Interventi

Innovatori e innovazioni al tempo della resilienza

di Piero Formica

3' di lettura

Nesta, la “fondazione per l’innovazione” (https://www.nesta.org.uk/about-us/), ha identificato cinque innovatori nel Regno Unito, ognuno con il suo particolare atteggiamento verso l’innovazione. Conoscerne i profili anche in Italia, servirebbe ad anticipare le direzioni di marcia che prenderanno gli ingenti flussi di “traffico monetario” in conseguenza dei tanti interventi per la ripresa economica. Scrive Nesta: “I futuristi sono impegnati nel dibattito sull’innovazione e possono vedere i benefici del cambiamento in tutti gli aspetti della vita”.
I creativi, che sono più giovani della media, mostrano alti livelli di creatività personale e propongono nuovi modi di risolvere problemi pratici. Coltivano solidi interessi sociali.
I romantici sono stimolati dall’innovazione, “ma non progettano a lungo termine e tendono a non preoccuparsi del futuro, ed è meno probabile che abbiano partecipato ad attività innovative”.
I realisti, il gruppo più numeroso, apprezzano l’innovazione ma non ne sono entusiasti di per sé, “credendo che l’etica e i diritti siano più importanti dell’innovazione e del progresso”. Riconoscono che è necessario stare al passo con il cambiamento e bilanciare i difetti dell’innovazione con i benefici.
Gli scettici sono “particolarmente preoccupati per il ritmo del cambiamento nella società. Cauti e pratici, attribuiscono relativamente poco valore alle innovazioni finché non sono sicuri dei benefici concreti”. Considerano le nuove idee meno rilevanti rispetto alla soluzione dei problemi utilizzando al meglio in pareri e le tecnologie esistenti. Gli scettici, quindi, tendono ad adottare nuovi prodotti e tecnologie in ritardo.
Nel nostro paese, abbondano gli incrementalisti. Come i Germani di cui Publio Cornelio Tacito scrisse nella sua opera etnografica De origine et situ Germanorum (Sull’origine e la situazione dei popoli germanici), gli incrementalisti sono una comunità incontaminata da matrimoni con altre comunità. Sono “un popolo puro, e indipendente, e non somigliante a nessun altro che a sé stesso”. Loro dubbi e incertezze sono coperti dal velo della conoscenza accumulata nel tempo. Facendo ciò che è necessario per salvaguardare la continuità delle vocazioni originarie, l’incrementalista, pratica l’arte della previsione, tanto più inattendibile quanto maggiore è l’orizzonte temporale. La previsione basata sul “tendenzialismo” (una tendenza che probabilmente non continuerà) è una luce che, pur corroborando il proprio punto di vista, può essere ingannevole, portando a guardare dove essa si diffonde rapidamente ma dove non si trova l’innovazione che cambia il mondo. Indossando una tale veste culturale, i sacerdoti dell’incrementalismo calcolano il tempo in base a considerazioni finanziarie che riflettono il ritorno atteso dell’investimento. Alla base dei loro calcoli c’è il pregiudizio che le perdite fanno più male di quanto i guadagni della stessa entità portino benefici. Senza contare che, come avvertiva l’innovatore degli investimenti John Maynard Keynes, “la saggezza popolare insegna che è meglio per la reputazione fallire in modo convenzionale che riuscire in modo non convenzionale”.
Secondo un articolo del New York Times del 22 giugno 1902, cinque o sei anni prima c’erano meno di cinquanta veicoli a motore di vario tipo a New York. Sembrava che non sarebbe stato facile convincere le persone abituate a viaggiare in carrozza e cavallo a passare all’automobile. Appena due decenni dopo, tuttavia, le automobili si erano diffuse oltre le più rosee aspettative. Il New York Times riportò il 6 giugno 1924 che i 23 milioni di dollari di capitale investiti 20 anni prima nell’industria automobilistica valevano quasi 2 miliardi di dollari nel 1919, e che il numero di lavoratori nel settore era aumentato da 13.000 a 161.000.
Nella Silicon Valley, gli incrementalisti sono chiamati “farm workers”, quelli che lavorano giorno per giorno raccogliendo i frutti a portata di mano, cioè gli operatori di Wall Street concentrati sui risultati trimestrali prodotti dalle aziende. Da noi, a dar ragione agli incrementalisti sarà la tanto decantata resilienza: “La velocità con cui una comunità ritorna al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che l'ha allontanata da quello stato” – come si legge nella Treccani.
piero.formica@gmail.com

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