sanità

Intesa pubblico-privati per rilanciare la Sanità

di Barbara Gobbi e Rosanna Magnano

(© EKA)

3' di lettura

«No industria, no Pil, no finanziamento», davanti al rischio della tempesta perfetta che incombe sul Servizio sanitario nazionale – tra definanziamento, vetustà delle apparecchiature e burocrazia - le imprese del farmaco e del biomedicale mettono in campo i numeri reali e le potenzialità del settore.

«Gli investimenti in sanità hanno un effetto moltiplicatore pari a 1.3 e generano non solo benessere, ma ricchezza e occupazione. La spesa farmaceutica vale l'1% del Pil a fronte di un pro capite inferiore del 25% alla media Ue», premette il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi, intervenuto ieri al 6° Healthcare Summit, organizzato a Roma dal Sole 24 Ore.

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Mentre per Massimiliano Boggetti, presidente di Assobiomedica, il settore device «va sottratto al fuoco incrociato di gare centralizzate al massimo ribasso, che fanno prevalere economie di scala impedendo cure personalizzate di qualità, e a un quadro di incertezza normativa che a partire dall'introduzione nel 2015 del payback, anche in questo comparto finalizzato a ripianare gli sforamenti di spesa sui dispositivi medici, rischia di affossare il settore e di creare distorsioni della concorrenza». Cambiare rotta diventa quindi la priorità e «la risposta può arrivare - avvisa il Dg della programmazione sanitaria del ministero della Salute Andrea Urbani - da una governance complessiva in grado di rilanciare investimenti e innovazione nel Sistema sanitario nazionale, passando da nuovi modelli di business e partnership pubblico-privati».

Ma trattandosi di strumenti contrattuali complessi che richiedono investimenti a lungo termine dell'ordine di 300-400 milioni, serve un salto di qualità nelle strutture sanitarie pubbliche: va messa in campo una pipeline di investimenti, che consenta di fare massa critica e risulti conveniente per i partner privati all'interno di quadro di regole chiare e trasparenti.

«Non è escluso – prosegue Urbani - che nella legge di bilancio si possano trovare le prime leve. Ministero, Aifa, Isitituto superiore di sanità, Istat, Inps – che paga 30 miliardi l'anno per indennità legate a malattie prevenibili - e un panel di Università italiane tra cui la Bocconi stanno lavorando a un modello predittivo per immaginare come si evolverà il fabbisogno di prestazioni da qui a trent'anni».

È questa la premessa per ottenere una rivoluzione nelle cure value based che consenta di valorizzare gli investimenti in farmaci e tecnologie. Non siamo all'anno zero: il nucleo di valutazione degli investimenti del ministero ha appena terminato la ricognizione per regione dei fabbisogni in edilizia e tecnologie.

Ma come sempre negli ultimi anni la coperta corta delle risorse per la sanità non aiuta. Ammontano a 10,5 mld i tagli alle risorse per la sanità certificati dalla Corte dei conti tra il 2015 e il 2018. Mentre il Fondo sanitario nazionale, che il prossimo anno dovrebbe crescere nominalmente di un miliardo è di fatto già decurtato di 604 mln di contributo alla finanza pubblica chiesto dallo Stato alle Regioni. A rischio non è quindi non è solo la spesa farmaceutica ma l'erogazione dei Livelli essenziali di assistenza, dove la cronicità avrà sempre più la parte del leone. Tra il 2007 e il 2017 si contano 2 milioni di anziani in più in Italia, pari al 22,3% della popolazione, con oltre 700mila ultranovantenni. Un esercito di potenziali assistiti che andrà preso in carico puntando su percorsi di cura ottimizzati.

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