Interventi

Interazione fra libero scambio e democrazia

di Giorgio Barba Navaretti


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4' di lettura

Tre rondini bastano a far primavera? Il G20 di Osaka ha prodotto tre buone notizie sul commercio internazionale, ma non credo che la bussola sia ancora tornata a puntare lontano dai rischi e dalle incertezze del crescente protezionismo. Quale sarà la strada futura dipenderà da come evolverà il rapporto tra libero scambio e democrazia.

Le tre buone notizie sono: la ripresa del dialogo Usa-Cina; la decisione di lavorare sulla riforma del sistema di risoluzione delle dispute commerciali alla Wto, bloccato dal rifiuto americano di sostituire i giudici in scadenza di mandato; l’accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur (concluso a Bruxelles in contemporanea al G20).

Tre passi certamente importanti. Il primo era in qualche modo atteso: paradossalmente, per quanto bisticcino, Cina e Stati Uniti non possono fare a meno l’uno dell’altro. Cosa significhi davvero la ripresa del dialogo lo scopriremo nei prossimi giorni. Sicuramente, avere smorzato il clima di tensione e fermato la spirale di rialzo dei dazi almeno rende possibile la trattativa.

La riforma della Wto è anch’essa un passo necessario. Al momento non c’è nessuna idea di come e in che direzione attuarla, ma averla menzionata significa che c’è la volontà di tenere insieme il sistema multilaterale di regolazione del commercio internazionale. Infine l’accordo Ue-Mercosur. La Ue non aveva mai varato un trattato così ampio e con implicazioni così profonde per gli scambi. L’accordo garantirà alle esportazioni europee l’accesso preferenziale a un mercato di 260 milioni di persone, cancellando 4 miliardi all’anno di dazi. E averlo varato in questo momento, dopo vent’anni di negoziati, significa dare un segnale molto forte di quanto una grande parte della comunità internazionale preferisca il libero scambio al protezionismo.

Bene, ma che c’entra la democrazia? Partiamo dal fondo, il trattato Ue-Mercosur: entrerà in vigore provvisoriamente perché dovrà essere ratificato da tutti i parlamenti dei Paesi membri, oltre che dal Parlamento europeo. Nonostante la competenza della politica commerciale sia della Commissione e del Parlamento europeo, con l’accordo commerciale con il Canada (Comprehensive economic and trade agreement, Ceta), entrato in vigore nell’ottobre 2016, è stato introdotto il principio che gli accordi debbano anche essere ratificati dai Parlamenti nazionali. Operazione difficilissima, infatti molti Paesi, tra cui il nostro, non hanno ancora approvato il Ceta. Il principio ha il significato di coinvolgere le istituzioni democratiche nazionali e le popolazioni nel loro complesso in un processo decisionale, finora visto come elitario. E che proprio perché elitario ha alienato il favore degli elettori alla globalizzazione e al libero scambio. Bene, dunque: se si vuole il libero scambio bisogna spiegarne chiaramente i meriti. Peccato che questa sia una delle aree dell’azione pubblica che più colpisce interessi di parte e più fertile al proliferare delle false verità sui costi e i benefici di ogni misura. Ottenere il consenso e la ratifica di tutti i Parlamenti europei all’accordo con il Mercosur sarà difficilissimo, anche perché vengono toccati settori assai sensibili alla concorrenza dal Sud America, come la produzione di carne bovina.

    Veniamo ora alla partita Usa-Cina. Anche qui gli elettori contano moltissimo. La crociata protezionista di Trump è studiata attentamente per ottenere benefici elettorali. E il discorso protezionista-sovranista di America first è molto più facile da spiegare agli elettori, con una retorica fondata sulle false verità, di qualunque liberalizzazione degli scambi tipo l’accordo Ue-Mercosur. Tanto più che il confronto diretto tra i due Paesi traduce il rapporto commerciale in una pura prova di forza: ottengo perché alzo la voce e sono forte.

    Questa linea può servire a ottenere favori elettorali, a nascondere i danni effettivi del protezionismo e a legittimarlo democraticamente, ma rinnega il principio in sé democratico del compromesso e della non discriminazione, che invece regola la Wto e i rapporti multilaterali. Ossia il principio che ciascun Paese deve trattare tutti i suoi partner commerciali nello stesso modo e che nessuna controversia commerciale può essere risolta bilateralmente. E qui veniamo alla riforma della Wto: il fatto che ci sia un tribunale internazionale che possa sanzionare Paesi che infrangono le regole è un principio di tutela di natura democratica dei Paesi membri e dei loro cittadini.

    Paradossalmente la natura democratica dei princìpi del multilateralismo ha compensato la natura invece elitaria dei grandi negoziati che hanno sviluppato l’architettura multilaterale. Gli accordi come l’Uruguay Round non sono stati ratificati dai Parlamenti nazionali, forse proprio perché il multilateralismo in sé è inerentemente democratico.

    Ma la via elitaria al libero scambio non è più perseguibile in tempi di populismo e forti disuguaglianze. Non si può evitare di spiegare chiaramente e far capire perché il protezionismo faccia male all’economia e alla società e di trovare buone difese contro le false verità. La legittimazione democratica delle politiche commerciali deve portare anche a una comprensione diffusa delle virtù democratiche del multilateralismo e non alla sua rinnegazione. Proprio perché è difficilissimo e nessuno c’è ancora veramente riuscito, anche le tre rondini di Osaka rischiano di non fare primavera.

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