serie a

Inter già a un bivio con l’Atalanta. Per Conte l’ora della verità è sempre più vicina

La compagine nerazzurra non può più permettersi di perdere, eppure sembra ancora lontana dall’essere una squadra di successo

di Giulio Peroni

(AFP)

3' di lettura

Per l’Inter siamo già all’essere o non essere. Alla domenica particolare, alle ore della verità. Ai consuntivi che scavallano alibi ed ipotesi. Alle criticità che a questo punto dovranno avere nome e cognome. La partita di Bergamo contro l’Atalanta è già un dentro-fuori. Nei numeri, nelle ambizioni. Nella propria collocazione esistenziale. Che nella strana attualità nerazzurra è un esercizio proibitivo, più ostico di ogni avversario.

Contro la squadra di Gasperini, splendida e ancora maledettamente fragile (Liverpool- Napoli docet), il gruppo di Antonio Conte, dietro 5 punti dalla capolista Milan, quasi fuori dalla Champions, gioca una autentica finale. Quelle che di solito si giocano alla fine. Ma qui siamo ancora all'inizio. Un inizio che non decolla. Nemmeno parte. Tre vittorie in 9 gare ufficiali. Poca roba. Accompagnata da contenuti preoccupanti, stagnanti. Uniti dal filo rosso dell'incertezza.

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L'Inter non sa chi è per davvero. No sa dove può andare, forse nemmeno con chi. Tutto può accadere con l'Atalanta, tutto stavolta accadrà. Magari la svolta, l'addio alla difesa ballerina (bucata 10 volte in 6 gare), la velocizzazione del gioco. Il ritorno al credo contiano. Basterebbe quello. La squadra non può più permettersi di perdere. Ma nemmeno di credere nel futuro di chi non garantisce il presente. Come i nuovi arrivi Kolarov e Vidal, che per sostanza, età, sono un ora o mai più.

Il gruppo Suning le sta provando tutte. Ha messo al timone della società Beppe Marotta, il dirigente più esperto e vincente della serie A. Si è assicurata in panchina l'allenatore più costoso d'Italia, fino a ieri anche il più produttivo e tornacontista. Uno che tiene unite le fila, che trasforma anche i fanti in gladiatori. Un tecnico emozionale che ora sembra diventato un semplice allenatore. Che non cuce, non avanza a piedi uniti nell'epica, non mortifica i rischi dell'individualismo e dell'anarchia. Lui, ciò che resta di se stesso ed i suoi giocatori, sono chiamati con la Dea a una prova di identità. Di allineamento ad un progetto che, nel bene e nel male, non può più essere all'oscuro della verità. E non avere più figli e padri.

Dopo un percorso di crescita reale durato una stagione, stranamente interrotto dopo una finale europea. Con l'Atalanta torneranno Skriniar e Sanchez, forse non Lukaku, unico centro di gravità dell'ottimismo. È tutta l'orchestra che deve tornare ad esibirsi in qualche (credibile) intonazione. Dopo le stecche con la Lazio, il Milan, ed in Champions con tutti, persino con il peggior Real Madrid degli ultimi anni. All'Inter di Conte non si chiede arte improponibile per i suoi non-artisti, ma compattezza, affidabilità. E sorriso. Dopo di che, dovesse andare male, la (generosa) famiglia Zhang, che in due anni ha cercato la via della dimensione qualitativa e duratura, togliendo pure “Pazza Inter” dall'inno, sarà costretta ad una profonda analisi. Più che tecnica, nominale e strutturale. Mettendo tutto e tutti sotto la lente d'ingrandimento. A partire dalla campagna acquisti, per ora improduttiva, dell'usato sicuro voluta dal suo allenatore.

Fino al costoso (20 milioni) ed inspiegabile riscatto del sempre infortunato (si sapeva) Stefano Sensi. La proprietà cinese, in caso di ulteriore sconfitta, si focalizzerà sull'interruzione della irrinunciabile sintonia club-tecnico-giocatori. Un disallineamento inaccettabile per una multinazionale come Suning, dove “job” e ruoli devono agire in simmetria. Altre facili rese e divisioni interne da scarso feeling potranno non essere più accettate. Steven Zhang chiede a tutti una prova di verità.

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