ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl Rapporto annuale Inps

Pensioni, allarme costi: per passare da quota 100 a quota 41 servono subito 4,3 miliardi

La relazione 2020 dell'ente previdenziale: necessari non più di 443 milioni nel primo anno per la proposta Tridico di un anticipo della sola quota contributiva della pensione. Tra i pensionati cresce la disuguaglianza di genere. Tra marzo 2020 e febbraio 2021 preservati 330mila posti di lavoro dal blocco dei licenziamenti

di Marco Rogari

Pensioni, Sbarra: con fine quota 100, non tornare alla Fornero

5' di lettura

Oltre 4,3 miliardi già nel primo anno fino a superare i 9,2 miliardi nell'ultima annualità di un tratto di percorso decennale. È pesante il costo, in termini di maggiore spesa pensionistica, dell'eventuale passaggio da Quota 100 alla cosiddetta Quota 41, ovvero la possibilità di uscita anticipata al raggiungimento del quarantunesimo anno di contribuzione e senza vincoli anagrafici, su cui spingono i sindacati e la Lega. A stimare l'impatto di questa opzione, così come delle altre ipotesi in campo per introdurre nuova flessibilità in uscita con lo stop a fine anno dei pensionamenti anticipati con almeno 62 anni d'età e 38 di contribuzione, è la relazione annuale 2020 dell'Inps, illustrata alla Camera dal presidente dell'Istituto, Pasquale Tridico, che fotografa anche la risposta del nostro sistema di Welfare alla crisi pandemica.

MAGGIOR SPESA PENSIONISTICA NEL DECENNIO 2022-2031
Loading...

Post-Quota 100: la proposta-Tridico la più sostenibile per i conti

Dal lavoro fatto dagli esperti dell'ente previdenziale, a cominciare dalla direzione studi e ricerche, emerge come Quota 41, che arriverebbe ad impegnare fino allo 0,4% del Pil, costerebbe molto più di altre due proposte lanciate nei mesi scorsi per introdurre un sistema flessibile dopo la fine della sperimentazione triennale di Quota 100 in calendario a fine anno: la prima è quella che prevede la possibilità di uscita per tutti con 64 anni d'età e 36 di contribuzione e un assegno tutto “contributivo” o, in alternativa, con 64 anni d'età, 20 di contributi e un importo minimo del trattamento di almeno 2,8 volte l'assegno sociale (e sempre in configurazione contributiva); l'altra opzione è quella di un anticipo pensionistico per la sola quota di pensione contributiva maturata al raggiungimento dei 63 anni di età e con almeno 20 anni di versamenti e un importo minimo pari a 1,2 volte l'assegno sociale. Proprio quest'ultima ipotesi, che è stata promossa nelle scorse settimane da Tridico, è quella che presenta i costi più bassi per il sistema pensionistico: si partirebbe con non più di 443 milioni il primo anno per arrivare a poco più di 2 miliardi nell'ultima annualità su un arco decennale. La seconda proposta, considerata più equa in termini intergenerazionali, produrrebbe risparmi già poco prima del 2035 per effetto della minor quota di pensione dovuta all'anticipo ma soprattutto ai risparmi generati dal calcolo contributivo, ma nella fase di innesco farebbe lievitare la spesa di quasi 1,2 miliardi nel primo anno con un picco di 4,6 e 4,7 miliardi nel quinto e sesto anno del tratto decennale.

Loading...

Tra il 2000 e il 2020 spesa pensionistica su del 2,8%

Nel dossier Inps si osserva che tra il 2000 e il 2020 la spesa pensionistica complessiva calcolata attraverso i fondi gestiti dall'Inps, è lievitata del 2,8% in termini nominali. Ma si fa anche notare che in rapporto al contesto macroeconomico la dinamica della spesa pensionistica ha evidenziato un rallentamento della crescita a partire dal 2014. Il rapporto tra il numero di pensionati e occupati si mantiene però su un livello che è tra i più elevati nel quadro europeo. E anche un altro dato non appare tranquillizzante: il rapporto tra l'importo complessivo delle pensioni (in termini nominali) e il numero di occupati è cresciuto del 70% tra il 2001 e il 2020.

Il rafforzamento dell'Ape sociale e dei percorsi agevolati per “usuranti” e “precoci”

Nella relazione Inps non si prospetta una vera e propria riforma per il dopo-Quota 100, ma si sottolinea che la scelta che sarà fatta dal legislatore dovrà tenere conto del crescente livello di spesa pensionistica rispetto al Pil a normativa vigente e delle ricadute sul denominatore (la crescita) delle tensioni che ci saranno nei prossimi anni anche in seguito alla crisi pandemica oltre a quelle che agiscono già da tempo sul numeratore, a partire dai fenomeni demografici. L'ente previdenziale guidato da Tridico suggerisce a governo e Parlamento di tenere in debita considerazione l'importanza dell'equità intergenerazionale puntando a creare condizioni di flessibilità nel solco di quelle già esistenti nel sistema contributivo anche per evitare di penalizzare ancora una volta le giovani generazioni. Un’altra priorità, già indicata più volte dallo stesso presidente dell'Inps, è quella della tutela dei lavoratori “fragili” (senza lavoro o in condizioni di salute precarie) o impegnati in attività gravose per i quali andrebbero rafforzati alcuni strumenti esistenti come l'Ape sociale e i canali di uscita agevolati previsti per i lavori usuranti e i lavoratori cosiddetti ”precoci”.

Anche tra i pensionati cresce la disuguaglianza di genere

L'Inps sottolinea che tra il 2012 e il 2020 è aumenta visibilmente anche la differenza tra le “mediane” del reddito pensionistico di maschi e femmine. E questo è considerato un segno di una crescita della diseguaglianza di genere tra i pensionati. Anche perché la differenza tra le mediane del reddito pensionistico di uomini e donne aumenta visibilmente a partire dal 2012 sia per i tratta¬menti di anzianità (da circa 400 a 550 euro) che per quelli di vecchiaia (da circa 200 a 250 euro).

Tra marzo 2020 e febbraio 2021 preservati 330mila posti di lavoro con il blocco dei licenziamenti

Gli esperti dell'ente previdenziale guidato da Tridico hanno anche effettuato una stima dei posti di lavoro “preservati” preservati con il blocco dei licenziamenti nel periodo marzo 2020-febbraio 2021: sarebbero circa 330mila e per oltre due terzi sarebbe riconducibili alle piccole imprese (quelle con meno di 15 dipendenti). Nella stessa relazione si afferma che si tratterà ora di vedere come evolverà questo saldo con la fine del “blocco” e si ricorda che negli anni precedenti la pandemia “i licenziamenti di natura economica superavano il mezzo milione all'anno, a fronte tuttavia di una dinamica positiva di assunzioni”. Si fa anche notare che, nel complesso, considerando tutte le tipologie contrattuali, alla fine dello scorso mese di febbraioi posti di lavoro dipendente presso le aziende private risultavano diminuiti di 37mila unità rispetto allo stesso periodo del 2020.

Con il Covid le settimane effettive di lavoro sono scese da 42.9 a 40.1

L'Inps sostiene che la pandemia non ha tanto ridotto il numero assoluto di assicurati all'Istituto quanto il numero medio di settimane di effettivo lavoro, che è sceso dal valore di 42.9 del 2019 a 40.1 nel 2020. E questo, si sottolinea nella relazione annuale, corrisponde ad una contrazione dell'input di lavoro pari al -6.5% (in linea con gli altri indicatori del mercato del lavoro), che in gran parte si è scaricata sulla componente straniera, in riduzione significativa durante lo scorso anno. Sempre nella relazione si afferma che l'invarianza del numero degli assicurati si accompagna ad un turn-over di cancellazioni e nuove iscrizioni non trascurabile di circa 2 milioni di persone, di cui una componente significativa è data dai nuovi iscritti per effetto del ricorso al bonus baby-sitting (431.000 nuovi assicurati).

Soprattutto le piccole imprese aggredite dalla recessione: la domanda di lavoro è calata del 16,6%

Come è noto, la recessione ha colpito in maniera più dura soprattutto il settore delle piccole imprese. Gli esperti dell'Inps, utilizzando come misura della domanda di lavoro gli “anni-uomo contribuiti”, hanno riscontrato che nel 2020 la domanda effettiva di lavoro dipendente è risultata in calo dell'8.5% per effetto della crisi pandemica che ha investito principalmente il settore privato (-10.6% corrispondenti a circa 1,3 milioni di anni-uomo), con un picco del -16,6% nell'area della piccola impresa (quelle fino a 15 dipendenti). Ma la domanda è significativamente diminuita (-11,3%) anche nelle medie imprese (tra 15 e 99 dipendenti) e, decrescendo, pure nelle aziende di dimensioni più grandi (-5.3%). Anche l'apporto del settore pubblico è stato negativo (0.7%), principalmente a causa del turnover generazionale.


Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti