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Influenza, come curare i bambini (e gli adulti) evitando di andare al Pronto soccorso

La febbre è una delle ragioni comuni per cui si chiede l’assistenza medica. Ecco a cosa bisogna prestare attenzione secondo l’esperto

di Nicola Barone

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4' di lettura

Quasi un milione gli italiani a letto. L’impatto previsto delle forme simil-influenzali, e in qualche modo temuto, è in anticipo e sono soprattutto i più piccoli a esser colpiti. La febbre del bambino è una delle ragioni comuni per cui si chiede l’assistenza medica, in quanto individua la percezione di uno stato patologico che di fatto “sospende” l’equilibrio della vita familiare. «Alcuni genitori possono presentare un’immotivata paura della febbre dinanzi al proprio bambino febbricitante. Fino a una vera e propria fever phobia», spiega il professor Donato Rigante del Policlinico universitario “Agostino Gemelli” di Roma. Ecco qualche buona norma da tener presente.

Una risposta fisiologica dell’organismo

«Il termine in questione (noto in Italia anche come febrifobia o piritofobia) fu coniato nel 1980 dal dottor Barton Schmitt e già all’epoca il 50% dei genitori di bambini febbrili riteneva che la febbre potesse generare danni neurologici permanenti»», aggiunge l’esperto. «Ad alimentare tale “paura” della febbre possono in qualche caso contribuire anche i suggerimenti relativi al controllo della febbre stessa da parte del medico, non sempre ispirati a linee-guida condivise, ma improntati a considerazioni personali sulla febbre o talora a credenze erronee. Questo approccio non-univoco da parte del medico nella gestione generale della febbre può aumentare le paure genitoriali nei confronti del figlio febbrile. In realtà, è sempre opportuno ribadire ai genitori come la febbre sia una risposta fisiologica dell’organismo che in larghissima misura non genera complicanze, ad eccezione delle convulsioni febbrili che tuttavia si osservano in un numero molto limitato di bambini predisposti».

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Controlli in eccesso, i rischi

I genitori in ansia per la febbre del proprio bambino possono presentare una grande varietà di reazioni, tutte dissociate dalla comprensione (e dall'accettazione del concetto) che la febbre sia una risposta “fisiologica” dell’organismo. «Alcuni genitori possono dimostrare preoccupazione e finiscono col controllare incessantemente la temperatura dei loro bambini; a volte tale forma di ansietà diviene un vero terrore (del tutto irrazionale), soprattutto per un timore (ingiustificato) che la febbre possa determinare un danno cerebrale». In sostanza al centro di queste reazioni di grado variabile vi è imprescindibilmente la considerazione sbagliata che l’aumento della temperatura corporea del bambino rappresenti una malattia, piuttosto che un potente sintomo, frequentissimo, per lo più benigno, relativamente incompreso, osservato in tutti i mammiferi come espressione di difesa verso le infezioni.

Cosa osservare nel bambino

Nell’ultima settimana cresce l’incidenza di malattie febbrili in tutte le fasce di età, ma risultano maggiormente colpite quelle pediatriche e in particolare i bambini al di sotto dei cinque anni di età, in cui è pari a 50,2 casi per mille assistiti. L’accesso al Pronto soccorso non è indicato nella generalità dei casi. «La febbre è il primo segno delle difese innate di un individuo, attraverso cui il nostro organismo combatte moltissime infezioni (l’elevazione di uno-due gradi della temperatura corporea può realmente arginare e sconfiggere moltissime infezioni virali)», puntualizza Rigante. Quel che serve invece è seguire l’evoluzione del malanno. «All’esordio è semplicemente opportuno osservare il bambino febbrile a casa, in quanto la febbre isolata non consente il riconoscimento immediato della sua causa sul piano medico. Soprattutto la tranquillità del genitore deve essere corroborata se il bambino si alimenta, se riposa, se gioca e se in definitiva tollera senza apparenti grandi difficoltà le escursioni termiche».

Quando l’ospedale è l’opzione giusta

Prima di decidersi bisogna necessariamente verificare alcune condizioni indicate dallo specialista. «La valutazione del bambino in ospedale diviene necessaria nel caso di associazione della febbre con segni non facilmente interpretabili (come il pianto flebile o uno stato di particolare ed inabituale sofferenza del bambino) oppure nel caso compaiano gravi segni di malattia a livello delle vie aeree (come difficoltà respiratoria), della cute (come manifestazioni emorragiche), dell’apparato gastrointestinale o del sistema nervoso centrale (come alterazione dello stato di coscienza, rigidità della nuca o qualunque altro segno neurologico)». Anche in caso di persistenza della febbre per oltre cinque giorni è richiesta la valutazione del bambino in Pronto soccorso oppure nei casi in cui non sia possibile garantire al bambino un sufficiente introito naturale di liquidi. «In ultimo, la visita si impone a priori nel caso in cui la febbre si osservi in un lattante di età inferiore a sei mesi di età, in quanto il primo semestre è caratterizzato da spiccata fragilità ed è facile commettere errori di valutazione senza un controllo diretto dell’obiettività clinica del bambino».

Antibiotici, no all’uso indiscriminato

Intanto, per attenuare i segni di malessere del bambino, il medico può prescrivere antipiretici da somministrare ad intervalli temporali precisi nel rispetto del significato biologico della febbre. «Il bambino con febbre deve inoltre idratarsi in modo adeguato, bevendo almeno 500 ml di liquidi al giorno per bambini fino a 2 anni di età o sino a 1000 ml nelle età successive», è il consiglio del professor Rigante. Al raggiungimento del picco più alto della febbre il bambino non deve essere coperto in modo eccessivo, così da poter favorire la dispersione della temperatura corporea. «Il bambino febbricitante non deve inoltre sentirsi obbligato a stare a letto: può alzarsi, giocare, sfogliare un libro o disegnare a patto che l’entità della febbre non alteri le sue condizioni generali. È importante, invece, non scegliere di propria iniziativa farmaci ritenuti più specifici, in particolare gli antibiotici che sono di effettiva utilità soltanto nelle infezioni batteriche».


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