le sfilate di milano / giorno 2

Influencer, attenti! Nella moda torna alla riscossa una gentile normalità

Nuovo corso più quotidiano ma non banale per Fendi, Emporio Armani portavoce di una elegante pragmaticità, la spy story di Max Mara e l’essenzialità metropolitana di Bottega Veneta

di Angelo Flaccavento


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3' di lettura

«Normale», oggi, è un aggettivo che suona come un anatema. Chi lo vuole essere? Nessuno. Meglio fare gli influencer, vestiti in modi assurdi. Si prepara la contromossa. A Milano in questi giorni si sta vedendo molta normalità. Da passerella certo, dove tutto assume un carattere in qualche modo teatrale.

«In quanto donna che disegna per le donne, sono naturalmente connessa con la realtà. Ho fatto una moda normale – dice Silvia Venturini Fendi, al debutto come unico direttore creativo di Fendi, dove ufficialmente inizia una nuova era –. In realtà ho continuato a fare quello che ho sempre fatto, portando il mio punto di vista. Karl è stato qui 54 anni: il suo tempo e il tempo di Fendi sono una cosa sola». Normalità, si diceva. Silvia Venturini indica i tacchi dei sandali che indossa, parte della collezione: hanno una forma massiccia e un design deciso, ma non sono sperticati. Completano un guardaroba di giacchette matelassé e shorts, di accappatoi e pellicce di visone, di abiti lunghi e maglie all'uncinetto. I colori sono tenui e ipnotici come quelli di un’alba estiva, riprodotta con una suggestiva proiezione sul fondale dello show. La perizia certosina di Fendi è quella di sempre e si estende adesso anche alle borse di tessuto, ma è la donna che cambi a: non più distante e siderale, scende a terra senza diventar banale. Una sterzata impavida che di certo va affinata, ma che è un eccitante nuovo inizio.

La sfilata Fendi per la primavera 2020, la prima dopo l’era Lagerfeld

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«Dobbiamo tornare a essere più normali, senza cadere nel vortice della ricerca di novità ad ogni costo, nelle forzatura dell'intellettualismo non necessario», dice Giorgio Armani dopo l'ottimo show Emporio, teoria rinfrancante di grigi pallidi e pastelli declinati in un repertorio autenticamente armaniano e quindi totalmente senza tempo di blazer e pantaloni liquidi, di spolverini fluidi, di piccole giacche.

Emporio Armani, eleganza fluttuante e iridescente

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Dopo alcune stagioni di ricerca di un segno forte, Armani torna a fare Armani, con la scioltezza e disinvoltura tipiche di Emporio, e mette a segno un successo che porta l'attenzione su una idea di normalità, elegante e gentile come solo il Re riesce a concepire. In questa direzione si avverte quasi un senso di utopia, realizzabile, perché Armani è un pragmatico. Nessuno oggi vuol essere normale e nessuno si cura di essere elegante. Armani, come i grandi, va controcorrente.

Max Mara, stile “powerful” in toni pastello

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La normalità, elevata, è da sempre un carattere di Max Mara. Non è un caso che il marchio sia così amato dalle donne vere, cui propone abiti facili da indossare, fatti bene, pensati con intelligenza. A questo giro lo storytelling, non del tutto necessario, è un racconto spionistico di donne agenti segreti, ma quel che colpisce è il martellare sul nuovo suit: blazer con tasconi cargo e bermuda larghi. Non per tutte, ma interessante.

N° 21, piccoli giardini in fiore

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C'è tailoring in abbondanza anche da N° 21, dove Alessandro Dell'Acqua, in gran forma, conduce un attacco da maestro, quanto mai necessario, al perbenismo che dilaga. Nessun gesto plateale, ma un perverso occhieggiar di corpi attraverso fessure strategiche su suit mascolini e abiti iperfemminili. La sintesi è sempre la scelta più efficace.

Jil Sander, una vibrante armonia degli opposti

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Una tensione psichedelica - si veda alla voce: controcultura - elettrizza la purezza di Jil Sander, dove Luke e Lucie Meier continuano un felice percorso di rivitalizzazione del marchio fatto di coerenza con il passato e rotture decise. È decisa anche la donna di Genny, con gli abiti iperfemminili e il cappello da gaucho.

Bottega Veneta, elegante essenzialità in chiave metropolitana

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Da Bottega Veneta, in fine, è ancora normalità, del tipo essenziale, diretto e metropolitano, con un sapore di primi anni Duemila filtrato attraverso una attenzione ossessiva per il processo artigianale e la qualità della materia. Dopo un inizio alquanto plumbeo e drammatico la scorsa stagione, il direttore creativo Daniel Lee, accudito da stuoli di pr come un piccolo re mida, trova una benvenuta leggerezza, lavorando su volumi abbondanti oppure vicini al corpo, il cui guizzo sensuale è sempre presente. Nel percorso, il fantasma del Céline di Phoebe Philo continua ad allontanarsi, ed è un gran bene, anche se il piano estetico e di business, perseguito con dedizione scientifica, è di guadagnare la stessa aura magnetica ed esclusiva.

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