Interventi

Investimenti, capitale umano e lavoro femminile

di Stefano Giordano e Luigi Morgano


3' di lettura

La pandemia da Covid-19 ha colpito la società italiana anche in termini di occupazione femminile. Dei 444.000 posti di lavoro perduti nel 2020 oltre 300.000 sono femminili. Inoltre, il contesto demografico italiano era già, davvero, molto preoccupante. Il tasso di figli per donna del 2017 era 1,34, nel 2018 1,29 e nel 2019 scendeva a 1,27; consideriamo che nel 2010 era a 1,46. I nati nel 2019 ammontavano a 420.084. Se solo consideriamo che rispetto al 2018 sono crollati di 20.000 unità e rispetto al 2008 addirittura di 152.000 unità ci possiamo rendere conto di che cosa stia accadendo nel nostro Paese.
Appare evidente che su questo tema il Recovery Plan (atteso che il Recovery Fund prevede una dotazione finanziaria stimata nel doppio di quella che caratterizzò il Piano Marshall del secondo dopoguerra) avrebbe dovuto prevedere una strategia per il Paese ed un grande investimento in capitale umano. Non era così nella prima versione e non lo è nemmeno nella versione approvata il 12 gennaio scorso dal Governo dimissionario, che pure aveva inserito un cluster di azioni più adeguate in materia di istruzione ma palesemente prive di visione strategica.
È cruciale per il nostro Paese aumentare il peso del lavoro femminile. Secondo la Banca d'Italia se l'occupazione aumentasse ai livelli europei il nostro Paese beneficerebbe di 7 punti percentuali di PIL. Connessa a questo tema vi è la necessità di superare la grave incertezza dei giovani che non stanno scommettendo, a causa dei gravi effetti sanitari ed economici della pandemia, sul loro futuro famigliare e reddituale.
Si tratta di agire in maniera strategica sulla conciliazione dei tempi di lavoro e famiglia incentivando per quantità e qualità i servizi educativi per la prima infanzia e la scuola d'infanzia.
Tuttavia, investire non può limitarsi a voler dire costruire nuovi servizi attendendo i tempi di costruzione e poi di avvio dei servizi. In una situazione postpandemica serve immediatezza dell'investimento, solo in questo modo avremo “debito buono”. È dunque necessario incrementare fin da subito di centinaia di migliaia i posti disponibili nel segmento 0-6 e questo può essere fatto per il tramite delle scuole paritarie d'infanzia no profit che nel nostro Paese superano le 8.000 unità e che sono la spina dorsale del sistema educativo per l'infanzia. Esse svolgono funzione pubblica (L. 62/2000) nell'ambito del sistema nazionale di educazione ed istruzione (DLvo 65/2017) nel quadro delle attività di interesse generale definito dal Testo unico del Terzo Settore (DLvo 117/2017).
Investire in istruzione nel segmento 0-6 significa mettere immediatamente a disposizione delle famiglie italiane - e di quelle che si vogliono formare - un grande sistema educativo che ponga le condizioni per restituire il grande debito pubblico prodotto, investendo sul capitale umano di quelle generazioni che saranno gravate dalla sua restituzione. Con un'adeguata dotazione economica e per il tramite del sistema convenzionale le scuole d'infanzia paritarie sono la leva di politica educativa più immediata nel segmento 0-6 alle condizioni attuali. La legge 107/2015 prevedeva già l'istituzione di una quota capitaria per il raggiungimento dei fabbisogni standard, sancendo il cofinanziamento dei costi di gestione, da parte dello Stato, con trasferimenti diretti o con la gestione diretta delle scuole d'infanzia e da parte delle regioni e degli enti locali, al netto delle entrate da compartecipazione delle famiglie utenti del servizio.
Il Recovery Plan, dunque, non può limitarsi a concepire l'investimento in educazione ed istruzione intendendolo solo come edificazione di strutture. Sarebbe limitante e di limitato impatto nel breve periodo. Il Recovery Plan deve rappresentare un momento ancora più ambizioso. Se non ora quando? È necessario dare corso ad una, storica grande manovra di investimento educativo con le dotazioni finanziarie oggi a disposizione, stabilendo immediatamente la generalizzazione della scuola d'infanzia e l'esclusione dei servizi educativi per l'infanzia e delle scuole d'infanzia dai servizi a domanda individuale. L'approdo alla gratuità per tutti dei servizi educativi e della scuola d'infanzia consentirebbe di superare il target fissato dal Consiglio europeo di Barcellona del 2002 relativo al raggiungimento di un'offerta minima al 33% per i servizi per l'infanzia. Aumentare la qualità del capitale umano attraverso l'istruzione crea rendimento sociale e crescita in grado di sostenere il debito pubblico. È un investimento in grado di mutare le sorti di un'intera nazione ma soprattutto è una dotazione finanziaria che impegna “debito buono” e pone le condizioni per restituire il futuro alle giovani generazioni.

Presidente e Segretario Nazionale Fism (Federazione Italiana Scuole Materne)

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