IN COMMISSIONE ALLA CAMERA

Internet di cittadinanza in Costituzione: parte l’iter della proposta 5 Stelle

di Carmine Fotina

(PhotoAlto RF / AGF)

5' di lettura

Arriva in commissione Affari costituzionali alla Camera il «sogno» Cinque Stelle del web per tutti, “internet di cittadinanza”. La proposta di legge costituzionale, a firma di Giuseppe D’Ippolito e Mirella Liuzzi, è stata incardinata dopo l’annuncio dello scorso luglio. L’obiettivo è inserire in Costituzione un nuovo articolo, il 34 bis, «in materia di riconoscimento del diritto sociale di accesso alla rete internet». L’articolo si collocherebbe nella parte prima, titolo II, della Costituzione, dedicata ai « Rapporti etico-sociali ».

L’iter per l’approvazione della proposta come è noto è particolarmente complesso. Deve essere adottata da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e approvata
a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Ma spicca comunque il valore almeno simbolico del testo, specchio del disegno di “democrazia digitale” preconizzato dal Movimento 5 Stelle.

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Proposta articolata in tre principi
Nel primo si specifica che «tutti hanno eguale diritto di accedere alla rete internet in condizioni di parità e con modalità tecnologicamente adeguate». In base al secondo, «la Repubblica promuove le condizioni che rendono effettivo l’accesso alla rete internet come luogo dove si svolge la personalità umana, si esercitano i diritti e si adempiono i doveri di solidarietà politica, economica e sociale. La limitazione di tale diritto può avvenire, con le garanzie stabilite dalla legge, solo per atto motivato dell’autorità giudiziaria». Il terzo riconosce «la neutralità della rete internet. La legge determina le condizioni affinché i dati trasmessi e ricevuti mediante la rete internet non subiscano trattamenti differenziati se non per fini di utilità sociale e riconosce la possibilità di utilizzare e di fornire apparecchiature, applicativi e servizi di propria scelta ».

«Bene comune fondamentale»
Le premesse con le quali l’articolato è stato incardinato in commissione sono un piccolo compendio del “mondo digitale” e del cyberspazio che domina i sogni dei grillini. Il diritto di accesso a internet viene giudicato il diritto del singolo di prendere parte alla vita delle società. «Né manca - si legge - chi
vede nel diritto di accesso a internet un bene comune fondamentale poiché, come l’acqua è necessaria per la vita, l’accesso a internet lo è per la nostra vita digitale». I motivi per inserire il diritto di accesso in Costituzione? I deputati Cinque Stelle fanno un’analisi a tutto campo, tra filosofia sociale ed economia: «L’accesso a internet è una questione giuridica il cui riconoscimento come diritto costituzionale permetterebbe di: espandere la portata di tutti i diritti (dalla libertà di espressione, di riunione e di associazione all'iniziativa economica, al buon andamento della pubblica amministrazione), in ottemperanza al principio di uguaglianza sostanziale, di rimuovere tutte le forme di discriminazione tradizionali (come quelle basate sul censo, sulla situazione economica, sul sesso o sulle disabilità fisiche) e quelle nuove e ancora poco percepite (come il digital divide), di creare nuove modalità di lavoro e di sviluppo economico, e nuove opportunità per le imprese...». Quanto alla scelta dello strumento, cioè la proposta di legge costituzionale, si osserva che «disciplinare le attività connesse al fenomeno digitale comporta spesso il rischio della rapida obsolescenza delle norme ordinarie le quali, infatti, una volta approvate rischiano di essere già vecchie. Da qui l’esigenza di intervenire con una norma generale e di princìpi».

Diritto sociale e standard minimo della connessione
Il nuovo articolo sul diritto di accesso a internet entrerebbe nella parte della Costituzione dedicata ai rapporti etico-sociali. Prevedere la forma di diritto sociale, «piuttosto che di semplice libertà», secondo i proponenti, «deriva dal bisogno di attribuire allo Stato la responsabilità e l’onere di una connessione sempre effettiva, stabile, adeguata e funzionale in ogni parte del territorio. Infatti, un generico riconoscimento del diritto di accesso a internet non sarebbe soddisfacente in termini di effettività. Ancora, un riconoscimento dell’accesso a internet come semplice libertà produrrebbe l’unico effetto di vietare a soggetti pubblici e privati di limitare, degradare o discriminare la connessione a internet. Diversamente, il riconoscimento dell’accesso a internet come diritto sociale, al pari di altri diritti sociali come l’istruzione o la salute, comporterebbe non solo il divieto di attività lesive del diritto ma anche l’obbligo dello Stato di intervenire per garantire un adeguato e aggiornato standard minimo nel servizio di connessione o di realizzare le condizioni affinché le infrastrutture di accesso a internet siano sempre sviluppate, adeguate e rese efficienti, mirando a una diffusione omogenea e capillare nel Paese, senza dimenticare le zone cosiddette a fallimento di mercato».

Ma l’ambizione non finisce qui. Perché potrebbe perfino arrivare l’obbligo per lo Stato di garantire apparecchi e terminali, sebbene con altri strumenti di legge. «Non rientra in tale diritto costituzionale - si legge ancora - l’obbligo dello Stato di fornire ai cittadini i componenti hardware e software necessari alla connessione. Nulla esclude che tali ulteriori previsioni, laddove non contenute negli attuali obblighi di servizio universale, siano poi previste da norme di rango primario o secondario. Per quanto riguarda i contratti di connessione a internet, questi non potranno contenere clausole contrarie alla lettera e allo spirito del diritto proposto».

La neutralità della rete
La proposta ha una genesi non recentissima. Si era già affacciata nella scorsa legislatura, contenendo il nucleo centrale di un lavoro fatto dal professore Stefano Rodotà. Il testo, che si ispira anche alla « Dichiarazione dei diritti in internet », predisposta da una Commissione presieduta sempre dal Rodotà, arriva ora in commissione Affari costituzionali alla Camera in una formulazione più aggiornata. Spicca in particolare il riferimento alla “net neutrality” che somiglia anche a un attacco alle lobby del digitale. «Tale principio - sottolinea la premessa alla proposta - è una garanzia dell'equo trattamento del traffico di dati on line laddove tale traffico altro non è che la rappresentazione di noi stessi e dei nostri dati nel cyberspazio, della nostra “identità digitale” e di ciò che ci riguarda. Il principio di neutralità della rete vieta discriminazioni del traffico di dati che non siano dovute a mere esigenze tecniche e di funzionamento del sistema, evitando inoltre eccessive concentrazioni di potere economico nelle mani di pochi. Ciò assume rilevanza soprattutto con riferimento alle attività commerciali, ai servizi on line, alla lecita concorrenza nei mercati digitali e nei
nuovi marketplace degli “app store”, nonché alla tutela della libertà di scelta del consumatore».

«Riteniamo importante introdurre a livello costituzionale la tutela della neutralità della rete - commenta la deputata Mirella Liuzzi - perché oggi Internet è la porta di accesso ai nuovi diritti della cittadinanza digitale. Questi diritti non possono essere discriminati in base al traffico dati. Se vogliamo costruire le autostrade digitali, non possiamo certo farlo con corsie preferenziali che distinguano tra cittadini di serie A e cittadini di serie B».


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