Bussola &Timone

Investimenti e rischi, cosa ci insegna la vicenda patent box

di Giovanni Tria

(EtiAmmos - stock.adobe.com)

7' di lettura

In Italia centinaia di miliardi del Pnrr, più altri fondi pubblici,
saranno impiegati per attivare una crescita economica senza la quale non potrà esserci transizione digitale ed ecologica, tanto meno caratterizzata dalla sostenibilità. Ciò significa mettere in moto una complessa macchina pubblica, ma soprattutto stimolare
un’economia che continuerà a dipendere, per parte prevalente, dalle scelte private di consumatori e investitori.

In questo quadro, si ripropone un antico dilemma: le politiche di sostegno agli investimenti devono essere più orientate a ridurre il rischio d’impresa o a garantire ed esaltare il premio al rischio, il che vuol dire il premio conseguente a un investimento di successo? La questione è stata dibattuta a lungo in varie forme e rischia di alimentare solo dibattiti di principio. Tuttavia, è una questione cruciale nel disegno delle politiche, anche le più mirate.

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La riduzione del rischio, con vari sussidi a fondo perduto diretti a ridurre il costo dell’investimento, piace a chi è più avverso al rischio o ha difficoltà a trovare credito. Essa ha il fine positivo di ampliare la platea di chi accetta di intraprendere un’attività, ma al tempo stesso è meno efficace nell’incentivare lo spostamento di risorse verso gli usi più produttivi. Al contrario, aumentare il premio al rischio, che può significare ridurre la tassazione dei profitti o aumentare il rendimento delle innovazioni, piace soprattutto agli innovatori, a chi abbandona la vecchia strada per la nuova.

Trent’anni fa, in un importante volume Productivity and American Leadership. The Long View ( Mit Press, 1991), Baumol, Batey Blackman e Wolff ribaltarono un dibattito allora vivo , ma mai sopito, su come utilizzare le riduzioni fiscali per spingere le imprese a innovare. Era l’epoca in cui negli Stati Uniti si discuteva sul rallentamento della produttività, la deindustrializzazione e la perdita di competitività rispetto al Giappone. Il problema non è scomparso negli Stati Uniti ed è particolarmente vivo in Italia, anche se non si parla di concorrenza giapponese. L’idea era che lo sconto fiscale non dovesse essere concesso ex-ante per tenere in vita imprese marginali, ma come premio ex-post a chi otteneva un aumento di produttività attraverso innovazioni, investimenti, miglioramenti gestionali, formazione del personale. L’importante, per gli autori della proposta, era il successo nell’aumentare la produttività, misurabile attraverso l’aumento del tasso di profitto al netto dell’inflazione. Poteva sembrare strano e contro-intuitivo chiedere un vantaggio fiscale per chi dimostrava di aver aumentato i profitti, ma la tesi era appunto che fosse più efficace aumentare il premio per il rischio, e quindi i profitti dell’innovatore, piuttosto che ridurre il rischio riducendo il costo degli investimenti. E questo a vantaggio di tutta l’economia (il titolo del volume si poneva il problema della «leadership americana»).

Pur riconoscendo una possibile diversa valenza generale ad ambedue gli approcci – una preferenza per il premio al rischio individua una visione più liberale e di mercato dell’economia – pragmaticamente, nel concreto funzionamento dei mercati e delle legislazioni che li tutelano, a volte finanziare alcuni tipi di investimenti è utile e necessario a compensare il malfunzionamento dei mercati finanziari attraverso i quali il capitale di rischio dovrebbe raggiungere le imprese e le attività, anche quelle piccole che possono avere futuro in termini di rendimento. Tuttavia, il fatto che certi strumenti di sostegno pubblico ad ampio spettro per investimenti “tirino”, come si dice in gergo, dimostra un successo di pubblico tra i beneficiari, ma non sempre risultati economici apprezzabili degli investimenti stessi. In altri termini, l’investimento è una componente della domanda, ma il suo fine è aumentare la capacità produttiva e la sua sostenibilità sul mercato. Il debito buono è tale se finanzia questi investimenti, non solo se finanzia acquisto di macchinari.

In base a un approccio pragmatico, ma che non perda la direzione di fondo delle scelte economiche, ci si può chiedere come si debba giudicare l’idea di abbandonare il patent box, cioè la detassazione parziale e temporanea dei redditi derivanti dall’utilizzo di opere d’ingegno come brevetti industriali, software e beni immateriali tutelabili, che sono prodotti di attività di ricerca e sviluppo, per optare per una più consueta detrazione fiscale sui costi di investimento nella ricerca stessa. Vi è certamente un problema transitorio e quindi risolvibile, per chi ha investito in attesa di redditi più alti al netto delle tasse, e ciò richiama ancora una volta il tema della certezza del diritto per chi investe. Ma si tratta anche di una scelta di campo, ancora una volta, tra il privilegiare il premio al rischio, cioè il premio al successo, oppure la riduzione ex-ante del rischio. La reazione degli operatori più interessati, che sono gli “inventori” di qualcosa di nuovo con l’ingegno, è quella di vedere l’Italia come un Paese meno accogliente per loro. Forse esagerano, ma la storia del patent box rischia di essere vista come un segnale per giudicare l’orientamento politico prevalente, liberale o assistenziale. Forse non è così, ma le percezioni in economia sono fondamentali e questa non gioverebbe all’economia italiana, che ha più bisogno di attrarre talenti, così come conservare quelli che ha, di quanto abbia bisogno di capitali di cui il mondo oggi appare pieno.

Il parlamento sembra aver raggiunto un accordo di massima sulla legge delega per la riforma fiscale. Il punto più condiviso è quello che riguarda la necessità di ridurre la pressione fiscale diretta, cioè l’Irpef, sulle classi di reddito medio basse. Ma per ciò che riguarda la dimensione possibile di questa riduzione, un tema che sembra dimenticato nel dibattito è quello del possibile spostamento del prelievo dalle imposte dirette (Irpef) alle imposte indirette (Iva), cioè dai redditi dei fattori produttivi, che nel caso dell’Irpef sono sostanzialmente i redditi da lavoro, oltre che da pensioni, alla tassazione dei consumi. Il ministro Tremonti definiva questo spostamento “dalle persone alle cose”. Una dimenticanza che è molto strana perché, in un periodo di europeismo condiviso, si elude proprio una raccomandazione tradizionale della Commissione europea. Una raccomandazione il cui fondamento sta nel fatto che questo spostamento del prelievo favorisce la crescita a parità di pressione fiscale complessiva. La ragione è che si ridurrebbe il cuneo fiscale, che entra nei costi di produzione, determinando un aumento delle remunerazioni al netto delle tasse. Ma questo spostamento di prelievo sarebbe anche utile alla crescita perché determina una “svalutazione fiscale”, poiché l’Iva non grava sulle esportazioni, mentre colpisce i consumi di beni e servizi importati in egual misura rispetto a quelli prodotti sul territorio nazionale. In tal modo si recupera competitività internazionale. Non è un caso, inoltre, che nell’economia globalizzata, per tassare localmente i profitti delle multinazionali, si stia valutando di prendere come riferimento le loro vendite nei vari Paesi. E anche nelle discussioni sulla tassazione delle ricchezze si mette in rilievo che quelle personali, in vario modo legalmente o non legalmente occultate, si riflettono nel livello di vita dei beneficiari
al momento del consumo.

Il fatto rilevante è che seguire questa strada permetterebbe oggi una riduzione del prelievo Irpef sui redditi medio-bassi doppio o anche triplo rispetto a quello di cui si discute e ciò faciliterebbe la definizione del “metodo” con il quale ridurre in misura percepibile l’imposizione diretta sulle classi di reddito medio e medio-basso. C’è da decidere, infatti, “come” operare la correzione e le sue dimensioni. In altri termini, vi è da una parte il problema di come finanziare la riduzione del prelievo Irpef e dall’altra il problema di definire la struttura del prelievo, il grado di progressività e come applicarla. Su questo secondo punto, il dibattito politico si è concentrato su due possibili alternative ben descritte, come hanno ricordato Paladini e Visco sul Sole del 30 giugno, nell’ottimo rapporto presentato in una audizione al Parlamento dal direttore generale del Dipartimento delle Finanze del Mef, la professoressa Fabrizia La Pecorella, e ben studiate nello stesso Dipartimento fin dal 2019. La prima alternativa consiste essenzialmente nella riduzione, da 5 a 3, del numero di aliquote applicate per scaglioni di reddito. La seconda ipotesi è quella di passare al cosiddetto modello tedesco, cioè disegnare una curva continua di aliquote marginali, che coinciderebbero sostanzialmente con quelle medie effettive, da applicare per ogni singolo livello di reddito. Avendo già preso posizione su questa rubrica a favore di questa seconda alternativa (15 agosto 2020), ne richiamo i motivi fondamentali. Le maggiori attrattive del modello tedesco risiedono nella sua trasparenza e nella sua flessibilità. Trasparenza perché ogni percettore di reddito saprebbe, senza fare calcoli personali, quale percentuale del suo reddito deve versare allo Stato, che è ben diversa da quella che si legge nella sua aliquota marginale. L’argomento di chi parla di complicazione “algoritmica” o matematica per la determinazione della curva delle aliquote è fuorviante perché il compito del calcolo è dell’amministrazione fiscale, e non è complicato perché basta decidere quale debba essere, mentre al contribuente verrebbe solo comunicata la percentuale effettiva del suo reddito che deve pagare. Quanto alla flessibilità, va considerata da un duplice punto di vista. Permette di decidere in modo mirato i livelli di reddito da beneficiare oggi con una riduzione di prelievo, disegnando con precisione la curva della progressività, ma permette anche con facilità di appiattire progressivamente, in futuro, la curva delle aliquote fino al livello desiderato di reddito. In altri termini, sarebbe facile spostare verso livelli superiori di reddito la progressività del prelievo dettato dalla Costituzione, man mano che l’equilibrio della finanza pubblica lo permetterà e secondo le scelte politiche discrezionali che sono alla base della democrazia. In ogni caso, deciso il metodo, l’importante è ridurre progressivamente in misura significativa la pressione fiscale sui redditi medi e medio-bassi. Lo si dice da decenni, almeno da quando l’inflazione alta fece lievitare i redditi nominali, ma non quelli reali, con la conseguenza che le aliquote concepite per redditi medio-alti finirono per colpire anche i medio-bassi. Il dibattito sul fiscal drag, come venne chiamato il fenomeno, fu intenso ma senza effetti rilevanti. La fame di gettito fiscale a fronte di spesa pubblica crescente, purtroppo non per investimenti, ha fino a oggi sempre collocato questa esigenza di correzione del prelievo nella cartella dei buoni propositi.

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