analisile proiezioni di Bankitalia

Senza investimenti stagnazione assicurata

di Davide Colombo

default onloading pic
(imagoeconomica)

2' di lettura

Dietro la debolissima crescita dell’economia nazionale indicata nelle proiezioni diffuse da Bankitalia s’intravedono due motori, entrambi molto fiacchi: i consumi delle famiglie e le esportazioni nette. I primi sospinti dagli effetti distributivi del Reddito di cittadinanza, le seconde appese alle incertezze con cui Usa e Cina stanno depotenziando il commercio mondiale.

In questa prospettiva di valore aggiunto costruito in Italia ne resta davvero poco. Per questo gli analisti di via Nazionale, nell’esercizio biennale coordinato con l’Eurosistema, dimezzano le previsioni di crescita netta (dallo 0,6% di gennaio allo 0,3% di oggi). Siamo in linea con le previsioni Istat di una settimana fa, sapendo che il Pil acquisito è al momento pari a zero e che il secondo trimestre rischia di chiudere in negativo anche a causa di un calendario non benevolo per le manifatture.

Ieri la Bce aveva ritoccato di un decimale al rialzo il Pil dell’Eurozona al +1,2%. La distanza di fase della congiuntura nazionale è notevole ma purtroppo in linea con le tendenze degli ultimi anni: cresciamo di un punto secco al di sotto degli altri partner dell’area monetaria, e quando loro crescono poco noi entriamo in stagnazione.

Ci sono tante ragioni dietro il ritardo, quella congiunturale sottolineata nella nota di Bankitalia riguarda in particolare gli investimenti. Scrivono gli analisti che «l’accumulazione di capitale produttivo si contrarrebbe nel biennio 2019-20 e sarebbe pressoché stagnante nel 2021». In numeri: si passa dal +0,6% di investimenti fissi lordi previsto lo scorso gennaio al -0,5% attuale, con un crollo degli investimenti in beni strumentali (-2% contro il +4% dell’anno scorso). Anche il mercato del lavoro, che aveva chiuso il 2018 con una corsa un poco maggiore del Pil, frena. L’anno si chiuderebbe con un +0,2% di occupazione (contro il +0,4% della proiezione di gennaio) mentre il tasso di disoccupazione crescerebbe al 10,5% (dal 10,3%) restando praticamente in linea nel triennio sugli stessi livelli del 2018.

Come a dire: se il Reddito di cittadinanza ha sospinto appena i consumi delle famiglie i posti lasciati liberi da “Quota 100” saranno solo in parte rimpiazzati con nuove assunzioni. Come ha detto il governatore, Ignazio Visco, nelle Considerazioni finali del 31 maggio servirebbe tutt’altro: una ricomposizione del bilancio pubblico più orientata al sostegno del lavoro e delle attività produttive. E servirebbe un fisco più attento a chi investe e ricapitalizza le proprie imprese.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...