lettera al risparmiatore

Interpump, dalle acquisizioni il 10% di crescita in più all’anno

di Vittorio Carlini

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Interpump, dalle acquisizioni il 10% di crescita in più all’anno


5' di lettura

Diversificare. È tra le parole d’ordine di Interpump. Diversificare sia attraverso l’espansione all’estero che, soprattutto, con la maggiore articolazione dei mercati di applicazione. L’obiettivo? De-correlare il più possibile il business dal ciclo economico. Slegarlo dalla volatilità del Pil. Certo: il target non è di facile concretizzazione. E però la multinazionale tascabile, nel corso degli anni, è entrata, o ha allargato (anche con l’M&A) la presenza, in differenti mercati finali.

Così, ad esempio, nel 2015 ha realizzato i primi prodotti per l’industria alimentare, farmaceutica e cosmetica. Oppure, proprio grazie al recente shopping di GS Hydro, ha fatto il suo ingresso nel business dei sistemi di tubazione senza saldatura. Il tutto (anche) per rendere più resistente Interpump alle evoluzioni della congiuntura.

Già, più resistenza alla congiuntura. Quest’approccio, a ben vedere, consente di comprendere meglio le stesse mosse aziendali. Una fra tutte: il programma di costruzione, o ampliamento, di stabilimenti produttivi. Negli ultimi 24 mesi sono state previste 11 iniziative per un investimento complessivo di circa 35 milioni. L’impegno da un lato è finalizzato, assieme al focus sull’innovazione tecnologica, a spingere l’espansione in generale del gruppo; dall’altro però può vedersi come sostegno, ad esempio, alla strategia di una produzione il più possibile vicino al cliente, anche all’estero. Il che, per l’appunto, rientra nell’ottica della diversificazione geografica.

Il bilancio

Fin qui alcune indicazioni rispetto alle strategie del gruppo: quale, tuttavia, l’andamento del conto economico del gruppo? Il primo trimestre del 2018 è stato contraddistinto da ricavi e redditività in rialzo. Le vendite si sono assestate a 312,3 milioni in crescita del 14,5% rispetto ad un anno prima (+8,2% a parità di perimetro). Il Mol è aumentato del 10,7% mentre l’utile netto è salito a 51,6 milioni (erano stati 32,5 nel primo trimestre del 2017). Insomma: la dinamica è positiva. Tuttavia c’è un indicatore che rallenta: la marginalità. Sia il Gross margin che l’Ebitda margin sono calati. Il trend fa storcere il naso e induce a temere l’esistenza di una problematica più strutturale che impatta sulle voci in oggetto. Interpump, sottolineando che si tratta di un evento contingente, rigetta il timore. In primis, viene spiegato, è in parte la conseguenza del rialzo dei prezzi delle materie prime. Un rincaro che, come da prassi, è stato trasferito sul listino finale dei prodotti. Sennonché il “pass through”, che richiede un po’ di tempo, non ha dispiegato tutti i suoi effetti nel primo trimestre. Inoltre, dice sempre la società , ha pesato l’acquisizione di GS Hydro che, al 31 marzo 2017, aveva un Mol leggermente negativo. Al netto dell’operazione, è l’indicazione di Interpump, l’Ebitda margin consolidato sarebbe risultato in rialzo. Ciò detto, il gruppo afferma che la sua attività di riordino in GS Hydro permetterà a quest’ultima di avere, in uscita dal 2018, il Mol positivo e l’Ebitda margin a doppia cifra.

IL GRUPPO INTERPUMP IN NUMERI

IL GRUPPO INTERPUMP IN NUMERI

Di là dalle prospettive di GS Hydro, la sua acquisizione mostra come la crescita per linee esterne sia un focus di Interpump. La strategia prosegue? La risposta del gruppo, che ricorda come dal 2010 ad oggi l’M&A abbia implicato l’incremento medio annuo dei ricavi del 10%, è positiva. A ben vedere non c’è un settore, tra l’oleodinamico e l’acqua, cui si guarda con maggiore interesse. La società, di cui il Sole 24 Ore ha incontrato i vertici, da un lato afferma che verranno colte eventuali opportunità indipendentemente dal comparto di appartenenza; e dall’altro sottolinea che un elemento rilevante è la struttura proprietaria della realtà acquisenda. Cioè la preferenza è per le società di proprietà dell’imprenditore o a capitalismo familiare. In questi casi, infatti, è più facile coinvolgere i soggetti venditori nella fase d’integrazione. Oltre, poi, ad avere la possibilità di accordarsi su prezzi di vendita che si basino su reali valutazioni industriali e non esclusivamente finanziarie.

Detto questo, in generale, quali i settori che spingeranno di più il business di Interpump? Per rispondere è dapprima utile ricordare l’oggetto sociale dell’azienda. Questa divide l’attività in due aree. La prima, la più importante come vendite ma a minore marginalità (Ebitda margin del 20,3%% al 31 marzo 2018), è quella dell’Olio. Ad essa è ricondotta la progettazione e realizzazione di diversi prodotti: dalle prese di forza alle pompe oleodinamiche fino alle valvole e i distributori dei flussi d’olio. L’altra divisione invece, con meno peso sui ricavi ma margini più elevati (Ebitda margin al 26%), è quella dell’Acqua (“Water jetting”). Appannaggio di essa ci sono le pompe ad alta ed altissima pressione utilizzate in varie situazioni: dal lavaggio nei cantieri navali fino al taglio a freddo di materiali per l’industria. Senza dimenticare, poi, le nuove applicazioni. Ad esempio: le pompe sfruttate, nell’alimentare, per creare omogeneizzati.

Orbene Interpump indica che, attualmente e nell’immediato futuro, sarà l’oleodinamico ad accelerare maggiormente. Un incremento che sarà spinto soprattutto dai settori della movimentazione terra, dei macchinari agricoli e della costruzione e assemblaggio di camion. Riguardo invece al “water jetting”? I key driver su questo fronte, spiega sempre Interpump, sono costituiti dall’alimentare, dall’Oil & Gas e, infine, dal mondo della cantieristica navale.

Guerre commerciali

Tutto rose e fiori, quindi? La situazione è più complicata. In particolare il risparmiatore esprime le sue preoccupazioni per i dazi imposti su alluminio e acciaio da parte degli Stati Uniti. Una decisione che può impattare il business di aziende come Interpump che, va ricordato, ha negli Usa il suo primo singolo mercato. La società smorza il timore. L’effetto della politica protezionistica, viene spiegato, è il rialzo dei prezzi delle materie prime. Una dinamica che la società, presente in loco con suoi impianti, da un lato dice di affrontare come tutti i suoi concorrenti Usa; e, dall’altro, di riuscire a trasferire sul listino finale dei prodotti. Con il che, rebus sic stantibus, Interpump afferma di non vedere concreti problemi. A fronte di una simile considerazione però può obiettarsi che una guerra commerciale porterebbe dei problemi, anche per le multinazionali tascabili quali Interpump. In quel caso, ribatte l’azienda, si tratterebbe di una variabile globale, esogena alla società, tale da coinvolgere l’intera economia. Una situazione non auspicabile dove tuttavia, ricorda sempre il gruppo, il suo modello di business, basato sulla produzione il più possibile articolata nei mercati in cui è presente, consente una maggiore capacità difensiva.

A fronte di un simile contesto Interpump conferma gli obiettivi a fine 2018: i ricavi a 1,2 miliardi (+/- 15 milioni); l’Ebitda a 270 milioni (+/- 5 milioni). Infine l’indebitamento finanziario netto, senza considerare eventuali acquisizioni e il programma di buy back, in calo a 195 milioni (+/- 15 milioni).

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