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Innogest ancora più verticale: «Fondo nel cardiovascolare»

La Sgr è specializzata nell'investimento in realtà digitali ed healthcare

di Matteo Meneghello

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(freshidea - stock.adobe.com)

La Sgr è specializzata nell'investimento in realtà digitali ed healthcare


3' di lettura

«Il venture capital non è finanza, ma piuttosto industria. Per comprendere a fondo il potenziale di una start up bisogna conoscere bene il mercato in cui si opera, possedere competenze e capacità gestionali che si costruiscono nel tempo. È un lavoro da veri imprenditori». Claudio Giuliano ha fondato Innogest più di dieci anni fa. Da allora la società, divisa in due rami di specializzazione distinti (healthcare e digital) ha concluso due fondi, per una raccolta complessiva di circa 200 milioni, continuando a lavorare alla verticalizzazione del progetto. Erydel, Silicon Biosystems, Cuebiq, Igea Medical tra le principali società in cui il team (oltre a Giuliano i partner sono Giuseppe Donagemma e Giovanni Leo) ha investito in questi anni, per un totale di circa 40 iniziative.

Oggi Innogest è pronto a varare una nuova stagione all’insegna della estrema verticalizzazione. «Abbiamo costruito tre team - spiega Giuliano - ognuno specializzato in un ramo d’attività specifico. E per ogni team sarà lanciato un apposito fondo». Il primo, già operativo, riguarda la medicina cardiovascolare, e si tratta di un passo in maggiore profondità rispetto alla mission di Innogest, in parte già orientata agli investimenti nell’healthcare. «Stiamo lanciando un fondo verticale solo sulle tecnologie cardiovascolari - conferma il ceo -. È il primo al mondo di questo genere, con un obiettivo di raccolta significativo». A breve seguirà un’analoga iniziativa in un altro segmento dell’healthcare, mentre anche nel digitale si replicherà questo approccio.

Da tempo Innogest ha affiancato al lavoro degli associati la consulenza di un advisory board, nei quali spesso siedono rappresentanti dei family office che, insieme con alcuni partner istituzionali, costituiscono l’ossatura dei finanziatori dei fondi gestiti. «In questi anni - spiega Giuliano - abbiamo lavorato molto a questo obiettivo: associare, cioè, imprenditori provenienti dai settori che intendiamo sviluppare. Solo chi ha operato per anni in un mercato ha la capacità di capire un prodotto e l’industria cui appartiene». Potere riunire intorno a un tavolo, periodicamente, figure di questo livello permette alla sgr di avere un approccio più fluido e ragionato agli investimenti. A oggi le società partecipate da Innogest sono una trentina, equamente divise nei due ambiti d’azione.

Prima della crisi legata al lockdown, il venture capital italiano stava affrontando una stagione di svolta. «È sufficiente guardare ai volumi - spiega Giuliano -. Fino al 2017 le masse non hanno mai superato la soglia dei 100-150 milioni. Nel 2018 c'è stato un balzo in avanti, che è proseguito nel 2019, anno in cui abbiamo toccato i 600 milioni. Il problema è che anche gli altri mercati sono cresciuti, quindi la nostra distanza da ecosistemi più evoluti, come per esempio quello francese o inglese, non si riduce». Le iniziative non mancano, ma si pone una questione urgente di strumenti e di cultura per permettere di traguardare un ulteriore salto in avanti. «Il pubblico svolge il suo ruolo, di cui ancora c’è bisogno» spiega Giuliano. Ma è sul lato privato, conclude, che bisogna lavorare, «cercando di coinvolgere maggiormente investimenti corporate, le casse previdenziali, i fondi pensione, le fondazione bancarie».

Ora il Coronavirus rischia di cambiare tutto, ma solo fino a un certo punto. «Inevitabilmente – spiega Giuliano - ne risentiremo, perché questa crisi colpisce in modo trasversale tutte le nostre società di portafoglio, siaquelle che hanno già una forte presenza di mercato, sia quelle il cui scopo è legato alla ricerca, per esempio nel medicale, paralizzato dalle difficoltà di approvvigionamento e dalla sospensione dell’attività clinica. Crediamo tuttavia che quando il volano dell’economia potrà ripartire, gli investimenti in innovazione e il sodalizio tra startup e settori industriali tradizionali diventeranno più che mai strategici. La pandemia – conclude - ha costretto molti settori e aziende a ripensare in profondità strumenti e processi, e questo paradossalmente potrebbe aprire scenari di sviluppo a lungo attesi, soprattutto in Italia. Ci siamo arrivati nel modo più doloroso e inaspettato, ma sarà anche compito nostro fare in modo che la sofferenza possa portare benefici di sistema e di lungo periodo».

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