Letteratura

Iniziazione a Chomsky in tre brevi saggi

di Lorenzo Tomasin


5' di lettura

Un libro come Il mistero del linguaggio, in cui Matteo Greco ha raccolto e Andrea Moro ha ottimamente introdotto tre brevi saggi recenti, di taglio divulgativo e per varie ragioni ricapitolativi della riflessione di Noam Chomsky, ha una grande utilità: esso offre con chiarezza e con esemplare onestà il punto della situazione su alcune questioni capitali che, note nei loro lineamenti generali, rischiano di confondere le idee di chi si avventuri nello sconfinato edificio della linguistica attuale. Provo, in estrema sintesi, ad estrarre alcuni dei concetti che mi paiono portanti in un volume che, come spesso i libri migliori, è breve ma difficilissimo da riassumere. Ometto di qui in avanti formule tipo «secondo Chomsky» o «secondo l’attuale visione di Chomsky», dando per scontato la natura controversa, e spesso frutto di revisioni anche drastiche, di molti assunti.

La varietà delle lingue umane ha una radice comune nella facoltà di linguaggio. Essa è condivisa da tutti gli uomini ed è sostanzialmente immutata da quando homo sapiens ha sviluppato l’attuale struttura cerebrale. Ogni essere umano (a parte casi patologici, interessanti per cercare verifiche) può apprendere qualsiasi lingua, in particolare nella forma dell’apprendimento spontaneo infantile. In compenso, nessun animale può apprenderne alcuna. Si tratta dunque d’una proprietà esclusiva della specie umana necessariamente radicata nel suo patrimonio genetico (e solo nel suo) e quindi nelle sue strutture fisiche (cioè nelle reti neurali cerebrali). Essa è indipendente sia dai caratteri specifici di questa o quella lingua, che non influiscono su tempi o modi dell’apprendimento dell’infante, sia dalla lingua dei genitori biologici. Tale proprietà si sarebbe manifestata in homo sapiens per effetto d’una mutazione piuttosto repentina, non tràmite un processo evolutivo lungo. Lo suggerirebbe, tra l’altro, il fatto che non esisterebbero in natura “mezze sintassi” o abbozzi evolutivi del linguaggio, né tra gli animali – i cui sistemi di comunicazione non hanno la possibilità computazionale dalla produttività illimitata che presiede alla sintassi –, né tra gli uomini. Il linguaggio così inteso va quindi riguardato come un peculiare sistema di organizzazione del pensiero. Idea centrale della teoria è che esso sarebbe fatto primariamente per pensare e solo secondariamente per comunicare. Esso nascerebbe dentro la mente e solo in un secondo momento verrebbe esternalizzato, di solito attraverso il suono, ma non necessariamente (si pensi alle lingue dei segni). Anche alcuni uccelli, in effetti, «cantano» in modo fisicamente e neurologicamente molto simile a come gli uomini emettono la voce, ma non possiedono sintassi, cioè la possibilità di formare un numero potenzialmente infinito di frasi con un numero finito di elementi.

Il fatto che sul piano dell’organizzazione logica, quindi sulla sintassi, si basi il concetto di linguaggio così concepito, comporta che la sintassi sia centrale nello studio delle proprietà generali del linguaggio, anche se non automaticamente di quelle specifiche delle lingue che parliamo e scriviamo da svariati millenni.

L’evoluzione biologica e la storia (delle lingue, che è in fondo la storia tout court) non vanno assolutamente confuse. Le lingue – snodo fondamentale – non si sarebbero mai evolute nel senso che questo termine ha in biologia: cioè non avrebbero mai prodotto modifiche geneticamente trasmesse nella specie umana. Tutta la loro storia si svolge a valle di un passaggio evolutivo già avvenuto, una volta per tutte, decine di migliaia di anni fa. Da allora – cioè in tutta la storia di tutte le lingue che conosciamo – per il linguaggio nihil sub sole novi: per cui occuparsi delle proprietà del linguaggio intese nel senso appena esposto significa indagare, di fatto, le potenzialità presenti – pur se non necessariamente espresse – in un ominide preistorico come in un postino newyorkese. Dal punto di vista appena chiarito, essi parlano la stessa lingua (o meglio: lo stesso linguaggio), con differenze superficiali che non interessano – ovviamente – chi s’incarichi d’indagare le proprietà generali della facoltà di linguaggio. Tutta la vicenda delle lingue si svolge dunque a valle di un passaggio evolutivo da cui la storia umana resta, di fatto, del tutto esclusa.

La teoria sintattica che va sotto il nome di Grammatica universale si rivela dunque al lettore di queste pagine come un generoso tentativo di indagare il funzionamento stesso di una parte (anzi di più parti tra loro collegate) del cervello umano e di quella che chiamiamo la mente. Il che dà un contributo importante, ma certo non risolutivo, a chi voglia rispondere a domande come: perché parliamo come parliamo?, oppure: perché scriviamo come scriviamo?

È chiaro che la linguistica intesa come studio del(la facoltà di) linguaggio e la linguistica come studio delle lingue sono due nozioni distinte, e pur indubbiamente collegate dal fatto di chinarsi concretamente sugli stessi oggetti, cioè sui prodotti linguistici. Sebbene le tappe che hanno portato allo stadio teorico qui descritto siano state segnate da contrasti talora feroci – come spesso capita, ma con il sovrappiù di asprezze dottrinali che speriamo solo novecenteschi –, si può finalmente confidare nel tramonto di una fase della linguistica iniziata forse al principio del secolo scorso, in cui si è assistito da un lato a una corsa per affermare che vi sono teorie linguistiche «più linguistiche» di altre, e dall’altro ad escludere progressivamente dalla «vera linguistica» (variamente intesa dagli adepti delle diverse obbedienze) ciò che «linguistica» non è o non sarebbe, pur applicandosi, fatalmente, allo studio delle lingue.

In altri scritti, Chomsky ha suggerito che l’ipotetico scienziato che giungesse da un altro mondo (magari, aggiungo, con un manuale di grammatica generativa sotto il braccio) potrebbe tornarsene a casa riferendo che sulla Terra vive una specie dotata di un linguaggio che, non ostanti minime differenze locali, è riconducibile a un’unica grammatica. L’immagine è provocatoria e sanamente urticante, come càpita ai paradossi ben formulati. Un altro scienziato extraterrestre, a dire il vero, potrebbe riferire anche che il pianeta è caratterizzato da un’unica forma di vita, descrivibile secondo i principi generalissimi della genetica, che si manifesta in una varietà solo apparente. Un resoconto se si vuole corretto, anche se un po’ riduttivo e, forse, insoddisfacente almeno per una parte degli organismi biologici (o se si preferisce addirittura degli ammassi di protoni, neutroni, elettroni) che leggono queste righe, immersi in quella che a loro appare – ma davvero si tratta d’un fenomeno marginale e secondario? – la decisiva varietà della storia e della vita.

@lorenzotomasin

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Il mistero del linguaggio. Nuove prospettive

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