Interventi

Innovazione aperta per abbattere le barriere tra le discipline

Secondo Henry Chesbrough, padre dell’open innovation, «la conoscenza deve fluire»

di Carlo Marroni


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Henry Chesbrough

4' di lettura

«Le risorse della conoscenza sono i principali fattori dell’innovazione. Su quali settori l’Italia può fare di più? Tutti, ma per prima cosa bisogna aprirsi ai mercati e poi mettere in relazione i diversi settori. La conoscenza deve fluire, vanno abbattute le barriere che ancora ci sono tra i vari comparti dell’economia. L’errore più grave, in questa fase, è trattenere le conoscenze acquisite». Il professore Henry Chesbrough, direttore del Garwood center for corporate innovation dell’Università della California a Berkeley, è conosciuto nel mondo accademico ed economico come il padre intellettuale del concetto di Open innovation (Innovazione aperta) e ora insegnerà anche alla Luiss Guido Carli, nella nuova cattedra sostenuta dal gruppo industriale Maire Tecnimont, presentata ieri nella sede di Viale Romania.

L’Italia di oggi è un ambiente favorevole per l’Open innovation? «Assolutamente sì – osserva Chesbrough, in un colloquio con Il Sole 24 Ore – il vostro Paese ha una struttura economica fatta in maggioranza di piccole e medie imprese, che sono più veloci e reattive nell’innovazione rispetto a quelle di maggiori dimensioni. Ma questo non è sufficiente. Le grandi imprese, e voi ne avete di importanti anche se poche, posso diventare co-partner delle Pmi, fungere da skilling company per valorizzare le loro capacità». Ma l’orizzonte dell’innovazione aperta può allargarsi, forse alla politica. «L’innovazione aperta è una strada da seguire da parte di tutti. Il problema è che la globalizzazione non ha prodotto benefici per ognuno, e questo riguarda tutti i Paesi. Dell’Italia si può dire che in politica sta vivendo in una situazione un po’ folle, come gli Stati Uniti. Ma anche altri Paesi vivono situazioni interne molto difficili, con il Regno Unito».

Chesbrough lancerà un progetto di ricerca sull’analisi dei princìpi della Open innovation, attraverso i quali le aziende e le organizzazioni possono perseguire obiettivi centrali in ambito sociale, economico e di sostenibilità ambientale. Si tratta di un paradigma che cambia il modo di intendere le dinamiche di acquisizione di conoscenza. Ora quindi l’innovazione aziendale «deve far tesoro in maniera sistematica di collaborazioni, idee e risorse esterne rispetto al perimetro societario classicamente inteso. Dalle startup al mercato globale delle idee e dei brevetti, questo modello illustra meglio dei precedenti perché un’azienda non abbia più bisogno di controllare, quasi di possedere, i processi di innovazione dall’inizio alla fine». Un nuovo fronte quindi che in Italia viene aperto dalla Luiss, all’avanguardia nell’innovazione formativa: «L’elemento di differenziazione fondamentale tra l’Open innovation e altre forme di collaborazione per l’innovazione – ha detto il Rettore, Andrea Prencipe – risiede nella ricerca di partnership non ovvie che possano quindi offrire conoscenze, idee, competenze, informazioni non convenzionali, inaspettate, impensate e a volte impensabili. I veicoli e i canali di trasmissione di queste idee incoerenti e inattese sono informali e semplici, viaggiano attraverso strade digitali e passaparola».

Per Fabrizio Di Amato, presidente e azionista di controllo del gruppo industriale Maire Tecnimont, la nuova cattedra «rappresenta un ulteriore passo avanti verso la Open innovation, una vera e propria rivoluzione copernicana per l’Italia. Credo che oggi più che mai sia necessario un approccio open minded che porti a un’evoluzione delle società da organizzazioni “chiuse” a organizzazioni “aperte”. Se l’innovazione è basata sulla capacità di cambiare mentalità, in modo tale da affrontare le sfide poste dalla digitalizzazione e dalla transizione energetica, dobbiamo creare un ecosistema che coinvolga i diversi stakeholder, aperto alla “fertilizzazione incrociata” tra Università, Istituti di ricerca, società, startup, mondo della finanza, autorità pubbliche, incubatori e acceleratori».

Del resto nella storia del gruppo – ha partecipato all’evento anche il ceo Pierroberto Folgiero che ha spiegato come il gruppo sta affrontando le sfide della transizione energetica e della digitalizzazione – c’è la stretta collaborazione tra Università e ricerca dal tempo di Giulio Natta, premio Nobel per la Chimica (1963). Un’impostazione, quella dell’Innovazione aperta, che ha molte sfaccettature ed “esperimenti” al mondo, come l’indiana Jugaad (trovare soluzioni innovative, frugali e talvolta geniali, per risolvere problemi o circostanze avverse con strumenti quotidiani) ben raccontata in un volume (Jugaad innovation, Rubbettino, 272 pagine, 18 euro) la cui edizione italiana è stata curata da Giovanni Lo Storto, direttore generale dell’ateneo. «La Luiss opera per una nuova generazione di studenti, per prepararli al lavoro e non per dare solo un’impostazione teorica» ha concluso la vice presidente della Luiss, Paola Severino.

La presentazione della cattedra è parte di un impegno della Luiss verso l’innovazione aperta, in attesa di ospitare la sesta edizione della World open innovation conference (Woic), organizzata dalla Berkeley University, che porterà a Roma, i prossimi 12 e 13 dicembre, accademici e imprenditori da tutto il mondo, sulla sfida dell’Open Innovation per le aziende, le organizzazioni e le università. Altro appuntamento sarà l’European innovation forum che la Luiss organizzerà giovedì 16 e venerdì 17 gennaio 2020. Si tratta di un luogo di incontro per aziende europee di primo piano, in cui discutere di Open innovation e delle enormi potenzialità che apre, ma anche dei problemi nella sua attuazione.

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