Attualita

Inps, il fondo Tfr in gestione è a un passo dal disavanzo

di D.Col.


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3' di lettura

Mentre il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, e la ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, studiano come istituire un nuovo fondo pubblico di previdenza complementare per i lavoratori più giovani, nel bilancio dell'Istituto un altro fondo comincia a scricchiolare viaggiando spedito verso il disavanzo. Si tratta del fondo costituito nel 2007 in Tesoreria dello Stato e gestito da Inps in cui affluisce il Tfr dei dipendenti impiegati in aziende con più di 50 addetti che ai tempi della riforma Damiano (governo Prodi 2006-2008) decisero di non aderire ad alcun fondo pensione per “lasciare il Tfr in azienda”.

A fine 2018 erano poco più di 3 milioni e 312mila i lavoratori che versavano su questo Fondo: 1,8 milioni uomini e poco più di 1,4 milioni donne; età media 44 anni, per un contributo di 231 euro al mese, sempre in media. L’accantonamento annuo è pari al 6,91% della retribuzione utile ai fini del calcolo del Tfr e ogni anno, a fine dicembre, queste risorse sono rivalutate con un tasso composto dell’1,5% più il 75% dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati. Come ci ricordano puntualmente le statistiche Covip, questa rivalutazione è sempre stata inferiore ai rendimenti garantiti dai fondi pensione negoziali, aperti o Pip, sia in media d’anno sia in termini cumulati.

In dodici anni questi lavoratori che avevano deciso di “lasciare il Tfr in azienda” hanno in realtà versato sul Fondo dello Stato 36,3 miliardi di euro, in termini cumulati. Risorse che sono state di volta in volta utilizzate per tamponare diverse esigenze di finanza pubblica, come prevede la legge istitutiva. Ogniqualvolta un lavoratore iscritto è andato in pensione o ha cambiato azienda o ha perso il posto, il suo Tfr è stato liquidato da Inps attingendo da questo Fondo e finora la differenza tra entrate e prestazioni ha chiuso in positivo. Finora, perché l’avanzo, superiore ai 5 miliardi nel 2007, è sceso sotto il miliardo e mezzo l’anno scorso, dimezzandosi negli ultimi cinque anni. Se la dinamica non cambierà tra qualche anno il Fondo sarà in rosso.

Come in tutte le gestioni Inps caratterizzate da uno squilibrio tra contributi versati e prestazioni erogate, quando si arriverà allo squilibrio la differenza ce la metterà lo Stato con nuovi trasferimenti, restituendo con il passare degli anni il capitale che si era cumulato nella fase di maturazione del Fondo.

Che cosa si può imparare da questa storia? Primo, che il Tfr di questi lavoratori di medio-grandi aziende non ha garantito liquidità alle medesime ma allo Stato, in cambio di una rivalutazione del capitale al di sotto delle medie di mercato. Secondo, che una gestione a ripartizione ha tempi non necessariamente lunghi di maturazione e se il mercato del lavoro si restringe il capolinea può arrivare prima del previsto. E chi paga, come detto, è lo Stato, tramite le tasse versate dalle generazioni correnti.

Sul nuovo fondo pubblico complementare per i giovani nulla si sa al momento. Per vedere le sue prestazioni future bisognerà aspettare anni, mentre sono giunti a maturazi0 one i fondi negoziali nati con la riforma di una ventina di anni fa, e ora cominciano a pagare le loro prestazioni integrative. La solidità di questi ultimi fa venire qualche dubbio che un gestore pubblico sappia fare altrettanto bene.

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