la proposta

Intelligence, venture capital nella fondazione per la cyber security

Sulla struttura proposta dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, continua la tensione politica. Ma può essere un’occasione di rilancio per le imprese italiane del settore

di Marco Ludovico

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte (foto Ansa)

Sulla struttura proposta dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, continua la tensione politica. Ma può essere un’occasione di rilancio per le imprese italiane del settore


2' di lettura

L’istituzione di una fondazione cyber, proposta dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte e poi ritirata, per ora, dopo le proteste Pd e di Italia Viva, resta nelle cronache della verifica di governo in corso. Insieme alla richiesta, sempre dem e Iv, di un sottosegretario, un’autorità delegata ai servizi di informazione e sicurezza. Tema tutto politico, quest’ultimo; un po’ meno il primo, per i profili ormai sconfinati del rischio cyber. Li sottolinea, su un piano tecnico, Stefano Mele, presidente della commissione cibernetica del Comitato Atlantico Italiano.

«Occasione di sviluppo economico»

La creazione dell'Istituto Italiano di Cybersicurezza, sottolinea Mele, intanto ci «permette di adempiere alla richiesta dell’Unione europea di creare un centro di ricerca nazionale come interfaccia con il costituendo European Cybersecurity Competence Center». Ma c’è un punto strategico più immediato, anzi urgente. L’Istituto potrebbe avere «la principale funzione di colmare un'esigenza fondamentale, ovvero la mancanza di un fondo istituzionale di venture capital in materia di innovazione tecnologica». Mele, insomma, invita a guardare oltre la polemica su contrasti politici e poltrone. A suo avviso si tratta invece di «una preziosa opportunità».

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La sfida con il venture capital

«La priorità dell'Istituto Italiano di Cybersicurezza dovrebbe essere anzitutto quella di caratterizzarsi come un vero e proprio fondo pubblico o semi pubblico di venture capital in ambito tecnologico - sottolinea l’avvocato Mele - facendosi carico di finanziare e consolidare realtà tecnologiche nazionali». Il capitale di rischio messo a disposizione dalla Fondazione serve, dunque, a «supportare anche la nascita di tecnologie all'avanguardia nazionali per le attività svolte dalle nostre forze dell'ordine e dall'intelligence».

Un modello già all’estero

I maggiori attori internazionali nelle tecnologie orientate alla sicurezza nazionale «sono Stati Uniti, Regno Unito e Israele. Hanno da tempo investito una parte considerevole dei loro finanziamenti pubblici nella creazione o nel supporto di fondi di venture capital in ambito tecnologico puntando soprattutto sulla creazione di tecnologie disruptive a sostegno, almeno nel breve periodo, della propria sicurezza» ricorda il presidente della commissione cyber del Comitato Atlantico. E aggiunge: «Negli Usa la società di venture capital senza scopo di lucro denominata In-Q-Tel sin dalla fine degli anni '90 apertamente supporta, pur non facendone parte, le attività della Central Intelligence Agency (CIA) e delle altre agenzie di intelligence americane».

Il rischio di cedere informazioni riservate

Il quadro attuale in Italia, invece, è ancora all’anno zero. Mele, partner di studio Carnelutti responsabile del dipartimento Tecnologie, privacy e cyber, mette in evidenza come «il settore non può essere lasciato del tutto in mano ai privati. Lo Stato, invece, può pianificare anche investimenti in perdita se servono a dotare le nostre forze dell'ordine e l’intelligence dei migliori strumenti tecnologici». Le tecnologie più sofisticate «al momento non sono prodotte in Italia. Se le acquistassimo dalle aziende straniere che le commercializzano, oltre a pagare prezzi esorbitanti, rischieremmo di cedere informazioni riservate». L'Istituto Italiano di Cybersicurezza «dovrebbe essere subito incaricato di risolvere questo gap».

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