COME CAMBIA IL VIRUS

Inglese, sudafricana, giapponese: le varianti del coronavirus finora conosciute

L’Oms: la trasmissibilità sembra aumentare ma al momento nessuna sembra mostrare una maggiore gravità della malattia

(IMAGOECONOMICA)

2' di lettura

Sono migliaia le mutazione del virus SarsCoV2 ma da queste sono finora emerse poche varianti principali, diffuse nel mondo. È stata segnalata recentemente anche una variante comparsa in Giappone che, secondo gli esperti, richiede ulteriori verifiche. «La trasmissibilità di alcune varianti del virus sembra aumentare» ha commentato il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus, precisando però che «al momento le varianti non sembrano mostrare una maggiore gravità della malattia».

La prima variante in ordine di comparsa è quella indicata con la sigla D614G , che si è diffusa molto velocemente e che, come la maggior parte delle varianti in circolazione, riguarda la proteina Spike, paragonata a un “uncino” che aggancia le nostre cellule e permette al virus di infettarci. Questa mutazione, identificata anche negli Stati Uniti, permette al virus di trasmettersi più facilmente, ma non lo rende più letale.

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La variante inglese

La variante inglese (indicata con le sigle 20B/501YD1 oppure B.1.1.7) è caratterizzata da ben 23 mutazioni, 14 delle quali sono localizzate sulla proteina Spike. È comparsa in Gran Bretagna in settembre ed è stata resa nota a metà del dicembre scorso. Finora è stata identificata in 33 Paesi, compresa l’Italia con una ventina di casi. Anche in questo caso a preoccupare è il fatto che la mutazione rilevata nella posizione 501 della proteina Spike può rendere il virus più contagioso.

Variante sudafricana

È indicata invece con la sigla N501Y la variante del virus isolata in ottobre Sudafrica. Caratterizzata da una maggiore capacità di contagio e da una carica virale più alta, anche questa è legata a più mutazioni localizzate sulla proteina Spike. Una paziente brasiliana sarebbe stata infettata una seconda volta, dopo un primo contagio a maggio, proprio con il ceppo sudafricano del coronavirus, rilevato settimane prima a Rio de Janeiro.

Cluster 5

Altre mutazioni nella stessa proteina hanno portato alla variante N501T, che in Italia è stata isolata a Brescia e che potrebbe risalire ad agosto. Viene infine indicata con “cluster 5” la variante comparsa negli allevamenti di visoni in Danimarca e trasmessa all’uomo. In Italia sono inoltre diffuse le varianti 20A.EU1 e 20A.EU2, comparse in estate in Spagna e sono arrivate nel nostro Paese all’inizio dell'autunno. «Al momento nessuna delle varianti sembra cambiare l’efficacia del vaccino» ha affermato alcuni giorni fa Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le Malattie infettive Spallanzani di Roma e membro del Cts.

L’efficacia del vaccino

Da uno studio condotto sul vaccino Pfizer-BioNTech dalla stessa azienda e dall'università del Texas questo sembra restare efficace contro 16 diverse mutazioni del virus, compresa una presente sia nella variante inglese del virus che in quella sudafricana. La possibilita' che gli anticorpi generati dal vaccino proteggano anche dalle varianti è stata osservata anche da uno studio condotto in Italia. Anche dagli esperimenti in vitro condotti dall'Istituto zooprofilattico di Puglia e Basilicata è emerso che gli anticorpi protettivi sviluppati dai pazienti con altre varianti del Sars-CoV-2, tra cui quella spagnola, sono in grado di inibire la crescita della variante inglese del virus.

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