l'allarme degli ordini professionali

Infermieri: nel 2021 ne mancheranno 63mila

di Barbara Gobbi


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(Phanie / AGF)

2' di lettura

Infermieri merce rara: oggi ne mancano all'appello almeno 50mila, tra i 20mila in più che servirebbero negli ospedali e i 30mila aggiuntivi che sul territorio dovrebbero colmare i bisogni di assistenza dettati dalla cronicità e dall'invecchiamento della popolazione. E se il trend non s'inverte, nel 2021 la professione - tra blocchi del turnover, pensionamenti ed eventuali, ulteriori, tagli alla spesa sanitaria - esprimerà una carenza di almeno 63mila infermieri, considerando un aumento del 3% di cronici e non autosufficienti.

I dati presentati a Roma al primo congresso nazionale della Fnopi, la Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche, raccontano di un esercito – gli iscritti agli albi sono 447mila – in crisi di crescita ma con tanta voglia di cambiare e di consolidare le competenze acquisite. A riassumere il succo è Barbara Mangiacavalli, già presidente Ipasvi e oggi a capo della super-federazione nata con la legge Lorenzin, che ha rivisitato la galassia degli Ordini professionali. «Il Paese – afferma – ha bisogno di infermieri e di infermieristica. Eppure il Servizio sanitario nazionale vede un costante decremento del numero di professionisti in sanità e di conseguenza una sempre minore capacità di rispondere ai bisogni di salute della popolazione».

Sullo sfondo, c'è l'ormai quotidiano confronto con i medici: gli infermieri, sempre più competenti - tanto che oggi l'85% delle aziende nel privato e l'84% nel pubblico investe in ruoli dirigenziali per il nursing – chiedono una revisione complessiva dei compiti che sono loro assegnati, alla luce di uno skill-mix decisamente modificato già nei fatti. Dalla loro parte, hanno i cittadini: un'indagine realizzata da Cittadinanzattiva in collaborazione con la Fnopi rivela che gli utenti apprezzano e stimano i nurse, ma vorrebbero che ce ne fossero di più, che fossero impiegati anche come infermieri di famiglia, analogamente a quanto avviene per i medici, e che potessero esser loro più vicini, liberati dai carichi burocratici quotidiani che intralciano il lavoro.

Diversa la posizione dei medici: se si dicono disposti a un "patto professionale" con gli infermieri, respingono però ogni ipotesi di equiparazione. Tanto che al direttore generale dell'Agenzia del farmaco (Aifa), Mario Melazzini, che apre alla prescrizione di farmaci e dispositivi per gli infermieri, «con modalità da approfondire», il presidente dei medici e degli odontoiatri Filippo Anelli risponde tranchant «un no forte e chiaro al task shifting, al trasferimento delle competenze professionali dal medico ad altre figure sanitarie».

Gli infermieri vanno dritti per la loro strada, e rilanciano, dati alla mano, un ruolo sempre più cruciale nel Ssn. Tanto che il target è crescere al più presto fino ai livelli indicati dall'Ocse, di un medico ogni tre nurse (oggi il rapporto è pari a 2,52). E anche la letteratura scientifica sembra dar loro ragione: secondo uno studio del British Medical Journal il tasso di mortalità in ospedale cala del 20% quando ogni infermiere ha in carico non più di sei pazienti, rispetto ai contesti in cui il carico supera i dieci assistiti. L'Italia, con dodici pazienti in media per nurse, in ospedale, supera abbondantemente questo livello di guardia.

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