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Intesa Sanpaolo, l’utile sale a 1,15 miliardi. Accantonati 300 milioni per il Covid-19

La banca rivede al ribasso i target per il 2020: stimato un profitto «non inferiore ai 3 miliardi»

di Luca Davi

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(EPA)

La banca rivede al ribasso i target per il 2020: stimato un profitto «non inferiore ai 3 miliardi»


3' di lettura

L'impatto del Covid-19 c'è ed è inevitabile, ma nonostante questo Intesa Sanpaolo conferma la sua solidità patrimoniale e la capacità di generare profitti anche in un momento complicato come quello attuale.

A dirlo sono i numeri del primo trimestre, che mettono in luce un utile a 1,15 miliardi di euro: un dato molto più alto delle attese del mercato (pari a 751 milioni) e che comunque risulta essere in crescita del 9,6% rispetto agli 1,05 miliardi del primo trimestre 2019. Ma i profitti si attesterebbero a 1,36 miliardi – il miglior primo trimestre di sempre - se non si considerasse l'accantonamento di circa 300 milioni ante imposte per l'impatto da Covid-19 che la banca ha deciso di realizzare.
I risultati del primo trimestre 2020 «rafforzano la capacità di Intesa Sanpaolo di affrontare efficacemente la complessità del contesto conseguente all'epidemia da Covid-19», spiega il ceo Carlo Messina in una nota.

Il buffer di sicurezza sui crediti
Con 300 milioni di accantonamento, Intesa si prepara a contenere le perdite su crediti che lo scoppio della pandemia è destinata inevitabilmente a generare, almeno per quanto riguarda il primo trimestre. Va detto che il conto della crisi è destinato a salire, e gli effetti si dispiegheranno man mano nel corso dei trimestri. Anche per questo il gruppo mette in conto una revisione al ribasso degli utili, riducendo il target ad almeno 3 miliardi per il 2020 (contro gli oltre 4,18 stimati in precedenza) e 3,5 per il 2021.

Ma proprio in vista del maggior scotto da pagare sui crediti – il cui perimetro al momento è ancora incerto - l'istituto dà un messaggio chiaro al mercato. Il buffer di capitale a disposizione c'è ed è ampio: se all'accantonamento già fatto si aggiunge infatti la plusvalenza netta di circa 900 milioni derivante dalla cessione di Nexi, la banca può liberare un buffer di circa 1,5 miliardi di extra-accantonamenti per gestire i possibili impatti dell'epidemia da Covid-19 sul 2020. «È la nostra capacità di essere profittevoli ed efficienti a permetterci di guardare avanti erafforzare il bilancio», aggiunge Messina.

Più profitti e meno crediti deteriorati
Il cuscino di sicurezza è frutto anche dell’importante miglioramento della gestione operativa e della qualità degli attivi, oltre che del controllo dei costi. Nel primo trimestre 2020, Intesa Sanpaolo ha registrato una riduzione dei crediti deteriorati, al lordo delle rettifiche di valore, di circa 1,3 miliardi di euro, di circa 35 miliardi dal picco di settembre 2015 (di circa 22 miliardi escludendo la cessione dei crediti deteriorati a Intrum e Prelios) e di circa 23 miliardi dal dicembre 2017 (di circa 9 miliardi escludendo le operazioni Intrum e Prelios) realizzando già l' 88% dell'obiettivo di riduzione previsto per l'intero quadriennio del Piano di Impresa 2018-2021. L'incidenza dei crediti deteriorati sui crediti complessivi a marzo 2020 si è dunque ridotta al 7,1% al lordo delle rettifiche di valore e al 3,5% al netto.

Nel contempo, il risultato della gestione operativa è cresciuto del 26,8% sul primo trimestre 2019, con proventi netti in aumento dell'117% e costi in discesa del 2,7%. E la patrimonializzazione di rimane ai vertici del sistema. Tenendo conto di 863 milioni di euro di dividendi maturati nel trimestre, il Common Equity Tier 1 ratio pro forma a regime è risultato pari al 14,5%, livello top tra le maggiori banche europee.

L'Ops su Ubi a segno anche col 50% di adesioni

L'attenzione ora è rivolta ovviamente ad Ubi e all'Ops lanciata a febbraio. In questo senso, complice il Coronavirus, inevitabile la revisione al ribasso delle previsioni sugli utili ottenuti del futuro maxi-gruppo. Ora le attese sono per un utile post fusione 'non inferiore ai 5 miliardi nel 2022', contro previsioni iniziali 'oltre i 6 miliardi', mentre il payout è visto al 75% sul 2020 e al 70% sul 2021.

Messina tuttavia ribadisce il messaggio già dato nelle scorse settimane: l'Ops si farà anche con un'adesione del 50% più uno dell'azionariato dell'ex popolare e anche in quel caso «gran parte della creazione di valore è raggiungibile». Ecco perché, dice Messina, la fusione tra le due realtà, nel quadro dell'epidemia da Covid-19, «assume ancora maggiore valenza – conclude Messina - in particolare in considerazione delle sinergie, soprattutto di costo, nonché dell'aumento del grado di copertura dei crediti deteriorati e della riduzione dei crediti unlikely to pay e in sofferenza».

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