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Scuola: in Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Marche superiori chiuse fino al 31 gennaio

Il premier Conte e la ministra Azzolina confermano l’apertura il 7 gennaio, al 50% alle superiori. Ma sale il fronte di regioni preoccupate, che potrebbero differire, anche al primo ciclo, i ritorni in classe degli studenti

di Claudio Tucci

Scuola chiede vaccini, dubbi Regioni sul 7 in aula

4' di lettura

Il premier Giuseppe Conte e la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina confermano l’apertura della scuola il 7 gennaio, al 50% in presenza alle superiori. Ma sale il fronte delle regioni preoccupate, anche per il numero di contagi che non scende adeguatamente, e che, in extremis, potrebbero quindi differire, anche al primo ciclo, i ritorni in classe degli studenti.

La questione si monitora di ora in ora. Al momento, l’esecutivo non vuole buttare all’aria il lavoro finora fatto: tavoli con i prefetti, riunioni (e accordi) con le Regioni, concertazione con i sindacati. E insiste: sarebbe assurdo rinviare l'apertura, come da più parti viene chiesto, all'11 o al 18 gennaio.

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Tre regioni guidate dal centrodestra si muovono però in controtendenza rispetto alla linea dettata dall’esecutivo: il Friuli Venezia Giulia, il Veneto e le Marche. Il presidente della regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga - ha annunciato l'assessore regionale all'Istruzione, Alessia Rosolen, durante una conferenza stampa -«ha immaginato un'ordinanza che sposti dopo il 31 gennaio il rientro in classe dei ragazzi delle secondarie di secondo grado». «Ovviamente - ha aggiunto Rosolen - ci sono possibilità di intervenire da qui al 31 gennaio, a seconda di come la curva epidemiologica si modificherà nelle prossime settimane».

La chiusura delle scuole superiori fino al 31 gennaio in Veneto «non è un problema politico, perché le ordinanze sono sul profilo sanitario», ha sottolineato il presidente del Veneto Luca Zaia. «La Regione - ha proseguito Zaia - può intervenire con ordinanze sul rischio sanitario, non è in contraddizione con le norme nazionali. Non mi sorprende che la ministra Azzolina si batta per la riapertura, perché è il ministro dell'Istruzione, ma in questo momento non è prudente. Quando abbiamo portato l'accordo delle Regioni sui protocolli per la riapertura non eravamo arrivati a questa situazione. La situazione sta degenerando - ha concluso - e bisogna rispondere con misure ad hoc».

La didattica a distanza proseguirà al 100% per le scuole secondarie di secondo grado, statali e paritarie, fino al 31 gennaio nelle Marche. Il presidente Francesco Acquaroli emanerà martedì 5 un'ordinanza che formalizza la decisione, «assunta allo scopo di contrastare e contenere il diffondersi del virus e garantire il più possibile la salute e la sicurezza dei cittadini e la tenuta delle strutture ospedaliere».

Ma vediamo i tre nodi principali che agitano il dibattito sulla scuola.

Trasporti, potenziamenti non ovunque

Il primo nodo sono i trasporti. Nonostante risorse aggiuntive e impegno a reperire anche mezzi privati, la situazione, a oggi, è a macchia di leopardo. Il potenziamento dei trasporti non è avvenuto in tutti i territori, e ciò ha comportato a scaglionare gli ingressi nelle scuole.

Lezioni anche nel primo pomeriggio

Il secondo nodo, infatti, è lo scaglionamento degli ingressi a scuola. E qui, nei giorni scorsi, si è aperto un nuovo fronte “interno” alla scuola, visto che l’ingresso, dalle 8 a alle 10, comporta, gioco forza, un nuovo cambio di orario di servizio per i docenti (il quarto da settembre), con acrobazie nel caso di insegnanti pendolari o con spezzoni orari in più scuole. Le lezioni, specie a tecnici e professionali, si allungherebbero anche fino alle 16, di fatto penalizzando anche gli studenti (nelle superiori non c’è il servizio mensa).

Il no dei sindacati

Ecco allora arrivare al terzo nodo. I problemi, infatti, sono uno collegato all’altro e questo rende anche più complessa la loro risoluzione. I docenti e i sindacati sono contrari a orari dilatati, ed è aspro il confronto con i dirigenti nel trovare un compromesso, spesso impossibile.

Regioni in ordine sparso

Proprio per tutto ciò i governatori, consci anche delle ripercussioni su famiglie e sistema produttivo locale, sono preoccupati dell’escalation di tensioni sulla scuola. Oltre al caso del Friuli Venezia Giulia e del Veneto, il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini ha chiesto infatti un nuovo confronto con il governo in vista del 7 gennaio. Nei territori si sta andando in ordine sparso. Nel Lazio, ad esempio, si è stabilito che, grazie ad un incremento del trasporto pubblico, il 60% degli studenti che frequenteranno in presenza entreranno alle 8, mentre il rimanente 40% entrerà alle 10. In Toscana si farà tra oggi, 4 gennaio, e domani, 5 gennaio, il punto sulle azioni in campo per riportare i ragazzi in presenza. L’Emilia Romagna si dichiara pronta alla riapertura, mentre in Campania il governatore Vincenzo De Luca ha annunciato da giorni un rientro “a tappe” dal 7 fino al 25 gennaio. In Puglia la regione intende continuare a dare la possibilità agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado di scegliere la didattica a distanza anche dal 7 gennaio ma i sindacati della scuola si sono detti nettamente contrari a questa ipotesi.

Iss, da agosto a settembre a scuola il 2% dei focolai

Nel periodo 31 agosto-27 dicembre 2020 sono stati rilevati 3.173 focolai in ambito scolastico, pari al 2% del totale dei focolai segnalati a livello nazionale. È quanto emerge da un Rapporto dell'Istituto Superiore di Sanità che analizza l'andamento epidemiologico nazionale e regionale dei casi di Covid-19 in età scolare (3-18 anni), La maggior parte dei casi in età scolare (40%) si è verificata negli adolescenti di età compresa tra 14 e 18 anni, seguiti dai bambini delle scuole primarie di 6-10 anni (27%), dai ragazzi delle scuole medie di 11-13 anni (23%) e dai bambini delle scuole per l'infanzia di 3-5 anni (10%).

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