Strategie globali

Inflazione e crescita, la radice quadrata e i nodi da sciogliere

di Rony Hamaui

(Adobe Stock)

3' di lettura

Due questioni, fortemente correlate, tormentano in questa fase congiunturale gli operatori economici, i mercati e i policymaker: 1) le spinte inflazionistiche osservate negli ultimi mesi saranno transitorie? 2) La forte ripresa post-pandemia sarà sostenibile e duratura?

Nessuno oggi pensa che la Grande Inflazione degli anni 70 possa ripetersi, eppure qualcuno rievoca la vicenda di Arthur F. Burns. Nominato governatore della Fed nel 1970, Burns era un grande studioso dei cicli economici e un patito dei numeri. Credeva che la crescita dei prezzi allora galoppante fosse influenzata da fattori idiosincratici, quali l’embargo petrolifero, El Niño che faceva impennare i prezzi dei generi alimentari, la mania per le case e l’oro. Così continuò a creare indici dei prezzi che sottraevano tali componenti. Questo gli permise di perseguire a lungo una politica monetaria espansiva, volta a preservare l’occupazione, anche quando l’inflazione continuava a viaggiare a due cifre. Ci volle l’arrivo di Paul Volcker alla Fed nel 1979 per debellare la Grande Inflazione, rivendicando l’indipendenza della banca centrale e rialzando i tassi d’interesse “quanto necessario”. Così i Fed Funds Rate sfiorarono il 20%, la disoccupazione salì al 10%, ma il “Volcker shock” permise alla Fed di guadagnarsi una solida credibilità per i successivi 30 anni.

Loading...

Oggi il governatore della Fed Jerome Powell, e molte organizzazioni internazionali, come il FMI, sostengono che gli aumenti dei prezzi delle materie prime e di molti beni intermedi (dai semi conduttori ai componenti per biciclette, dai noli marittimi ai pannelli solari) siano transitori poiché provocati dallo shock pandemico. Inoltre, è diffusa la convinzione che il lavoro sindacalizzato e l’indicizzazione dei salari siano stati neutralizzati dalla globalizzazione, mentre la capacità inutilizzata sia ancora elevata. Ad esempio, il rapporto tra occupati e popolazione negli US risulta il 4% inferiore a quanto osservato prima della crisi. Soprattutto Powell ritiene che le manovre fiscali da 3 trilioni di $ realizzate dall’amministrazione Biden siano necessarie ad aiutare famiglie e imprese ancora in difficoltà e che la Fed debba continuare a tenere i tassi bassi e a comprare ogni mese $120 mld di titoli di Stato e bond garantiti da mutui ipotecari per sostenere un’economia ancora traballante e un debito pubblico che quest’anno supererà il 132% del Pil.

La crescente inflazione osservata negli Usa (a maggio il 5% rispetto allo stesso mese dello scorso anno al lordo delle componenti più volatili e il 3,8% al netto) e in misura più contenuta in Europa, è spinta sia da strozzature sul lato dell’offerta che da una vigorosa domanda.

E qui veniamo alla seconda questione, forse la più rilevante. La crescita all’uscita dalla pandemia appare robusta da entrambe le sponde dell’Atlantico, oltre che in Cina e negli Stati asiatici ad essa legati dalla supply chain. Ma la vera questione rilevante è quale traiettoria prenderà l’economia mondiale dopo il rimbalzo provocato da politiche congiunturali molto espansive e un accumulo forzoso di ricchezza provocato dai lockdown. Nel 1957 il premio Nobel all’economia Robert Solow ci ricordava che in una economia avanzata, dove la forza lavoro cresce lentamente ed esiste un ampio stock di capitale, la maggior parte della crescita economica può solo arrivare dalla maggiore produttività. Tuttavia, qualsiasi accelerazione di quest’ultima richiede riforme ed investimenti i cui effetti arrivano con ritardo, spesso di decenni. Ovviamente la questione non riguarda solo l’Italia, che negli ultimi vent’anni è cresciuta molto poco, ma l’intero mondo occidentale. Ecco perché la crescita potrebbe assumere non tanto le sembianze di una V (forte ritorno alla crescita dopo la crisi) o di una K (forti divergenze fra Paesi in crescita e in recessione), ma di una radice quadrata √. In altri termini, dopo una fase di forte sviluppo iniziale, seguirebbe un lungo periodo di crescita anemica se non di stagnazione. Questo sempre che il Covid-19 non produca nuove varianti resistenti ai vaccini che riportano l’economia in una nuova fase recessiva (W). Alla grande incertezza che regna sul futuro a medio termine si accompagna un clima di crescente competizione fra il mondo occidentale e la Cina. Ecco allora spiegata la forte determinazione e compattezza mostrata dall’Amministrazione e dalla banca centrale americana a sostenere la crescita. Finora i mercati hanno creduto nella scommessa di Biden, Yellen e Powell. Questi dovranno tuttavia tenere la barra dritta perché l’inflazione potrebbe dimostrarsi più perniciosa di quanto atteso. In Europa, anche se l’inflazione e la crescita saranno meno vigorose, le tensioni potrebbero risultare più insidiose data la debole governance dell’Unione, una cultura della crescita meno radicata e l’ossessione alla stabilità di alcuni paesi. Ma non dubitiamo che la Lagarde avrà la stessa tempra che ebbe Draghi qualche anno fa.

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti