cassazione

Interruzione di pubblico servizio per il cittadino che registra la seduta comunale

Non esiste un diritto del privato a documentare quanto detto dai consiglieri. La decisione è in linea con le direttive del garante che vietano la diffusione di dati personali

di Patrizia Maciocchi

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Non esiste un diritto del privato a documentare quanto detto dai consiglieri. La decisione è in linea con le direttive del garante che vietano la diffusione di dati personali


2' di lettura

Rischia la condanna per interruzione di pubblico servizio il privato cittadino che registra la seduta del Consiglio comunale. È quanto è capitato ad un signore pugliese trapiantato in Lombardia, che riteneva di aver il diritto di registrare quanto avveniva nell’aula, dove era in corso una discussione su questioni delicate. Era dunque nel suo interesse lasciare traccia delle dichiarazioni dei consiglieri, per evitare che venissero manipolate. L’imputato, classe ’47, era tanto convinto di avere ragione da rifiutare di spegnere il registratore, malgrado l’invito del sindaco a farlo. Sul posto erano arrivati i carabinieri e la seduta aveva subìto un’interruzione di un’ora e mezza. Da qui la condanna confermata dalla Cassazione con la sentenza 28950.

La sentenza

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La posizione del garante privacy

La Suprema corte chiarisce che lo Statuto comunale escludeva ogni forma di registrazione nel corso dei lavori, indipendentemente dal mezzo utilizzato e dal soggetto che la effettuava, subordinando comunque la possibilità ad una esplicita autorizzazione. Il diritto di “veto” discende dal testo unico degli enti locali (articolo 38 comma 3) che riconosce ai comuni autonomia funzionale e organizzativa. Un paletto in linea con la direttive del garante della privacy che - per le registrazioni delle sedute per scopi esclusivamente personali - prevedono l’impossibilità di comunicare sistematicamente o diffondere i dati. Se invece la registrazione è fatta per motivi diversi gli interessati devono essere prima informati.

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Le riprese televisive

La Cassazione ricorda che anche la ripresa televisiva è considerata come “trattamento di dati personali”, visto che comporta la raccolta, la consultazione, l’elaborazione ecc. di informazioni relative a persone fisiche, giuridiche, enti o associazioni identificate o identificabili. In questo contesto, precisano i giudici, il preventivo via libera del consiglio è posto a tutela della diffusione incontrollata di dati personali. Era dunque giustificato lo stop alla seduta del sindaco, una volta appreso che i lavori venivano registrati. Per la Suprema corte c’è anche il dolo, visto che il ricorrente continuava a registrare malgrado il primo cittadino gli avesse chiesto di smettere. Inutile per l’imputato affermare la sua buona fede e la sua convinzione di potere documentare quanto detto dagli amministratori in nome della trasparenza.

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