l’impatto della pandemia

Inps, lo stress test Covid approvato (con riserva) da utenti e dipendenti

Il giudizio sul ruolo svolto dall'Istituto nel pieno della pandemia è rimasto sostanzialmente positivo («di tenuta rispetto alle valutazioni degli anni passati») da parte di chi chiedeva prestazioni ordinarie. Più critici coloro che hanno chiesto bonus o sussidi targati Covid

di Davide Colombo

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(ANSA)

4' di lettura

Lo smart working quasi generalizzato imposto dall'emergenza sanitaria non sembra aver inciso sulla produttività dell'Inps e l'esperienza, ancora in pieno corso, è stata ed è vissuta dai dipendenti come una soluzione lavorativa utile e replicabile anche in contesti di “nuova normalità”. Allo stesso tempo il giudizio degli utenti sul ruolo svolto dall'Istituto nel pieno della pandemia è rimasto sostanzialmente positivo (“di tenuta rispetto alle valutazioni degli anni passati) da parte di chi chiedeva prestazioni ordinarie e un po’ più critico da parte di chi ha invece chiesto bonus o sussidi targati Covid e per i quali sono scattati picchi di richieste senza precedenti.

Doppio test targato Covid-19

Due indagini in fase di pubblicazione della Direzione Sudi e Ricerche dell'Istituto provano a restituire una prima immagine statistica di quello che è successo in Inps negli ultimi dodici mesi e di quello che è stato percepito al di là dell'ondata di critiche registrate a più riprese dai media, concentrati in particolare sui tempi di pagamento rispetto al boom di domande della cassa integrazione straordinaria. Le analisi sono interessanti non solo perché basate su una rigorosa metodologia e tecnica campionaria ma anche perché hanno registrato una percentuale di risposte ai quesiti somministrati piuttosto buona, date le circostanze non facili del periodo. Alla prima indagine, rivolta ai dipendenti, ha partecipato il 42%, contro una media del 15% nelle rilevazioni annualmente condotte, mentre nel secondo caso gli utenti finali a cui è stata inviata l'e-mail per la compilazione del questionario sono stati 156.434, e gli intervistati totali 18.579, di cui 2.945 percettori di prestazioni legate all'emergenza Covid-19 (campione Covid) e 15.634 utenti generici, percettori di altre prestazioni o non percettori (campione generale).

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Campioni molto rappresentativi

I risultati vanno letti con tutte le cautele del caso e non sono naturalmente pienamente confrontabili con le serie anche più recenti, vista la discontinuità in atto. Ma hanno un valore segnaletico: stiamo parlando pur sempre del primo istituto previdenziale d'Europa, con oltre 28mila addetti, e che dopo i picchi di smart working al 90-95% nel giugno scorso continua attualmente a garantire il 50% delle produzioni tramite forme di lavoro agile da remoto. Tanto per contestualizzare: nel 2019 secondo Eurostat in Italia le esperienze di smart working si attestavano attorno al 3,6% (570mila soggetti, nei numeri del Politecnico di Milano) contro una media del 6% dei Paese dell'eurozona o il 14% dei Paesi Bassi o della Finlandia. I dipendenti, pur con varie sfumature legate all'età (è di 51 anni l'età media) e alle condizioni famigliari e materiali in cui si è svolta l'esperienza di lavoro da remoto, danno una valutazione positiva di replicabilità a regìme, magari con forme di alternanza con il lavoro in presenza. Mentre, come si diceva, sugli indicatori di analisi della produttività standard, neutralizzati rispetto alle nuove prestazioni di emergenza introdotte nel 2020, hanno mostrano una sostanziale neutralità di impatto tra lavoro in presenza e non.

La reputazione non vacilla

L'indagine reputazionale che misura la valutazione degli utenti su grandezze come l'accessibilità del servizio, la capacità di risposta, l'affidabilità e l'autorevolezza, ha mostrato risultati positivi, addirittura in miglioramento, da parte degli over 64enni e di “tenuta” da parte dei percettori dei sussidi emergenziali. I risultati - si legge nelle conclusioni del secondo Rapporto di ricerca, “sembrano indicare come aree di miglioramento i servizi e le prestazioni legate ai lavoratori autonomi, professionisti, ovvero a quelle categorie che hanno sofferto della mancanza di un sistema di protezione sociale strutturato, facilmente attivabile nei casi di improvvisa interruzione dell'attività lavorativa e produttiva”.

Smart working, frontiera da esplorare

Sullo smart working l'analisi Inps apre un fronte importante all'interno del settore pubblico, in vista dei Piano organizzativi del lavoro agile (Pola) previsti dal dl 34/2020, dove si stabilisce che almeno il 60% dei dipendenti possa avvalersi di queste modalità senza penalizzazioni di carriera. Ma la ricerca e gli studi di impatto fioriscono giorno dopo giorno anche sul fronte del mercato. A gennaio una Nota Covid-19 di Bankitalia ha messo in luce come queste modalità di lavoro hanno consentito un minor utilizzo degli strumenti di integrazione salariale e alcune imprese dei servizi hanno anche aumentato il numero di ore lavorate. L'analisi di Bankitalia, firmata da Gaetano Basso e Sara Formai, dimostra come, a parità di altre caratteristiche d'impresa, vi sia una correlazione positiva, economicamente e statisticamente rilevante, tra il ricorso allo smart working e la quota di lavoratori che lo utilizzano, da un lato, e la tele-lavorabilità delle attività, la frazione di occupazione femminile, la retribuzione media e l'adozione di tecnologie cloud dall'altro. Dirigenti più giovani e il ricorso a pratiche manageriali più moderne e strutturate sono anche associati a un maggior utilizzo di questo strumento. Sebbene preliminare, le evidenze parlano chiaro: l'utilizzo dello smart working ha consentito durante l'emergenza, come detto, un minor ricorso alla cassa integrazione e, per alcune imprese dei servizi caratterizzate da una maggiore telelavorabilità delle mansioni, un aumento delle ore lavorate.

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