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Interventi estetici esenti da Iva con la prova dell’effetto terapeutico

Illegittima la ricostruzione in base alla banca dati delle materie prime usate

di Giorgio Emanuele Degani e Damiano Peruzza

(puhhha - stock.adobe.com)

2' di lettura

Con la sentenza 195/2/2022 del 15 settembre scorso (presidente Caporusso, relatore Magalotti), la Ctp di Rimini si è pronunciata in favore delle Entrate, escludendo l’esenzione ai fini Iva applicata in relazione a una serie di trattamenti di medicina estetica svolti in regime di attività professionale.

La pronuncia è interessante per come è stato valutato il quadro documentale ai fini del riconoscimento dell’esenzione.

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Le prestazioni mediche di chirurgia estetica si distinguono dalle prestazioni a contenuto meramente estetico e sono esenti da imposta (articolo 10, n. 18, Dpr n. 633/1972) nella misura in cui si tratti di trattamenti finalizzati a curare pazienti che, a seguito di una malattia, di un trauma o di un handicap fisico congenito, subiscono disagi psico-fisici. Dunque sono rivolte alla tutela della salute.

Il quadro interpretativo è oramai pacifico, sia per gli interventi di carattere unionale (tra i molti Cgue 21 marzo 2013, causa C-91/2012) sia per la stabilità dei principi affermati dalla Cassazione (da ultimo ordinanza 26906/2022).

Così come è pacifico che sia onere del contribuente provare il fatto che i trattamenti di chirurgia estetica siano destinati alla diagnosi, alla cura o alla guarigione di malattie o problemi di salute o alla tutela, al mantenimento e al ristabilimento della salute dei pazienti, ai fini dell’esenzione Iva.

Costituisce jus receptum il principio in base al quale, in tema di Iva, l’onere di provare la sussistenza dei presupposti soggettivi e oggettivi richiesti per godere di un’esenzione, grava sul contribuente: se non viene fornita tale prova, i corrispettivi accertati devono ritenersi relativi a operazioni imponibili (Cassazione 25440/2018).

La Ctp Rimini ha ritenuto che i presupposti per l’esenzione non sussistessero sulla base di due valutazioni sul materiale probatorio:

la documentazione esibita dal contribuente (fatture, schede cliniche, eccetera) non consentiva di stabilire la finalità terapeutica dei trattamenti rispetto alle patologie diagnosticate, risultando piuttosto indicati la sola diagnosi generica (ipetricosi, perdita di volumi, eccetera) e i trattamenti effettuati;

la documentazione risultava incongruente e talvolta contraddittoria, tanto che, a fronte del medesimo trattamento, il soggetto passivo ora applicava l’esenzione, ora l’Iva, senza un apparente criterio.

La documentazione idonea a dimostrare la sussistenza dei requisiti per l’esenzione deve invece dimostrare le ragioni per le quali il trattamento si possa considerare terapeutico, perché è questo il punto nodale decisivo nell’assolvimento dell’onere probatorio.

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