calcio

Inter, dal sogno Messi all’austerity forzata. Anche in casa nerazzurra comanda Pechino

Che cosa succede alla linea strategica dell'Inter? Perché questo repentino dietrofront? Lo stretto rapporto tra la proprietà di Suning e il governo cinese

di Giulio Peroni

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Che cosa succede alla linea strategica dell'Inter? Perché questo repentino dietrofront? Lo stretto rapporto tra la proprietà di Suning e il governo cinese


3' di lettura

Dal progetto-Messi all’austerity. Dai sogni di grandeur e visibilità internazionale, al contenimento dei budget e degli investimenti. Tutto in pochi giorni. Che cosa succede alla linea strategica dell'Inter? Perché questo repentino dietrofront? Era il 28 luglio quando la tv di Suning proiettò l'immagine del fuoriclasse argentino sul Duomo di Milano. Più di un indizio. Un inizio. Un fatto concreto. Confermato e battezzato appena due settimane fa dall'ex presidente nerazzurro Massimo Moratti. «Suning ha provato o proverà a portare Messi all'Inter». Fonte indiscutibile. Sembrava cosa fatta. O da farsi. Un'operazione complessa nei costi, con ottimismo nei ricavi. Settanta milioni lordi annui solo di ingaggio. Da redditivizzare attraverso un'organizzazione ad hoc. Tanti gli attori. Investitori e beneficiari. Come si conviene a macro operazioni trasversali. Di impatto sociale. Non solo sportivo.

Un sogno chiamato Messi

Per tornare a vincere sul campo e fare numeri importanti nel marketing mondiale con il brand Inter, l'operazione- Messi, pensavano in casa Suning, si può fare. Obiettivo dichiarato sin dai primi giorni: essere tra i primi 3/4 club al mondo. Costruire un’Inter vincente e con Messi, del resto, è un affare che dà visibilità al mondo Cina. E rilancia in Oriente uno sport in caduta verticale. Ma le cose nel frattempo hanno preso una direzione opposta. Sono drasticamente cambiate. Non certo la voglia di crescere e vincere di Suning, del proprio staff. Beppe Marotta e Antonio Conte in testa. Ma c’è la direttiva del governo cinese. Imprescindibile. Un altolà che e' un diktat. Da cui non è possibile smarcarsi.

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Da Pechino arriva infatti un fermo “no” ad investimenti eccessivi in aree non strategiche per l'interesse e l'economia nazionale già flagellata dal coronavirus. Il football (momentaneamente) non rientra più nella fascia del core business di Stato. Nei contenuti sociali e di orgoglio nazionale da perseguire. Sui quali investire denari ed idee.

Il dietrofront del governo cinese sul calcio

E così dalle spese folli degli anni scorsi, vedi ingaggi faraonici ai giocatori, in Cina si è passati alla (parziale) dismissione del mondo-calcio. Un robusto giro di vite che ha portato la Premier League inglese a risolvere il contratto sui diritti tv con Pptv (gruppo Suning), inadempiente per 180 milioni. Pechino detta le condizioni, l’imprenditoria privata deve adeguarsi. In Cina il rapporto Stato-economia è gerarchico, verticistico. Come tra datore di lavoro e dipendenti. La famiglia Zhang, proprietaria di Suning, terza società non statale più ricca del Paese, 79 miliardi di fatturato in euro nel 2019, deve allinearsi. Non può certo rappresentare una eccezione. Anche in virtù dell'importante ruolo politico del presidente Zhang Jindong, eletto nel 2018 (fino al 2023) delegato dell'Assemblea Nazionale del Popolo, la più alta istituzione statale. L'unica Camera legislativa della Repubblica Popolare cinese.

Dunque l'Inter degli Zhang non può che perseguire alla lettera i dettami made in China. Ne deve essere da esempio. E così da Leo Messi apripista di un mercato altisonante e di investimenti onerosi ma futuribili, partito con lo scoppiettante arrivo del giovane laterale Achraf Hakimi (costo 40 milioni), l'Inter è passata alla strategia (degli altri) del portafoglio a km zero. E dell'autofinanziamento. Prima vendere, poi eventualmente comprare. Procedura standard nel calcio in tempi di fair play finanziario.

Suning, un colosso legato a doppio filo con il potere cinese

Se non fosse che la proprietà nerazzurra è un colosso. Il club da tempo è uscito dalla lista nera dell'Uefa. E al 30 giugno 2019 ha chiuso l'esercizio con una perdita pari a 48,4 milioni (peggioramento rispetto ai -17,7 milioni del 2018), ma con ricavi record a 417 milioni di euro, plusvalenze comprese (+20% circa sull'anno precedente).

L'Inter fa ciò che dice la Cina. Dinamica insolita, ma tant'è. E così è costretta a rivedere i propri piani, facendo inevitabile ricorso alla politica dell'usato (quasi) sicuro. Campioni ultra trentenni (Kolarov, Vidal, Darmian) che costano solo di ingaggio, ma di esperienza internazionale. E personalità certa. Tanto per non fare (ancora) arrabbiare Antonio Conte. Che alla società nel vertice di fine agosto ha chiesto giocatori pronti e consolidati, non affidandosi solo a campioni incerti. Ancora da farsi.

Al netto di Arturo Vidal, suo prediletto, chissà se il tecnico è però allineato alla forzata strategia del risparmio di Suning. Lui che tradizionalmente spinge per una politica “aggressiva” sul mercato. L'allenatore e Marotta volevano Sandro Tonali. La giovane promessa era già con un piede alla Pinetina. L'ha confermato il presidente del Brescia Massimo Cellino. Poi è passato al Milan. Dieci milioni subito. Altri 25 per il riscatto. Le recenti parole di Piero Ausilio, ds nerazzurro, riassumono bene l'inevitabile. «Tonali? Non possiamo permetterci certe operazioni». Sempre che non arrivino novità clamorose da Pechino.


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