premio italo calvino - racconto n. 5

Insegnami a leggere il vento

di Samantha Mammarella


8' di lettura

Fiorentina era una donna superstiziosa. Recitava da sempre una formula segreta per levare il malocchio. Credeva nelle maledizioni lanciate dalle streghe e alla storia della Pantàfica, una vecchia che di notte le si piazzava sulla pancia per non farla respirare.

Rabbrividiva di fronte alla leggenda di un certo Anselmo, un uomo che raccoglieva nel fango le impronte di chi voleva punire, le lasciava seccare e poi le bruciava, così che i corpi di quelle persone prendessero fuoco all'improvviso.

Fiorentina era mia nonna e pensava che il giovedì, quando il vento soffiava da est verso ovest, succedessero solo cose belle.

Ci credeva perché era in un giorno così che suo marito Michele era tornato dalla guerra.

Struppiato, ma ancora vivo, raccontava lei affondando le dita nell'impasto del pane.

Quando lui aveva bussato alla finestra del casale, Fiorentina lo aveva riconosciuto dalla punta del naso. Era così dimagrito che i pantaloni gli ballavano lenti attorno alle gambe rinsecchite. Pure gli occhi non erano più gli stessi. Erano come annebbiati, come se qualcuno c'avesse ficcato dentro un pugno di cenere.

Quel giorno erano rimasti sull'uscio senza parlare, con il vento di levante che gli accarezzava la faccia, a guardarsi come se si vedessero per la prima volta.

Poi Michele s'era lasciato abbracciare, tenendo le braccia stese lungo i fianchi, come due baionette che non hanno più bersagli da centrare, come se la guerra gli avesse fatto dimenticare cosa significasse sentirsi amato.

Non molto lontano da quell'abbraccio, ai piedi di una quercia, due bambini si sfidavano a sputare più lontano. Il più grande si chiamava Guido e aveva occhi grandi e neri e un piccolo neo sul mento, e denti larghi in una bocca troppo piccola per contenerli tutti. Aveva smesso di sputare e di colpo s'era come paralizzato a vedere sua madre abbracciare un estraneo davanti alla porta di casa. Suo fratello più piccolo invece, non si era accorto di niente e con il dorso della mano aveva continuato ad asciugarsi il mento ogni volta che non riusciva a spingere abbastanza lontano un proiettile di saliva.

“Guarda chi ci sta!”, Fiorentina aveva fatto segno al marito di avvicinarsi alla quercia.

Il nonno aveva raggiunto i bambini con un'andatura sbilenca, stringendo un po' i denti come si fa per un dolore fresco. Zoppicava Michele, perché un proiettile gli aveva attraversato il ginocchio senza trovare più l'uscita. Ma non era quella gamba da trascinare a renderlo diverso da prima. La guerra lo aveva attaccato da dentro, aggrappandosi alle pareti dello stomaco come un parassita velenoso, come un qualcosa che provava a tirare fuori ma gli restava attaccato in gola, facendolo tossire. Era tornato, anche se non era più lo stesso, con quell'andatura storta che lo faceva assomigliare alla porta cigolante di una vecchia casa abbandonata. La guerra, in qualche stanza della sua mente, continuava a sopravvivere e quando provava a scacciarla, c'era il ginocchio sparato a lanciargli una stilettata in mezzo alla carne.

Michele aveva accarezzato piano la testolina del bambino più grande mentre il cuore gli faceva su e giù come una molla. Guido s'era scansato infastidito. Chi era quell'uomo e cosa voleva da sua madre?

Michele aveva cercato di addomesticare quella diffidenza, infilando una mano in tasca e tirando fuori l'unica cosa che era riuscito a procurarsi durante il viaggio di ritorno. “Tu sei Guido, non è così?”, gli aveva chiesto.

Guido lo aveva guardato di traverso senza rispondergli ma non ce l'aveva fatta proprio a non allungare la mano. S'era ficcato in bocca la caramella, perdonando persino a quello straniero di aver stretto sua madre tra le braccia.

Il bambino più piccolo invece, era rimasto a mani vuote, con le labbra schiuse di chi aspetta che qualcosa prima o poi arrivi. S'era infilato meglio la maglietta nei calzoncini corti, aveva passato la mano a mo' di pettine sulla testa affinché i ricci ingarbugliati trovassero un ordine. Poi era tornato a fissare con il naso all'insù quell'uomo sbilenco che al posto delle braccia teneva due rami secchi. Fiorentina s'era avvicinata ai tre mentre il sole era diventato un pallone giallo e l'orizzonte tremolava sotto la luce accecante.

“E a questa creatura niente gli dai? È tua pure quessa”, aveva detto lei.

Il nonno aveva trattenuto il fiato come se nell'aria non ci fosse abbastanza ossigeno per tutti. Poi s'era rinfilato la mano in tasca cercando un'altra caramella.

“Prendi qua, ci stanno per tutti e due”, lo aveva incoraggiato.

“Grazie, signore”, il piccoletto aveva afferrato il confetto colorato con la foga di chi non vede caramelle da un bel po'. Poi aveva sorriso, mostrandogli una dentatura intagliata come le zucche di Halloween.

“Come ti chiami?”

“Michele”, aveva risposto il bambino nel silenzio della campagna, guardando negli occhi suo padre per la prima volta.

Mi avevano raccontato che i primi tempi che era tornato dal fronte, il nonno si sedeva a tavola e mangiava come se vedesse il cibo per la prima volta. Quando sentiva l'odore del sugo che ribolliva nella pentola, la bocca gli si riempiva di saliva. Masticava fino a sentire lo stomaco scoppiare e beveva il vino tutto d'un fiato. Con i denti strappava il pane dalla pagnotta senza tagliarla a fette, sembrava avesse terminato la pazienza di aspettare e il tempo da sprecare.

Della guerra poi, non raccontava mai, piuttosto cambiava discorso. Una sera però fu il vino a sciogliergli un po' la lingua. Mentre parlava prese a stringere il bicchiere con troppa forza, come se volesse spaccarlo. Disse che non c'era cosa peggiore che trovarsi armati di fronte a due occhi che non hai mai visto prima, e trovarci dentro la tua stessa disperazione.

Dopo cena il nonno si metteva a letto e spesso non dormiva bene. Non ho mai capito se fossero gli incubi a tormentargli il sonno o se fosse soltanto l'eccesso di cibo a rotolare in una pancia rimasta vuota per tanto tempo. Per Fiorentina invece, la spiegazione possibile era una soltanto: si chiamava Pantàfica e andava domata. La soluzione era quella di lasciare un fiasco di vino accanto al loro letto. La vecchia megera lo avrebbe bevuto per tutta la notte e Michele, finalmente, avrebbe riposato come Cristo comanda.

Anche negli anni a seguire non ho mai capito perché il nonno la lasciasse fare, se credeva anche lui nelle maledizioni o se non ostacolasse Fiorentina semplicemente per il quieto vivere. Ogni volta che lui aveva mal di testa, lei prendeva un piatto fondo e lo riempiva d'acqua. Poi si chinava verso il pavimento e afferrava il boccione dell'olio, tenendolo dalla pancia. Ne lasciava cadere un filo sottile in una tazzina da caffè e sistemava l'occorrente sulla tovaglia. Il nonno strusciava la sedia sul pavimento e le si sedeva di fronte, con i gomiti piantati sul tavolo. Lei diventava seria e prima di iniziare si faceva il segno della croce. Le labbra si muovevano nell'aria mentre col pollice intinto d'olio insisteva sulla fronte del marito.

La formula per togliere il malocchio l'aveva ereditata da una vecchia del paese, gliela aveva sussurrata in un orecchio a mezzanotte, durante la messa di Natale. Fiorentina l'aveva imparata a memoria, seduta tra i banchi della chiesa. Più volte da bambina avevo interrotto la sacralità del rito nel tentativo di estorcerle la formula, ma non c'ero mai riuscita.

“Guarda che il malocchio non è un gioco!”, mi disse seria un giorno.

“Ma perché nonna, non posso sapere la formula?”

“Perché a dirla così porta male!”, m'aveva ammonito.

Non c'era niente nella vita di Fiorentina che non fosse legato a una credenza o a una superstizione.

Ogni fine agosto ad esempio, la nostra famiglia si riuniva per preparare le conserve dei pomodori nella cucina di casa. Oltre cento bottiglie vuote di birra Peroni se ne stavano in fila sulle mensole di legno. Il nonno prendeva i San Marzano maturi da una grande cassetta di plastica, li lavava uno a uno e li metteva a scolare all'ombra, su un canovaccio di lino pesante. La nonna tagliava i pomodori a pezzi e mi affidava il compito di infilare un paio di foglioline di basilico nel collo delle bottiglie. Prima di cominciare però, Fiorentina chiedeva a tutte le femmine con le mestruazioni di lasciare la cucina, diceva che se avessero toccato i pomodori la salsa sarebbe inacidita.

“Perché quelle se ne vanno e io devo restare qua dentro a lavorare?”, la fronte mi s'era sgualcita per il nervoso.

Nonna non aveva risposto e mi aveva fatto il gesto di continuare a infilare il basilico nelle bottiglie riempite fino all'orlo. Mi ero alzata di scatto ed ero corsa fuori, stanca di essere trattata sempre come una bambina.

Avevo raggiunto il nonno nell'orto, il bastone di legno che lo aiutava a muoversi con meno fatica era appoggiato sul tronco della quercia.

Fu allora che glielo chiesi. Non so perché, lo feci e basta. Gli domandai se durante la guerra avesse mai ucciso qualcuno. Lui strizzò gli occhi in direzione della stalla. Poi prese a tossire, come se di colpo sentisse un male fortissimo alla gola, come se non riuscisse più a respirare. Corsi in casa col cuore tra i denti. Presi dell'acqua e lo raggiunsi fuori. Lo trovai seduto a terra con gli occhi chiusi, le nocche strette a pugno. Mi avvicinai piano, stringendo le mascelle fino a farmi male. Lui appoggiò la bocca al bordo del bicchiere e un rigolo trasparente gli scivolò sotto il mento.

“Stai bene, nonno?”, le tempie mi pulsavano forte, forte come non le avevo mai sentite, neppure giocando a nascondino, quando avvertivo vicina la voce di chi mi stava cercando.

Il nonno annuì mettendo la mano a coppa sul ginocchio.

Quando Fiorentina lo vide a terra, corse verso di noi invocando il santo del paese e portandosi le mani nei capelli.

“Che è stato, Michè?”

“Non è niente, statti tranquilla”.

Il nonno non disse mai a nessuno cosa avesse scatenato quel malore e io smisi per sempre di domandargli del fronte.

Oggi è giovedì e fisso questa busta di carta. La rigiro, la passo da una mano all'altra. È fredda anche se sembra che scotti. Stringo gli occhi in due minuscole fessure e la osservo in trasparenza. Poi l'appoggio sul tavolino quadrato e lascio una mano penzoloni sulla soglia di marmo. Il vento filtra tra le dita come farina in un setaccio. Insegnami a leggere il vento, nonna, dimmi come si fa a fingere che la corrente sia una sfera di cristallo da interpretare.

Oggi è giovedì e alla finestra c'è odore d'autunno. Il proprietario del vecchio cinema sotto casa si arrampica sulla scala di legno per incollare le locandine dei nuovi film in uscita. Anche Claudia, la commessa della libreria, tira fuori da una grande cesta di plastica i libri freschi di stampa. La
vedo dalla finestra, mentre fumo un'altra sigaretta col braccio appeso di sotto e il bavero del cappotto alzato fino al mento. Con la bocca lancio in alto cerchi di fumo, li vedo sollevarsi leggeri come palloncini gonfiati a elio. Prendo tempo mentre la cenere cresce, cerco coraggio, aspetto che Filippo torni dal lavoro. Ce lo siamo giurati, questa è l'ultima volta.

Penso a mia nonna, a quando diceva che non era solo una questione di superstizione, che smettere di leggere il vento è un po' come smettere di credere che un sogno possa avverarsi. Quando Michele glielo sentiva dire, gli venivano gli occhi lucidi perché sapeva che lei non aveva mai smesso di aspettarlo.

Il rumore delle chiavi che rimbalzano nella ciotola di coccio mi fa perdere un battito.

“Vieni qua”, dice Filippo senza togliersi il giubbotto.

Spengo la sigaretta e trovo spazio sulle sue gambe. I jeans mi tirano in vita da quando sono in cura.

“E se non succede niente?”, lo stomaco mi dà una stretta.

“Succede che a giugno ci sposiamo”.

Restiamo in silenzio per qualche secondo, prima che uno dei due trovi il coraggio di prendere l'iniziativa.

“Vado?”.

“Vai!”, e mi bacia la schiena.

Apro la busta mentre non voglio smettere di credere nei sogni.

“Se fosse femmina mi piacerebbe chiamarla Levante”, dico, “come il vento che tira da est verso ovest e che soffia quando accadono cose belle”.

L’autrice

Samantha Mammarella è nata nel 1979 a Pescara, dove vive e lavora come web editor. Laureata in Scienze della comunicazione, ha approfondito la passione per la scrittura seguendo il master in Tecniche della narrazione presso la scuola Palomar.

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