ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùintervista a Mauro Micillo

Intesa, il Corporate alla svolta estera: «Fuori Italia il 65% dei nuovi volumi»

di Luca Davi


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3' di lettura

Le radici rimangono ben salde in Italia, paese di riferimento in cui la quota di mercato continua a rinsaldarsi. Ma la novità, per la divisione Corporate e Investment Banking di Intesa Sanpaolo e Banca Imi, è che il business si sta dirigendo sempre più all’estero. «Nel primo trimestre dell’anno abbiamo visto come circa il 65% dei nuovi flussi di business arrivi oramai dall’estero», spiega Mauro Micillo, numero uno della divisione Cib e ad di Banca Imi.

Di fatto, oggi il Cib della prima banca italiana genera più ricavi fuori dai confini nazionali che non all’interno, escludendo il trading. È un trend recente, che però arriva da lontano: da un paio d’anni circa il 50% dello stock dei prestiti è infatti originato da fuori Italia. Quello che sta cambiando è insomma il ritmo di accelerazione sull’estero. E i risultati ne beneficiano: nei primi tre mesi dell’anno, l’utile netto consolidato della banca d’affari del gruppo Intesa Sanpaolo, ha toccato i 240 milioni, +28% rispetto ai 188 milioni di marzo 2018.

Dottor Micillo, state cambiando pelle?

Il processo di diversificazione del business partito tempo fa, sta iniziando a dare i risultati attesi. Siamo un team molto coeso e grazie alla guida del Ceo Carlo Messina, Intesa Sanpaolo è tra le prime banche dell’Eurozona. In tale ottica ci stiamo affermando nel mondo del Cib a livello internazionale; è un cambiamento anche culturale che stiamo promuovendo con impegno.

Impossibile spingere ancora sull’Italia?

Anche in virtù dell’acquisizione delle banche venete abbiamo rafforzato la nostra leadership. Non potendo però crescere a ritmi sostenuti, anche a causa dell’attuale dinamica del Pil, abbiamo deciso di guardare al di fuori dei nostri confini con una strategia chiara e di lungo periodo. Il mondo, del resto, si sta sviluppando a ritmi del 3% in termini reali, e ci sono occasioni di business che vanno colte. E la nostra struttura internazionale, in virtù di una presenza in oltre 25 paesi, ci permette di entrare in deal che altri player, con organizzazioni e modelli diversi, non potrebbero intercettare.

Crescere nel mondo dell’investment banking è sempre più complicato però. La stretta regolatoria del post-Lehman ha ridotto gli spazi per caricarsi troppo di rischi, ma nel frattempo chi ha grandi reti di distribuzione globali non riesce a compensare i costi, visto che i margini sono sempre più risicati. Come se ne esce?

Servono nuove strategie e modalità operative sui mercati. Nel mondo dell’Investment banking si possono originare tutti i prodotti e redistribuirli interamente ad altri investitori - proprio come faceva Lehman Brothers secondo il modello “originate to distribute” - ma con costi elevati e rischi di liquidità notevoli, oppure sottoscrivere finanziamenti fino alla scadenza e tenerli sui libri, secondo il modello tradizionale “originate and hold”. Ma esiste una via intermedia.

Quale?

Da fine 2018 stiamo precorrendo la strada dell’“originate to share”: un modello operativo pensato per evitare la concentrazione dei rischi che permette di realizzare operazioni di maggiore standing mantenendo l’attenzione sui costi.

Come funziona?

Stiamo finalizzando proprio in queste settimane degli accordi commerciali con alcuni partner, sia nella fase di origination che in quella di distribuzione. Nel primo caso, nella fase di orgination, parliamo di advisors specializzati e boutique finanziarie, nel secondo (share) di partner internazionali e player istituzionali come fondi di investimento o assicurazioni, che coinvestiranno assieme a noi.

Quale è il vantaggio per voi e il mercato?

Ci manteniamo disciplinati sui costi, grazie alla definizione di accordi diretti con partner e co-investitori, evitando la complessità e i costi di una rete di vendita globale. Aumentiamo il total asset turnover grazie ad una maggiore efficienza di capitale e liquidità, avendo spazio a bilancio per nuove operazioni. Infine, la nostra partecipazione alla fase di investimento, preceduta da un’attenta analisi sui rischi, è fonte di garanzia e quindi fiducia per gli investitori che ci accompagneranno in queste iniziative. Secondo questo modello, abbiamo già originato quasi 3 miliardi di prestiti da dicembre ad oggi. I margini di crescita sono interessanti; grazie a questa modalità operativa potremmo accedere ad operazioni di rilevante caratura e importante visibilità internazionale.

Lo spread elevato rischia di avere un impatto sui costi del funding e quindi sulle vostre capacità di essere competitivi sul mercato?

Oggi non è un problema, tuttavia è inevitabile che il permanere di uno spread a certi livelli tenda ad avere dei riflessi negativi.

Il mercato delle Ipo potrebbe vedere nuovi ingressi?

C’è una pipeline interessante: abbiamo in pista diverse operazioni, anche relative a medie imprese, clienti della Divisione Banca dei Territori, che potrebbero vedere la quotazione auspicabilmente entro fine anno. Sempre che la volatilità si stabilizzi.

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