INTERVISTA Al presidente dell’anac

Intervista a Cantone: «Sul codice appalti correzioni in corso, dialogo con le imprese»

di Giorgio Santilli


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4' di lettura

«Stiamo già correggendo le cose principali che le imprese ci hanno chiesto, per esempio eliminare l’obbligatorietà del sorteggio e della rotazione nelle gare “sotto soglia” e rivedere le cause di esclusione. Questo conferma il vantaggio di una regolazione flessibile che si modifica rapidamente e sulla base di consultazioni con le imprese. Siamo aperti al confronto, non nego che i problemi ci sono. A chi rimpiange i regolamenti rigidi, però, ricordo che quello del codice De Lise (2006) impiegò 4 anni per entrare in vigore, mentre concordo con chi propone un testo unificato delle linee guida Anac. Lo ritengo anzi indispensabile per aiutare amministrazione e imprese ad applicare le norme. Saremo pronti per farlo quando avremo completato le linee guida, cosa che penso potrà avvenire prima dell’estate. Ovviamente tutti devono fare la loro parte». Il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), Raffaele Cantone, risponde fattivamente alle proteste sul codice degli appalti. Tiene aperto il ponte con le imprese per correggere ciò che non funziona. Ma risponde anche alle «frustrazioni» e alle «fibrillazioni elettorali» che si reggono su «slogan non suffragati da fatti».

Presidente Cantone, perché il codice appalti sta suscitando reazioni tanto negative, soprattutto fra le imprese? E cosa si può fare per migliorare la situazione?
Cosa si può fare l’ho detto: abbiamo un dialogo continuo con Ance e Confindustria e questo porta a fatti concreti, come le nuove linee guida sul “sotto soglia” che abbiamo appena inviato al Consiglio di Stato per il parere. Penso che in molti casi le critiche delle imprese siano giustificate da una entrata in vigore del codice troppo frettolosa. È stato un errore far entrare in vigore il codice un giorno dopo l’approvazione.

Perché quella scelta sciagurata senza periodo transitorio?
Questo non è il codice dell’Anac, le scelte le ha fatte la politica. Anche oggi, se si volesse decidere di cambiare strada, sarebbe una scelta che spetta alla politica. L’Anac non ha ridotte da difendere: poteri o prerogative ci sono stati dati della politica in un disegno che, per altro, è stato approvato originariamente dal Parlamento quasi all’unanimità. Detto questo, ritengo che per un certo provincialismo italiano e per ragioni politiche, probabilmente evitare procedure di infrazioni Ue su altri fronti, si sia deciso un recepimento frettoloso delle direttive Ue. Siamo stati, insieme al Regno Unito, l’unico Paese che ha rispettato alla lettera quel termine.

Molti denunciano che quella che doveva essere una grande riforma non ha modificato vizi atavici della Pa: progettazione carente, frammentazione, resistenza dei dirigenti alle responsabilità. Anche qui ha pesato l’entrata in vigore accelerata?
Se si fossero dati sei mesi di moratoria per consentire alla Pa di conoscere e studiare le nuove regole, il risultato sarebbe stato diverso. Il nuovo codice andava spiegato e anche la politica doveva avere più coraggio: i convegni fatti, invece, non sono arrivati alla periferia dell’amministrazione. Non nego resistenze nella Pa, ma non si può chiedere di applicare una norma che entra in vigore con zero strumenti attuativi approvati.

Però la proposta di tornare a un regolamento pesante conferma che una delle sfide della riforma, dare più discrezionalità alla Pa, è fallita.
Ho trovato strano che fino all’approvazione del codice tutti fossero d’accordo sull’offerta economicamente più vantaggiosa e sulla progettazione esecutiva a base di gara e 15 giorni dopo molti hanno cambiato idea, a partire dai presidenti di regioni. Ecco dove la mancanza di un periodo transitorio ha fatto guasti. Ma è altrettanto sbagliato confondere i tempi di attuazione con la bontà della riforma. Continuo a pensare che dare maggiore discrezionalità alla pubblica amministrazione sia una scelta giusta, da gestire con le risorse e i tempi giusti: aiuta a modellare gli interventi da fare sulle esigenze effettive cui rispondere.

Uno dei pezzi fondamentali della riforma era la qualificazione delle stazioni appaltanti che avrebbe dovuto portare prima a una maggiore efficienza e poi a una riduzione drastica delle stazioni appaltanti. Perché siamo fermi su questo punto?
Le linee guida Anac sono pronte. Ma manca il Dpcm che deve dare i criteri sulla base dei quali è possibile capire se resteranno 15mila o 1.500 stazioni appaltanti. Mi pare una bella differenza, in termini organizzativi e di investimenti. Purtroppo non è un tema che la politica apprezza in campagna elettorale, le resistenze sono forti.

Anche sul rating di impresa c’è stata una marcia indietro.
Ci siamo resi conto che il sistema che ne sarebbe nato avrebbe creato grandi difficoltà alle imprese. Ecco a cosa servono la consultazione e la regolazione flessibile: abbiamo fermato le linee guida prima di vararle e abbiamo chiesto di trasformare il rating da obbligatorio a volontario.

Sull’in house avete fatto capire che è alternativo alla concorrenza. Ma il vostro Albo non decolla. Resistenze o disfunzioni?
Non nego resistenze ma ammetto la defaillance dell’Anac sulla strumentazione interna. Abbiamo dovuto adeguare i nostri sistemi informativi a costo zero.

A gennaio sarete pronti?
Penso di sì.

Ognuno faccia la sua parte. Il governo attuale o il futuro?
Il governo attuale può fare ormai poco. Mi auguro che il prossimo faccia una assunzione di responsabilità per portare a termine l’attuazione in tempi rapidi.

E se si decidesse di fare marcia indietro rispetto al codice?
Decisioni che spettano alla politica. Mi auguro però che nessuno spacci slogan vuoti per soluzioni. Chi dice buttiamo a mare il codice, dovrebbe dire per andare dove.

C’è chi dice che l’Anac andrebbe ridimensionata.
Anche qui, decide la politica. Le prerogative sugli appalti ce le ha date la politica per rimediare a una soluzione che per molti versi era drammatica. Noi siamo disponibili a fare la nostra parte, ma non abbiamo poteri da difendere.

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