Interventi

Innovazione e rigenerazione urbana, un tema cruciale

di Stefano Soliano

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3' di lettura

“Il 72,3% dei residenti nelle periferie metropolitane rileva come, a causa della recessione, molti negozi e bar abbiano chiuso; per il 56,6% sono diminuiti i servizi locali e per il 50,4% sono peggiorate la manutenzione e la pulizia delle strade e degli spazi pubblici”. Questi dati di “Rete urbana delle rappresentanze” sinteticamente danno l'idea di cosa possa essere il degrado urbano e sono stati riportati all'interno dell'interessante e recente contributo sul Sole 24 Ore di Giorgio Santilli “La rigenerazione delle periferie tra città di pietra e città di carne” .

E' a partire da tali elementi che vogliamo svolgere una riflessione parallela ma nello stesso tempo convergente mettendo a tema il rapporto tra la rigenerazione urbana e il fenomeno dell'innovazione, in quanto paradigma interpretativo dell'odierno sviluppo economico che si riscontra all'interno dei tessuti imprenditoriali e connettivi sociali.
Certo, l'argomento è stato più volte affrontato, per lo più dal punto di vista dell'indotto economico generato dall'insediamento in determinate aree urbane di attività volte a diventare fermento e lievito dell'ecosistema gravitante su di esse. Ma questo modo di vedere la questione ci sembra sinceramente riduttivo.
Sarebbe, inoltre, impreciso e fuorviante pensare all'innovazione come ad una mera questione tecnologica. A nostro parere l'innovazione, ogni innovazione, può definirsi tale solo se è in grado di creare valore (economico, ambientale e sociale), di migliorare le condizioni di vita delle persone, di tutte le persone. Un'innovazione che generi vantaggi solo a pochi non può essere definita tale.
La trasformazione di cui parliamo, benché prenda origine da sviluppi tecnologici e digitali, genera, tuttavia, impatti e ripercussioni che toccano nel profondo la struttura delle relazioni lavorative e sociali, rendendo necessaria una rivisitazione del contratto sociale.

Non si può, dunque, pensare di parlare di innovazione senza condividere il tema della sostenibilità, oggi più che mai al centro del dibattito, da considerarsi come cornice e prospettiva all'interno della quale collocare la competitività dell'impresa. I nuovi modelli di sviluppo, da un lato quello della gestione dei siti produttivi, dall'altro quello inteso come chiave per interpretare il presente, ci impongono di contestualizzare al suo interno anche il tema dell'innovazione. Questa, di conseguenza, non può non fare i conti con l'intero ecosistema che la riguarda. Una fabbrica, o un insieme di unità produttive, che fanno innovazione, sono condotti a debordare, quindi, le proprie mura, e a coinvolgere, non solo dal punto di vista economico, ma anche sociale gli ambiti territoriali di riferimento. Il territorio circostante è fatto di ambiente, cultura, lingua e tradizioni, e naturalmente di infrastrutture. Il sito produttivo che innova, proprio in quanto tale, è portatore di una nuova cultura che deve contaminare anche gli ambienti circostanti. Nello stesso tempo, questi ultimi chiameranno in causa le fabbriche intelligenti con il proprio track record, nell'ottica di non perdere il patrimonio che ne definisce la peculiarità e l'identità socio-economica. E' a uno scambio virtuoso che impresa e territorio sono chiamati, scambio che avrà come finalità quella di generare valore per tutti gli stakeholder, dagli azionisti ai dipendenti, dai fornitori agli abitanti del territorio adiacente. Tale scambio spesso è agevolato dal recupero di aree industriali dismesse, un tempo simbolo del capitalismo territorializzato, oggi, invece, sintesi tra manifattura ed economia dei servizi, volano di rigenerazione urbana.

Occorre pensare e implementare un'innovazione sociale che segua di pari passo o addirittura anticipi l'innovazione tecnologica in atto. Nuove forme di ridistribuzione del reddito, nuovi modelli di impresa capaci di ibridare profit e non profit, politiche attive del lavoro, nuovi contratti e rinnovate relazioni sindacali.
Solo una presa di coscienza sistemica, sollecitata da una politica in grado di visioni e non appiattita su continue imminenze elettorali, sostanziata da una riflessione comune cui partecipino generosamente imprese, corpi intermedi, rappresentanti del mondo della ricerca e dell'innovazione, potrà consentire l'evoluzione di una comunità capace di integrare armonicamente sviluppo tecnologico, sociale e ambientale e di conseguenza formare una civiltà realmente sostenibile.
In tempi non sospetti (anni '50) Adriano Olivetti definiva in questo modo le imprese: ”La fabbrica non può guardare solo all'indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia”.
*Direttore Generale ComoNExT Innovation Hub

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