Interventi

Informazione online e politica, servono regole valide per tutti

di Antonio Martusciello


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3' di lettura

Nel mondo iperconnesso, da un lato i giornalisti sono chiamati a sostituire penna e taccuino, con tastiera e cellulare, dall’altro il discorso politico subisce un epocale cambiamento, contraendosi in cinguettii di pochi caratteri o nei post su Facebook. Un approccio forse vicino (o lontano, chissà) al pensiero di Arthur Schopenhauer, quando sosteneva che «segno di testa eccellente è il saper rinchiudere molti pensieri in poche parole», ma sicuramente in grado di influenzare aspetti pragmatici della comunicazione.

Il messaggio è sempre più caratterizzato da ibridazione e crossmedialità. Secondo fonti dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom), il 70% degli individui utilizza, per informarsi, più mezzi, mentre la percentuale si attesta al 28% quando si tratta di determinare la propria opinione elettorale. Inoltre, la comunicazione politica online viene più ampiamente istituzionalizzata mediante un processo avviato anche dai mass media tradizionali. Del resto, la commistione è inarrestabile, se pensiamo che in quasi tutte le edizioni di Tg e programmi di approfondimento si può scorgere il riferimento a qualche post o tweet del protagonista di turno.

Non solo. A mutare sono l’angolo visuale e il soggetto politico. Si passa da una comunicazione in cui è il partito, in quanto corpo collettivo e corale, a interagire con il cittadino, a una in cui è, ancora di più, il leader a scendere in campo mediante elementi anche di natura privata a sostegno del proprio obiettivo mediatico: dalle ideologie al “leaderismo”.

Dal lato degli utenti, la partecipazione non si esaurisce solo con l’appuntamento elettorale, ma è capace di impegnare i cittadini in modo costante. Dal lato dei politici, i social network diventano sempre più un utile misuratore del consenso.

Gli effetti di questo sistema non possono però escludere l’emergere di una sorta di campagna elettorale permanente, né di tecniche manipolative e propagandistiche. Del resto, ogni like o post costituisce una traccia indelebile, che permette di delineare un profilo dettagliato dell’utente. Il pericolo allora è che anche l’offerta politica possa corrispondere esattamente alla domanda, o ancor più subdolamente essere calibrata in base alle aspettative degli elettori. D’altra parte, i dark ads, pubblicità “oscure” visibili solo ai soggetti bersaglio, o le campagne condotte dalle cyber troop hanno cercato di influenzare i consensi sui social media.

Dinanzi alla illusoria sensazione di svolgere una sorta di controllo sull’operato dei propri rappresentanti emerge invece il rischio che chi possiede ingenti risorse economiche abbia la possibilità di plasmare a proprio piacimento l’opinione pubblica. A pochi mesi dalle elezioni del Parlamento Ue, i sondaggi di Eurobarometro rivelano che la maggioranza dei cittadini del Vecchio continente è preoccupata dall’interferenza delle fake news nei processi elettorali. Il 61% teme attacchi informatici, il 59% la manipolazione straniera, il 67% si preoccupa della privacy e dei dati che online potrebbero essere utilizzati per orientare i messaggi.

La Commissione europea, lo scorso dicembre, ha presentato un piano d’azione contro la disinformazione, rafforzando la relativa task force e attivando un sistema di allerta rapida tra istituzioni Ue e Stati membri. Tuttavia, a fronte dei 5 milioni di euro assegnati allo European external action service (la diplomazia Ue), si stimano investimenti annuali di oltre un miliardo di euro per la fabbrica dei troll russa (la Internet research agency). Appare chiaro però come oggi, armati di una semplice fionda, non si possa sconfiggere il terribile Golia.

I mezzi tradizionali sono oggetto di regole ben precise e, in tema di comunicazione politica, sono sottoposti alla legge 28 del 2000, normativa che in Italia ne regola la parità di accesso durante le campagne elettorali e referendarie. Emerge un’ormai troppo evidente asimmetria regolamentare tra media tradizionali e online, francamente ingiustificata. La «notoria capacità di immediata e capillare penetrazione nell’ambito sociale», riconosciuta alle Tv dalla giurisprudenza costituzionale, non sembra diversa da quella oggi attribuibile alle piattaforme, ma, se le prime sono soggette a regole rigide, le seconde vi sfuggono. L’anacronistica par condicio, promulgata quasi vent’anni fa, quando Internet funzionava ancora in una versione primordiale, rischia di essere inefficace e addirittura nociva per la consapevole comprensione, da parte del cittadino, del dibattito politico.

Il ruolo principale deve tornare nelle mani del legislatore, chiamato a domandarsi se, in termini pratici, vi siano a disposizione strumenti adeguati a garantire un’informazione plurale e di qualità, per poi riflettere sulla legittimità di imporre degli obblighi, soprattutto nel periodo elettorale. Finora l’approccio adottato nel contrasto alla disinformazione si colloca in una fase del tutto embrionale. «Non bisogna mai confondere il movimento con l’azione» disse Ernest Hemingway.

Ecco che allora è necessario intervenire subito, tracciando un’azione normativa che sia realmente capace di arginare le manipolazioni perpetrate per mezzo della Rete. Il rischio è alto perché, come recita lo slogan che dal 2017 campeggia sotto la testata del Washington Post: «La democrazia muore nell’oscurità».
Commissario dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni

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