Giù dal lettino

Insidiose metafore belliche al tempo del coronavirus

La guerra come metafora morale è limitata, limitante e pericolosa

di Vittorio Lingiardi e Guido Giovanardi

4' di lettura

«La guerra come metafora morale è limitata, limitante e pericolosa. Circoscrivere l'azione a una “guerra contro qualcosa”, significa dividere il mondo in Me o Noi (buoni) e Loro o Voi (cattivi), riducendo la complessità etica e morale delle nostre vite a una logica binaria Sì/No, On/Off.» Ursula K. Le Guin, Il mago di Earthsea.

In questi mesi di coronavirus, come spesso succede con le malattie, ricorrono le metafore belliche: “in trincea contro il virus”, “i medici caduti al fronte”, “la guerra al nemico invisibile”. È l'opzione più a portata di mano, un meccanismo naturale e facilmente spiegabile: da una parte c'è un oggetto spaventoso e poco definito, dall'altra ci sono immagini immediate, comprensibili e in qualche modo già “mentalizzate”. La scrittrice e filosofa americana Susan Sontag però ci ha messo in guardia sull'uso di queste metafore. Parlando di tubercolosi, cancro e HIV, nei suoi due saggi La malattia come metafora (1978) e l'Aids e le sue metafore (1989) afferma che le metafore belliche in realtà sono figlie di una logica che rischia di renderci ancora più passivi e spaventati, impedendoci di cogliere le complessità sociali, politiche e culturali dei fenomeni medici. Il risultato è la rappresentazione di una lotta impari, che ci spinge a cercare soluzioni drastiche e autoritarie per proteggerci dal nemico e sentirci lontani dal fronte dove lottano i soldati “eroi” (medici e infermieri che invece dicono: “non siamo eroi, ma persone”). Sontag in realtà era contraria a assegnare qualsiasi significato alle malattie, perché secondo lei ogni significato non può che essere moralistico e conferire alle malattie un potere ulteriore. Su questo siamo meno d'accordo con lei. Esiste un lavoro metaforico buono che permette di comprendere i significati più profondi che l'esperienza della malattia (e della morte) porta con sé, ed è quello che a nostro avviso avviene in psicoterapia. All'interno delle relazioni terapeutiche (che come abbiamo visto continuano online), si possono generare nuovi significati per l'esperienza dell'isolamento, sia a livello individuale sia collettivo. Si possono costruire metafore che connettono il mondo interno e il contesto esterno, permettendo di dare un senso al presente, gettando ponti tra passato e futuro.
La metafora è un elemento fondamentale del pensiero e del linguaggio umano. In Metafora e vita quotidiana, George Lakoff e Mark Johnson mostrano (o meglio mostravano, il libro è del 1980) come gli esseri umani siano immersi nelle metafore, specialmente quando parlano di emozioni o di loro stessi (“oggi mi sento giù”; “ho la mente piena di pensieri”). Lo psicoanalista Arnold Modell le ha definite la “moneta corrente della psiche”. Scienza e medicina le usano di continuo. Come nota la filosofa Giulia Frezza nel suo recente libro Metafore di scienza (Editrice Bibliografica, 2019), dal DNA come codice, alla malattia definita cancro, «nel caso delle metafore scientifiche l'oggetto da definire [...] è un concetto astratto o difficile da spiegare, per cui si ricorre a una metafora per visualizzarne meglio alcune caratteristiche altrimenti difficili da immaginare».

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La psicoterapia ha un rapporto stretto con le metafore. Spesso paziente e terapeuta si incontrano nel costruire espressioni o trovare immagini che, per somiglianza o differenza, rimandano ai vissuti affettivi, ai sogni, ai ricordi, alle sensazioni, ai comportamenti e così via. L'elaborazione di esperienze traumatiche, per esempio, avviene anche grazie a metafore che i pazienti riescono a esprimere parlando delle proprie percezioni somatiche, delle immagini mentali, delle modalità relazionali.
Da questo punto di vista, valutando l'impatto psicologico di ciò che stiamo vivendo, ci sembra che le metafore belliche a volte ci portino … “in un campo minato”. L'immaginario di guerra, lo diceva Thomas Hobbes, apre un orizzonte “di morte e distruzione infinita”. Sì, anche in guerra il nemico è nascosto e insidioso, ma difficilmente lo pensiamo, come invece nel caso del coronavirus, come un microrganismo misterioso da rendere inattivo attraverso la ricerca scientifica. Man mano che la conoscenza scientifica procede, nelle stanze della psicoterapia emergono metafore non guerresche che ci aiutano a esplorare i significati psicologici dell'esperienza attuale. In questi giorni, nei racconti e nei sogni dei nostri pazienti non troviamo infatti soltanto immagini belliche, ma più spesso, almeno questo è il nostro caso, metafore di terrori quotidiani portati all'estremo: invasioni di parassiti, paura di essere emarginati come infetti, punizioni infantili legate all'isolamento. Come se questa vita reclusa facesse emergere qualcosa che era presente da molto tempo, sotto traccia, nel segreto delle nostre vite psichiche. Il libro Spillover di David Quammen o il film Contagion di Steven Soderbergh, sebbene usciti qualche anno fa, ipotizzavano scenari incredibilmente simili a quelli attuali. Non perché fossero opere profetiche, ma perché attraverso studi accurati (ambientali, alimentari, ecologici, biologici – e quante metafore a partire da questi!), hanno dato voce ai nostri peggiori incubi. In un momento come questo, prestare orecchio non a una ma a tante metafore può restituirci la complessità del lavoro psichico di fronte a un evento che non può essere elaborato solo a partire da un “ti ucciderò”.

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