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Investimenti in calo nel tech europeo. L’Italia paga dazio sull’occupazione

Il rapporto di Atomico fotografa un anno a due facce, con una prima metà positiva e una seconda che ha tagliato 400 miliardi $ di valore

di Gianni Rusconi

4' di lettura

Seconda parte dell'anno all'insegna della flessione per gli investimenti nel settore tecnologico in Europa, con un consuntivo previsto nell'ordine degli 85 miliardi di dollari, una cifra nettamente inferiore a quella record di oltre 100 miliardi dello scorso anno, ma che resta pur sempre la seconda più alta mai registrata. Il rapporto “The State of European Tech: 2022 edition” del fondo di investimento Atomico ha fotografato gli ultimi dodici mesi come «un anno senza precedenti, capace di mostrare incredibili accelerazioni e improvvise frenate», dovute alle ben note avversità di natura macroeconomica e geopolitica. Un anno a due facce, insomma.

Al giro di boa dei primi sei mesi, infatti, i livelli di investimento erano in crescita del 4% rispetto allo stesso periodo del 2021 (a quota 55 miliardi), prima della brusca frenata del secondo semestre.

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Due i dati emblematici di questa inversione di tendenza. Il primo è la perdita di valore della capitalizzazione delle aziende tech, calcolata in circa 400 miliardi di dollari da inizio anno (il market cap totale dell'ecosistema è sceso a 2,7 trilioni dal picco di 3,1 trilioni raggiunto alla fine del 2021). Il secondo sono i 14mila licenziamenti (il 7% dei lay off globali) decisi fino a oggi dalle aziende tecnologiche con almeno una sede in Europa.

Poche Ipo, meno unicorni

L'andamento a corrente alternata degli investimenti nel Vecchio Continente è composta di diversi dettagli che vanno a spiegare i numeri sopra riportati, dalla compressione dei mercati alla generalizzata compressione delle Ipo, dal rallentamento del numero di nuovi unicorni a quello dei deal conclusi, soprattutto a firma di investitori statunitensi.

Scorrendo i vari indicatori delineati dal rapporto, scopriamo per esempio che nel 2022 si sono registrate su scala globale solo tre collocazione sui listini di titoli tech (di cui due in Europa, Technoprobe e Tatatu) con un valore superiore al miliardo di dollari rispetto alle 86 complessive del 2021.

In forte ridimensionamento sono anche le scaleup elette al rango di unicorni (solo 31 contro il record di 105 dell'anno precedente) mentre le operazioni di round da almeno 100 milioni di dollari perfezionate, circa 170 nel complesso, hanno pagato dazio anche a causa della notevole riduzione (pari al 22%) del numero di investitori Usa coinvolti.

Non mancano in ogni caso elementi confortanti, a cominciare dalla riserva di liquidità (calcolata in 84 miliardi di dollari) che i fondi di venture capital e gli investitori europei avevano a disposizione a fine 2021, riserva che di fatto assicura la disponibilità di liquidità da immettere nel sistema nel breve e medio termine nonostante il persistere di condizioni sfavorevoli.

Interessante, infine, il dato che riguarda le aziende tech “planet positive”, a cui è andato il 15% dei finanziamenti raccolti in Europa (circa 10 miliardi di dollari).

La situazione italiana

La sintesi che riassume lo scenario tricolore, come si legge nella nota relativa all’Italia, è la seguente: meno posti di lavoro a disposizione nel comparto tecnologico e bassi investimenti, mentre regge il valore di capitalizzazione delle aziende quotate.

Per quanto riguarda le dinamiche di impiego, l'Italia fa compagnia a Danimarca e Portogallo nel registrare un calo degli annunci (del 6%) per la ricerca di figure tech e si distingue da tre anni a questa parte (al pari di Belgio e Paesi Bassi) per l'elevata percentuale di ruoli difficili da coprire, confermando le difficoltà crescenti nel reperire talenti.

La Penisola viaggia invece a braccetto con la Spagna per quanto riguarda il computo dei capitali destinati alle aziende tecnologiche, nettamente inferiori alla media, nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni. Gli investimenti in Italia tendono infatti a orientarsi verso le operazioni early-stage, sotto i 20 milioni di dollari, esibendo in questo campo numeri anche migliori del Regno Unito, mentre in termini di capitalizzazione di mercato siamo all'ottava posizione grazie a una flessione molto contenuta, la minore in assoluto a livello europeo.

L'ecosistema delle startup limitato

Non mancano dunque i segnali positivi, come confermano gli analisti di Atomico, e lo status di unicorno raggiunto da Satispay e ScalaPay, entrambe arrivate a una valutazione superiore al miliardo di dollari, è sicuramente fra questi. L'Italia ha ancora un enorme margine di miglioramento, perché ancora molto sottopesata dagli investimenti di capitale rispetto ad altri Paesi: le startup tech tricolori rappresentano in numero il 6% di quelle europee (che sono complessivamente circa 170mila, per oltre 2,6 milioni di addetti) e paga il fatto che gli investimenti tendono a privilegiare le fasi iniziali dello sviluppo di una nuova impresa.

Siamo dunque lontani dai numeri esibiti dai principali ecosistemi di start up ma è lecito aspettarsi, secondo gli esperti, che il salto in avanti sia prossimo, anche grazie a un quadro regolatorio (la legge per le startup) e a iniziative di sostegno all'innovazione sovvenzioni che negli ultimi anni hanno fatto da volano all'espansione del movimento.

Le prospettive post crisi

Ignorare che il 2022 sia stato un anno difficile, ammettono infine da Atomico, è impossibile vista la concomitanza di eventi negativi che hanno generato il contesto macroeconomico più difficile dai tempi dalla crisi finanziaria globale del 2008. Eppure ci sono evidenti segnali che indicano che i fondamenti dell'ecosistema tecnologico europeo sono rimasti forti, vuoi per la rapida maturazione dimostrata, vuoi per l'ampia disponibilità di capitali da investire ancora inutilizzati.

I round early stage nel Vecchio Continente, questo un dato da cui partire, continuano a essere in linea con quelli degli Stati Uniti (alle startup tech europee va il 31% dei finanziamenti distribuiti a livello globale, rispetto al 33% di quelle a stelle e strisce) e la pipeline di talenti che ruotano intorno a questo universo è la più grande mai avuta. Il vero “successo” dell'industria tech europea, concludono gli analisti, non riguarda tanto le valutazioni e il valore dei mercati dei capitali, quanto piuttosto la capacità di spinta all'innovazione e la creazione di aziende a lungo termine.

Il 2022, in altre parole, deve essere analizzato con una vista che va oltre i dodici mesi appena trascorsi, perché al cospetto di dati di difficile interpretazione le opportunità in Europa e per le imprese tecnologiche europee restano enormi.

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