L’INTERVISTA

Intervista a Descalzi: Messico e Medio Oriente nel futuro Eni

di Celestina Dominelli


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6' di lettura

La rotta puntata sul Medio Oriente («l’ingresso nell’area è un fatto storico») e sul Messico («una delle frontiere strategiche per l’azienda»). E l’avvio, in queste ore, a Gela con Syndial, il “braccio” ambientale, del primo impianto pilota che recupera e trasforma la frazione organica dei rifiuti solidi urbani (Forsu) in biolio per produrre carburanti di nuova generazione.

Dal suo ufficio al ventesimo piano del palazzo nel cuore dell’Eur, sede romana di Eni, l’ad Claudio Descalzi muove dalle ultime pietre miliari di un 2018 «assai proficuo» per tratteggiare le prossime mosse. A cominciare dal debito, «su cui continueremo a lavorare per migliorare ulteriormente la performance», e dal “dual exploration model” (la monetizzazione anticipata dei successi esplorativi) «che applicheremo in tutti i progetti dove abbiamo una partecipazione rilevante e dove ci sono margini per vendere quote senza compromettere il nostro ruolo di operatori».

Partiamo da Gela e dal piano sull’economia circolare. Che sforzo prevede e qual è il prossimo obiettivo?
Il progetto waste to fuel (combustibile da rifiuti, ndr) di Gela è un esempio tangibile del modello integrato di economia circolare di Eni imperniato su tre pilastri (sinergia, simbiosi industriale e cambio culturale), e permetterà di acquisire le informazioni necessarie per la progettazione di nuovi impianti su scala industriale che Eni realizzerà in altri siti in Italia: l’idea è quella di realizzare diversi impianti Forsu distribuiti presso le principali città e riuscire a eliminare una grande quantità di rifiuti organici, riutilizzandoli e fornendo un significativo contributo in termini di vantaggi ambientali alle grandi aree urbane in Italia e all’estero. Dal 2012 al 2017, Eni ha investito circa 5 miliardi di euro tra riconversioni industriali, ricerca e bonifica. Nel prossimo piano indicheremo l’impegno per l’economia circolare che include, oltre alla raffinazione “green”, anche la chimica e il progetto rinnovabili.

Replicherete il modello altrove?
Oltre a Gela, Eni sta implementando il progetto per la realizzazione di un prototipo industriale a Ravenna e sta studiando anche lo sviluppo di un impianto su larga scala. Vorremo spingerne la diffusione in Italia e proporne l’adozione anche all’estero, in grandi metropoli come Il Cairo, Lagos o Algeri. Il mio obiettivo è far sì che Syndial diventi un centro di profitto.

Avete appena ceduto il 35% dell’Area 1 del Messico a Qatar Petroleum. Qual è il significato di questa partnership anche alla luce del fatto che il Qatar è uscito dall’Opec?
Il Qatar è il primo produttore di gas naturale liquefatto (Gnl) con 57 milioni di tonnellate l’anno e punta ad arrivare a 100 milioni. Se poi si considera che il Gnl pesa attualmente per il 40% nel mercato mondiale e che, da qui ai prossimi 15 anni, secondo le stime dell’Agenzia internazionale dell’energia, salirà al 70%, appare chiaro che, per giocare un ruolo chiave in questo comparto, e noi speriamo di farlo, dobbiamo essere in Qatar. Ciò detto, si tratta di una partnership di lungo termine che non riguarderà solo il Messico, ma anche altri Paesi, e che ci consente di ribilanciare la nostra diversificazione e il livello di investimenti in alcune aree, come abbiamo fatto anche con Mubadala Petroleum.

L’asse con Mubadala, già vostro socio su Zohr, si è consolidato con il suo ingresso al 20% nel progetto di Nour, sempre in Egitto, e vi ha consentito di acquisire due quote in altrettante concessioni negli Emirati Arabi Uniti. Avete già in mente altri possibili target nell’area?
Il primo obiettivo è rafforzare la nostra presenza attraverso partnership con società dei vari paesi, dal downstream all’upstream. Siamo entrati negli Emirati, dove ci sono nel mirino anche altre due concessioni non ad Abu Dhabi, siamo in Oman dove cominceremo a esplorare tra pochi mesi, c’è il Bahrein in vista e, come ho detto alcuni giorni fa a Doha, in Qatar ci sarà un’importante gara che riguarderà il possibile ingresso nel settore gas del paese e che mi auguro di poter vincere. Ad ogni modo, la costruzione strategica di questa fitta rete di alleanze non guarda tanto alla ricaduta immediata, ma al medio-lungo termine perché stiamo definendo il futuro di Eni in modo molto robusto.

Il dual exploration model si è rivelato una scommessa vincente. Pensate a ulteriori dismissioni in Egitto o in altri paesi come Angola e Congo?
Dal 2013 sono stati incassati oltre 10 miliardi grazie a tale modello e di sicuro lo applicheremo in tutti i progetti in cui abbiamo una partecipazione molto rilevante e ci sono dunque margini per vendere delle quote senza perdere il nostro ruolo di operatori e una maggioranza consistente.

La conferenza di Palermo non ha prodotto alcuna road map in grado di sciogliere l’incertezza in cui versa la Libia. Che futuro vede per Eni nel paese e che futuro vede per la Libia?
Palermo ha rappresentato un passo importante. Il percorso, però, è difficile e complesso, e richiede l’impegno della comunità internazionale, in primo luogo dell’Onu, e soprattutto la volontà delle istituzioni libiche di compiere questa transizione storica. Noi siamo nel paese e intendiamo rimanerci continuando a sviluppare risorse che vanno a beneficio innanzitutto del popolo libico.

In Venezuela il governo è in grande difficoltà nell’onorare i suoi debiti con le compagnie petrolifere. C’è il rischio di una svalutazione degli asset o di un mancato rientro dei vostri crediti?
La situazione nel paese è molto delicata e sotto gli occhi di tutti, ma il governo sta facendo un grande sforzo per rispettare gli impegni. Da questo punto di vista, vediamo piccoli progressi, stiamo venendo rimborsati piano piano, ma di sicuro il quadro resta incerto. Senza contare, poi, che la condizione finanziaria critica della società di Stato, Pdvsa, rende di fatto impossibili le attività di ammodernamento, sviluppo e manutenzione straordinaria di cui necessitano le infrastrutture dell’oil&gas per rimanere efficienti con ripercussioni pesanti su tutte le compagnie presenti nel Paese.

Quali margini ha ancora l’Eni per intervenire sulla sua “macchina” se dovesse sopraggiungere una nuova e pesante fase ribassista per il greggio?
Il profondo processo di trasformazione che abbiamo messo in campo e gli eccellenti risultati che abbiamo ottenuto, sia in termini di performance upstream che nel riportare in positivo i business mid-downstream, ci consentono quest’anno di confermare per il 2018 una neutralità di cassa di gruppo, compresa la copertura dei dividendi, pari a 55 dollari al barile, quindi al di sotto delle quotazioni attuali. Abbiamo una solidità finanziaria tra le più forti dell’industria e saremo in grado di essere resilienti anche con scenari più bassi e di cogliere al meglio gli upside collegati a un miglioramento.

A fine settembre, Eni ha ridotto ulteriormente il suo debito anche grazie a un flusso costante di cassa e a una gestione oculata della struttura finanziaria. Lo abbasserete ancora?
Abbiamo raggiunto un’esposizione di 9 miliardi e un leverage pari a 0,18, contro lo 0,23 di fine 2017, ai livelli minimi degli ultimi 20 anni. Ciò è stato reso possibile grazie all’eccellente performance dell’esplorazione e produzione (scoperte, rapidità di avvio dei progetti, dual exploration model) e all’efficacia del piano di turnaround condotto negli ultimi anni sui business downstream (chimica e raffinazione in positivo dopo anni in perdita e messe in condizioni di sostenibilità anche nell’ambito di scenari non favorevoli). A marzo comunicheremo gli obiettivi finanziari del prossimo quadriennio, ma è chiaro che continueremo a lavorare per migliorare ulteriormente la performance.

Lancerete un piano di buyback nei prossimi mesi?
Qualunque decisione al riguardo sarà presa in occasione del prossimo piano. Il buyback resta comunque una priorità ed è una delle gambe, insieme al dividendo progressivo, su cui si basa la nostra remunerazione: se il livello del leverage continuerà a essere adeguato lo proporremo al cda e all’assemblea.

Nelle motivazioni della sentenza con cui sono stati condannati, con rito abbreviato, i due mediatori della presunta tangente che sarebbe stata pagata da Eni e Shell in Nigeria per acquisire il giacimento Opl-245, la gup scrive «che i vertici del gruppo avallarono gli illeciti».
Sono estremamente sereno e ho l’assoluta fiducia che, durante il dibattimento in corso presso la settima sezione del tribunale di Milano, sapremo esprimere la nostra totale estraneità a fatti che non sussistono e dimostreremo che nessuna attività all’interno dell’azienda è stata svolta al di fuori delle regole.

Di recente sono emerse alcune vicende relative a vostre attività in Congo che coinvolgerebbero anche sua moglie. Come risponde?
Per quanto riguarda Eni e i fatti oggetto di indagine, ribadisco la correttezza del nostro operato e l’estraneità della società a qualsiasi condotta illecita. In merito a mia moglie, ha già avuto modo lei direttamente di smentire in modo netto qualsiasi coinvolgimento. Le sue attività imprenditoriali non riguardano né il sottoscritto né Eni.

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