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Inflazione di settembre al +0,8%, si complica il compito della Bce

Eurostat corregge al ribasso il dato di inflazione di settembre mentre le aspettative di inflazione restano molto basse: per la Banca centrale, che ha appena varato un pacchetto di stimolo monetaria, sono segnali inquietanti

di Riccardo Sorrentino


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3' di lettura

Si complica il compito della Bce. L’inflazione di settembre di Eurolandia, nella lettura definitiva , è risultata ancora più bassa del previsto: l’indice è aumentato dell’0,8% annuo, meno dello 0,9% annunciato a inizio mese nel dato flash. Ad agosto l’inflazione era stata pari all’un per cento. È il ritmo di crescita più basso da novembre 2016, quando l’Unione monetaria combatteva ancora con la lowflation e i rischi di deflazione.

Indici core in lieve aumento
I dettagli sono appena più rassicuranti. Molto ha inciso la flessione dei prezzi dell’energia, in calo dell’1,8%: l’indice core complessivo (escluso quindi energia, alimentari, tabacco e alcool) è aumentato dell’1%, dallo 0,9% di agosto, restando in linea con gli ultimi mesi; mentre l’indice core preferito dalla Bce (che esclude energia e alimentari non lavorati), è aumentato dell’1,2% annuo, dall’1,1% di agosto.

Si raffreddano i prezzi industriali
I prezzi dei beni industriali (escluso energia) sono aumentati però del solo 0,2%, un livello più basso rispetto allo 0,3% annunciato a inizio mese, e corrispondente al minimo da aprile; quelli dei servizi sono intanto cresciuti dell’1,5%, in lieve accelerazione rispetto a luglio e agosto (1,2% e 1,3% rispettivamente).

Fattori temporanei
È quindi, molto probabilmente, una frenata temporanea dei prezzi. Analogamente, ogni rialzo del costo dell’energia, dopo le flessioni degli ultimi due mesi, potrebbe far risalire rapidamente l’indice complessivo “mascherando” - attraverso quello che viene chiamato effetto base - la dinamica sottostante dell’inflazione, che secondo alcuni analisti potrebbe restare inchiodata a lungo intorno all’un per cento.

Il rischio di ri-ancoraggio
Per la Banca centrale europea la persistenza dell’inflazione a livelli così bassi è un problema. Il presidente Mario Draghi ha spiegato, nella conferenza stampa del 12 settembre, che il maggior timore ora è quello che le aspettative di inflazione di lungo periodo si ancorino a un livello compreso tra l’1% e l’1,5%, al di sotto quindi del desiderato 2%. Le aspettative di inflazione sono il principale fattore della dinamica dei prezzi - la dinamica dell’economia reale ha un effetto limitato, soprattutto in questa fase - e il compito della politica monetaria è, quindi, gestirle.

Aspettative vicine ai minimi
La misura di mercato delle aspettative preferita dalla Bce, l’inflation swap rate 5y-5y, che attraverso il suo prezzo indica l’inflazione attesa per il periodo 2024-2029, è scesa - malgrado il varo della contestata manovra espansiva a settembre - a un minimo storico di 1,1150 a ottobre e da allora è risalita a 1,2090. Anche nella fase della lowflation, e dei connessi rischi di deflazione, non era mai sceso a 1,2530. Il 16 settembre, qualche giorno dopo la riunione del board, aveva raggiunto quota 1,3178. È verosimile che su questi prezzi giochino fattori “estranei”, ma il dato resta preoccupante.

Il valore solo segnaletico del qe
Il punto è che la Bce ha ora poco altro da fare. Durante la conferenza stampa, il mese scorso, Draghi aveva spiegato che gli acquisti di titoli «tendono avere un potente effetto sulla formazione delle aspettative di inflazione». Come, però? «Dimostrando l’impegno a usare tutti gli strumenti per raggiungere il nostro obiettivo». Soltanto per il loro valore segnaletico, quindi. Il presidente aveva anche correttamente rivelato che alcune voci critiche nel board, poi uscite allo scoperto, avevano argomentato che il quantitative easing è efficace contro i rischi di deflazione, ma non un ancoraggio a livelli più bassi.

Riproduzione riservata ©
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    Riccardo SorrentinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Italiano, francese, inglese

    Argomenti: Economia internazionale, politica monetaria, dati macroeconomici, Francia

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