Societa

Intellettuali e industria, l’incontro mancato

L'avversione nei confronti della fabbrica è la spia di una cultura antimoderna

di Giuseppe Lupo


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(AdobeStock)

3' di lettura

Tra le questioni che ci portiamo in eredità dallo scorso secolo ce n’è una che possiamo definire “resistenza al moderno” e paradossalmente rimane ancora irrisolta.

Mi è capitato di constatarlo qualche giorno fa, ospite di un convegno organizzato a Bologna da matematici dell’Università Bocconi.

Scopo dell’incontro era ricostruire il rapporto tra intellettuali e industrie nel periodo che preparava e accompagnava il boom economico: quel dialogo politecnico avvenuto sulle riviste aziendali, spesso affidate alla cura di poeti e scrittori, o attraverso la comunicazione pubblicitaria e la gestione delle risorse umane.

Di fronte ai numerosi esempi di integrazione fra umanesimo e industria – uso un termine che appartiene al lessico di Umberto Eco e del suo Apocalittici e integrati (1964) – la reazione di una parte dell’uditorio è stata attribuire all’operato di questi intellettuali una lettura politica, ma di segno contrario rispetto alle critiche corrosive che buona parte dell’intellighenzia italiana aveva riservato al mondo degli imprenditori, come se il lavoro in fabbrica avesse dato agli hommes des lettres la patente di individui a-ideologici, lontani dalle problematiche poste in campo dal marxismo, e li rendesse dei semplici strumenti nelle mani dei padroni (anche in questo caso, per la scelta del termine, mi affido al titolo di un romanzo di Goffredo Parise, Il padrone appunto, edito nel 1965).

La questione non è stata mai del tutto chiarita, ma contiene un discorso di importanza strategica.

Pur con innumerevoli contraddizioni, è evidente che il diffondersi dell’industrializzazione in Italia abbia contribuito a favorire un nuovo tipo di impegno per il ceto degli intellettuali: non più l’engagement che aveva contrassegnato l’immediato secondo dopoguerra, attribuendo coloriture da neorealismo, ma l’adesione a un progetto di modernizzazione del Paese a cui essi non potevano non partecipare, evitando così di ricadere nell’errore di credere nell’arcadia, di sentirsi sacerdoti di una inossidabile “età dell’oro”.

Se il moderno recava i segni deteriori delle periferie, dello smog, dell’alienazione, dello sfruttamento, del dolore, meglio negarlo che correggerlo: è stata questa la reazione nella stragrande maggioranza dei casi.

Ed è stata purtroppo la chiave con cui leggere nei processi di integrazione in seno alla fabbrica una lettura deformata che mirasse a evidenziare soltanto il male interiore della condizione intellettuale, una sorta di tradimento allo statuto di uomo libero.

Non è detto che le cose siano andate davvero così.

Lavorare per conto di un’industria poteva essere una forma di militanza civile, magari contromano rispetto al comune sentire dell’epoca, ma di sicuro attestava la volontà di non restare esclusi dalle sorti di una nazione che a grandi passi entrava nella civiltà delle macchine.

L’essere organici al sistema capitalista – «integrati» come li definiva Eco – aveva certo una ricaduta politica, però si trattava di una testimonianza civile trasversale al vangelo dei partiti, dove ai nomi di Volponi, Fortini, Bigiaretti (scissi tra ascendenze socialmarxiste e lavoro in fabbrica) si affiancavano quelli di cattolici come Pampaloni (che Adriano Olivetti chiamò alla vicepresidenza della sua azienda) o di non dichiarata appartenenza come Sinisgalli.

Il problema nasce nel constatare ora il processo di sclerotizzazione di questo discorso, quando cioè si continuano a osservare i fenomeni relativi a quegli anni con occhi ancora novecenteschi, come se non fossimo da tempo approdati nell’epoca post-ideologica e il Muro di Berlino non fosse caduto trent’anni fa. Il pericolo non si misura nel puro giudizio di valore circa l’operato degli intellettuali che lavorarono al servizio dell’industria, ma riguarda il destino di una letteratura che quasi sempre aveva reagito con scetticismo, per non dire con avversione, al processo di industrializzazione nel nostro Paese, favorendo l’atteggiamento di una chiusura tanto incomprensibile quanto pregiudiziale.

Domandiamoci quali siano stati i miti dell’intellettualismo in auge negli anni Cinquanta e Sessanta. E domandiamoci anche cosa ne sia rimasto alla luce di una trasformazione antropologica che era sotto gli occhi di tutti e che veniva erroneamente scambiata per una deriva della società di massa. Molto probabilmente su questo aspetto si è giocato gran parte della credibilità e dell’onestà della classe degli intellettuali e il fatto che ancora oggi, com’è accaduto durante il convegno di Bologna, si continui a provare avversione nei confronti della fabbrica può essere il segno di una cultura che ha mal digerito i processi di rinnovamento.

Solo quando avremo accantonato le ambiguità di un Novecento prigioniero di schemi duali potremo guardare allo scorso secolo con occhi autonomi rispetto a quelle strutture del pensiero che cinquant’anni fa hanno impedito alla nazione di maturare una coscienza del moderno e riguadagnare forse il terreno perduto rispetto agli altri Paesi occidentali, affrontare con un metodo scevro da pregiudizi la sfida di un’industria che reimposta le proprie rotte su princìpi come per esempio la green economy, più adeguati al presente.

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