplora la ripartizione dei fondi pubblici per la salute: solo il 12% è impiegato nella prevenzione e nella medicina di base, che sono invece fondamentali per la salute dei bambini nel medio e lungo periodo. La quota principale (44%) è impiegata per l’assistenza ospedaliera, ma solo il 6% di queste risorse sono destinate ai minorenni, a fronte di una percentuale di under 18 sul totale della popolazione del 15,6%, e nel 2020 i posti letto in degenza ordinaria nei reparti pediatrici erano solo il 4,1% del totale. Nonostante il crollo demografico - con meno di 400mila nati nel 2021 - mancano all’appello sui territori ben 1.400 pediatri di base e la media di bambini sotto i 14 anni assistiti per pediatra è pari a 883, nonostante il limite stabilito per legge di massimo 800 assistiti per pediatra.

Ambiente e scuola determinanti di salute

Il valore aggiunto dell’Atlante è quello di esaminare tutti i determinanti di salute, perché non è solo la qualità del Ssn a fare il benessere dell’infanzia e della comunità. C’è l’ambiente, innanzitutto: ebbene, l’81,9% dei bambini vive in zone dove la concentrazione di polveri sottili è maggiore dei valori limite indicati dall’Organizzazione mondiale della Sanità come non rischiosi per la salute (il 100% in ben 8 Regioni: Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Piemonte, Puglia, Trentino Alto Adige, Veneto). Questi inquinanti sono una possibile causa scatenante dell’asma che colpisce l’8,4% dei bambini tra i 6 e i 7 anni, ma incidono anche sullo sviluppo cognitivo dei bambini, che migliora del 13% nelle scuole con i più bassi livelli di polveri sottili nell’aria. Lo sport sembra diventato un’attività elitaria: un bambino o ragazzo su 4 non pratica mai sport (3-17 anni), con una ampia forbice che va dal 45,5% della Campania al 6,9% della Provincia Autonoma di Bolzano. Con la pandemia, i bambini tra i 3 e 10 anni in sovrappeso o obesi sono passati dal 32,6% (biennio 2018-19) al 34,5% (2020-21).

La speranza nel Pnrr e nelle reti

Alla luce della situazione, logico che molte speranze siano riposte nel Pnrr e, in particolare, nel piano asili nido e negli oltre 15 miliardi assegnati alla Missione Salute. «Le Case della Comunità potrebbero diventare il fulcro di una nuova rete integrata con i servizi sociali ed educativi, sostenuta dal rilancio dei Consultori e dei servizi per la salute minorile, da costruire con la partecipazione dei cittadini», ha affermato Raffaella Milano, direttrice dei programmi Italia-Europa di Save the Children. «Ma perché questo sia possibile è indispensabile accompagnare l’investimento sulle strutture a un investimento di lungo periodo sulle risorse umane ed è necessario colmare in primo luogo le gravissime disuguaglianze di accesso ai servizi che oggi vediamo esplodere nelle aree più deprivate del Paese, con liste di attesa di anni per accedere a servizi di riabilitazione per l’infanzia, bambini senza pediatra, adolescenti che entrano nei reparti di emergenza psichiatrica dopo aver inutilmente cercato un servizio territoriale cui rivolgersi per tempo. Se si cambia l’inizio della storia, si può cambiare tutta la storia».

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