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Investimenti e riforme: la strada obbligata per accrescere la produttività

di Dino Pesole

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L'economia internazionale sta rallentando, e l'Italia è entrata in un ciclo negativo di stagnazione se non di vera e propria recessione, come certifica nuovamente l'Istat se pur rivedendo a -0,1% la flessione del quarto trimestre del 2018 rispetto al precedente -0,2% (imagoeconomica)

3' di lettura

L’economia internazionale sta rallentando, e l’Italia è entrata in un ciclo negativo di stagnazione se non di vera e propria recessione, come certifica nuovamente l’Istat se pur rivedendo a -0,1% la flessione del quarto trimestre del 2018 rispetto al precedente -0,2%.

Riforme e investimenti: non sembra esservi alternativa a questo binomio, che vale per noi come per gli altri paesi europei. L’intera eurozona ha tratto grande beneficio dai bassi tassi di interesse garantiti dalla politica monetaria “espansiva” della Bce, e per molti versi si può riconoscere per paesi ad alto debito come l’Italia sia stato decisivo (per la minore spesa per interessi).

Ora, in vista delle prossime scadenze a partire dal Def di metà aprile e poi con la legge di Bilancio, di certo non vanno commessi errori, perché la situazione presenta alti margini di rischio.

Non pochi elementi di interesse sono emersi su questi ed altri temi dal confronto, moderato da Eugenio Occorsio, tra Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici e Domenico Fanizza executive director del Fondo Monetario Internazionale per Italia, Portogallo, Grecia e Malta), uno degli appuntamenti del ciclo di conferenze sui temi dell’economia europea svoltosi a Matera capitale europea della cultura 2019, a cura dell’imprenditrice Margareta Berg e organizzate dalla Fondazione Eni Enrico Mattei.

Dal dibattito trova conferma la constatazione, ormai ampiamente condivisa presso gran parte delle istituzioni internazionali, che il rallentamento in atto sul fronte dell’economia internazionale, innescato dalla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, sia tutt’altro che un fenomeno transitorio. La tesi di Panizza è che i rischi di una frenata più consistente del ciclo economico mondiale siano molteplici, come del resto evidenziano i più recenti dati congiunturali in Germania e Italia.

Le politiche economiche dei vari paesi dovrebbero essere in questa fase, e questo vale in misura maggiore per l’Italia che è tecnicamente in recessione, orientate a gestire i rischi e minimizzare gli impatti negativi. Permane la questione dell’eccessivo surplus commerciale della Germania. La tesi di Fanizza è condivisibile: Berlino deve spingere sulla leva degli investimenti pubblici e delle riforme strutturali così da stimolare la domanda interna.

Una questione non affrontata fino in fondo nel dibattito politico in Europa: le tensioni e le minacce per la sopravvivenza stessa dell’euro si manifestano se molti paesi sono in disavanzo, ma anche (con intensità forse diversa) se l’avanzo di alcuni paesi perdura nel tempo.

Dal punto di vista dei saldi con l’estero, l’Italia non è una fonte di squilibrio per l’Europa, lo è se non riesce a ridurre il suo debito pubblico. Già ma come uscire dal circolo vizioso determinato da bassa crescita e alto debito?

Per Cottarelli non vi è dubbio che l’Italia abbia difficoltà a svolgere un'azione anti-ciclica. Si conferma la necessità di attuare riforme per aumentare la competitività, stagnante da diversi anni. Un altro elemento su cui non si riflette abbastanza. Già prima della crisi del 2008 e della doppia recessione che ci ha portato via nove punti di Pil, l’Italia cresceva in media un punto e mezzo al di sotto della media europea. E i nodi strutturali che determinavano e determinano la contrazione dell’attività produttiva non sono stati rimossi. Cottarelli li cita espressamente: occorre ridurre i costi di produzione delle imprese. In sostanza la priorità dovrebbe essere intervenire sui costi della burocrazia, ma anche sul fronte della giustizia civile.

Elementi fondamentali per rendere attrattivi gli investimenti esteri in Italia, ma anche per ridurre le tasse trovando fonti di finanziamento all’interno degli oltre 830 miliardi della nostra spesa pubblica e nella lotta all’evasione fiscale. Sono le imprese che creano sviluppo e occupazione. Dunque in questa direzione andrebbero convogliate le risorse disponibili.

Ed è anche la strada per recuperare la fiducia dei mercati e ridurre lo spread. I calcoli di Cottarelli sono eloquenti: lo spread a 260 punti base determina un incremento del 2,6% sulle scadenze a dieci anni rispetto alla Germania. Il rischio è che si incrini la fiducia e dunque si incida sulle aspettative. Quando nel 2011 lo spread è arrivato a 575 punti base – osserva Cottarelli - l’economia italiana è crollata. Se ora lo spread inizia a salire, gli imprenditori «non investono e rimandano progetti di investimento a causa dell’incertezza. Ho calcolato che della discesa del tasso di crescita tra la fine del 2017 e la fine del 2018, 2/3 sono dovuti a quello che accadeva nel resto dell’Europa, 1/3 è dovuto a cause interne e all’aumento dello spread. Le cose potrebbero sfuggire di mano e finire come nel 2011».

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    Dino PesoleEditorialista

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: Italiano, inglese, francese

    Argomenti: Conti pubblici, Europa, attività politico-parlamentari

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