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Inflazione, minime e scalone Fornero: arriva l’autunno caldo delle pensioni

Pochi giorni dopo il voto scatterà la rivalutazione straordinaria del 2% per i pensionati con assegni non superiori a 2.692 euro. I partiti promettono nuove soluzioni per la flessibilità in uscita, ma il tempo a disposizione è molto poco e le risorse sono limitate

di Marco Rogari

Salvini: "Legge Fornero va azzerata, immorale e ingiusta"

4' di lettura

Subito dopo il caro bollette e il rischio di razionamento energetico è uno dei temi che dominano la campagna elettorale. Quello delle pensioni, del resto, è notoriamente una sorta di cantiere permanente. Che però ora deve fare i conti anche con un pericoloso incrocio di scadenze, compreso l’appuntamento del 25 settembre per le elezioni anticipate, fissato appena sei giorni prima del 1° ottobre. Data in cui i pensionati con assegni non superiori a 2.692 euro lordi vedranno comparire sul cedolino la rivalutazione straordinaria del 2%, prevista dal decreto Aiuti bis anche per i successivi due mesi e comprensiva della tredicesima. Si tratta di un “mini-acconto” dell'adeguamento, previsto a gennaio 2023, dei trattamenti all'inflazione 2022, che sta continuando senza freni la sua corsa e che rischia di minare il già sofferente bilancio previdenziale.

E sempre a gennaio, in assenza di provvedimenti d’urgenza, per i requisiti di pensionamento scatterebbe il ritorno alla legge Fornero in versione integrale per effetto della conclusione a fine dicembre dell'esperienza annuale di Quota 102. I partiti stanno promettendo varie forme di flessibilità in uscita, ma il tempo stringe e le risorse disponibili sono scarse. Con il risultato di rendere qualcosa di più di un semplice fantasma il cosiddetto scalone tra i 64 anni della soglia anagrafica minima di Quota 102 e i 67 anni del requisito per il trattamento di vecchiaia.

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Nel frattempo, a novembre quando il nuovo governo dovrebbe cominciare a diventare operativo, tutti i pensionati beneficeranno dell’operazione di conguaglio della rivalutazione dello 0,2% dello scorso anno, visto che l'inflazione 2021 è risultata dell'1,9% anziché dell'1,7% provvisoriamente liquidato dall'Inps. Tutti gli assegni diventeranno quindi leggermente più pesanti, compresi gli oltre 5 milioni che risultano sotto i mille euro mensili. Un limite minimo, quest'ultimo, che, secondo molte forze politiche, dovrebbe essere garantito a tutti i pensionati. Ma questa operazione costerebbe, a seconda della gradualità, dai 10 ai 30 miliardi.

La mina inflazione sui conti pensionistici

La Ragioneria generale dello Stato nelle scorse settimane ha stimato in un +0,7% del Pil l’incremento della spesa pensionistica per il prossimo anno. Una crescita alimentata prevalentemente dalla corsa dell'inflazione. Che continua a impennarsi e che potrebbe costringere il ministero dell’Economia già a settembre ad aggiornare al rialzo questa previsione. In ogni caso il prossimo governo con la legge di bilancio, che a causa delle elezioni anticipate dovrà essere definita di corsa e arriverà quasi in extremis per evitare l'esercizio provvisorio, dovrà recuperare come minimo dai 6 agli 8 miliardi per garantire a gennaio la piena indicizzazione dei trattamenti. Una dote non trascurabile che si aggiungerà alle risorse già stanziate con il decreto Aiuti bis per anticipare a ottobre un 2% di rivalutazione.

L’anticipo delle rivalutazioni a ottobre

Come previsto dal decreto Aiuti bis, a ottobre i pensionati con assegni attualmente non superiori a 2.692 euro lordi al mese riceveranno una rivalutazione straordinaria del 2% valida per le mensilità di ottobre, novembre e dicembre (comprensiva della tredicesima), in forma di sostanziale anticipo dell'adeguamento dei trattamenti all'andamento dell'inflazione nel 2022 in calendario a gennaio. L’aumento effettivo dell'importo per le pensioni comprese tra 2mila e 2.692 euro dovrebbe oscillare tra i 40 e i 50 euro. Sempre per effetto del Dl Aiuti bis, a novembre tutti i pensionati beneficeranno del conguaglio della rivalutazione dello 0,2% del 2021, visto che lo scorso anno l'inflazione definitiva è risultata più elevata (1,9%) di quella garantita con gli adeguamenti del gennaio scorso (1,7%).

A gennaio 2023 lo «scalone Fornero»

Il 31 dicembre si esaurirà l’esperienza annuale di Quota 102 (la possibilità di uscita con almeno 64 anni d’età e 38 di contribuzione), introdotta dal governo Draghi dopo la fine della sperimentazione triennale di Quota 100. In assenza di nuovi interventi, a gennaio 2023 si tornerà alla versione integrale della legge Fornero. Un ritorno che, sostengono i sindacati, si tradurrà in una sorta di nuovo «scalone» con il passaggio dalla soglia minima anagrafica dei 64 anni di Quota 102 a quella dei 67 anni del pensionamento di vecchiaia. Per questo motivo Cgil, Cisl e Uil chiedono un intervento urgente e guardano alla Quota 41 (possibilità di uscita alla maturazione dei 41 anni di versamenti a prescindere dall'età anagrafica) rilanciata con forza dalla Lega, che punta al superamento della legge Fornero. Un intervento che secondo le stime dell’Inps costerebbe circa 4 miliardi già nel primo anno a arriverebbe a quasi 10 miliardi al decimo anno. Ma per i sindacati e il Carroccio con un'adesione effettiva rispetto alla platea potenziale simile a quella registrata per Quota 100 (circa il 40%) il costo il primo anno scenderebbe a 1,3-1,4 miliardi. Si tratterebbe comunque di nuove risorse da recuperare. Forse anche per questo motivo sulla previdenza il programma di tutto il centrodestra è più generico e fa riferimento solo alla necessità di introdurre una flessibilità in uscita. Che è considerata prioritaria anche dal Pd, dal quale arriva la proposta di pensionamenti anche a 63 anni ma vincolate al metodo contributivo. Al di là delle ricette, il tempo a disposizione per individuare nuovi interventi prima della fine dell'anno sarà comunque assai ridotto. E ci sarà anche da superare l'ostacolo delle risorse da trovare facendo salire ulteriormente la spesa pensionistica, che risulterà già molto appesantita dalla necessità legate alla corsa dell'inflazione.

L'incognita pensioni minime

Altri, e ancora più cospicui fondi dovrebbero essere individuati per portare tutte le pensioni almeno a mille euro. A spingere in questa direzione è Forza Italia. Ma a dichiararsi favorevoli a un adeguamento delle pensioni minime è la maggior parte dei partiti: da Fdi a Sinistra italiana. Un intervento che, a seconda della gradualità adottata, potrebbe costare dai 9-10 ai 30 miliardi. Dall’ultimo rapporto annuale dell’Inps, infatti, emerge che alla fine del 2021 i pensionati erano 16 milioni, per una spesa complessiva di 312 miliardi. Di questi, circa 5,12 milioni (il 32%) percepiva meno di mille euro al mese. E questo bacino si allargherebbe ulteriormente a 6,4 milioni (il 40% del totale) se nel computo non si considerassero anche le integrazioni al minimo e gli assegni sociali.

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