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Investimenti Esg e i 3 passi per scegliere i fondi giusti

La sigla più famosa della sostenibilità indica una politica di investimento ma non l’unica. La strategia più utilizzata è infatti quella di esclusione. Ecco come funzionano

di Vitaliano D'Angerio

Con investimenti Esg private banker puntano a soldi nei materassi

La sigla più famosa della sostenibilità indica una politica di investimento ma non l’unica. La strategia più utilizzata è infatti quella di esclusione. Ecco come funzionano


2' di lettura

Esg è una sigla inglese diventata sinonimo di sostenibilità. Sta per environment (ambiente), social e governance i tre indicatori utilizzati dai gestori per scegliere le aziende da inserire nei portafogli dei fondi socialmente responsabili. Ecco allora tre passi da realizzare per capire se quello che stiamo per acquistare è un fondo sostenibile. Partendo da una considerazione: quella Esg è una delle strategie che utilizzano i gestori, non l’unica.

Politica d’investimento: criteri di esclusione
Il primo passo da fare è un semplice sfoglio di pagine. Bisogna prendere il documento informativo del fondo e andare subito al paragrafo sulla “Politica di investimento”. Lì viene chiarito che tipo di strategia il gestore utilizza. La più diffusa è quella dell’esclusione di titoli dei settori tabacco, armi, pornografia, alcol. Vengono definiti “criteri di esclusione o negativi” e sono la strategia più utilizzata al mondo: 19,8 trilioni di dollari su un totale di 31 trilioni (fonte Gsia). Ci sono poi i “criteri positivi”: il gestore in questo caso valuta appunto l’impatto ambientale, sociale e di governance delle aziende e degli Stati in cui investe (Esg appunto). La scelta è basata su un’analisi extrafinanziaria che, per quanto riguarda l’ambiente, valuta per esempio le emissioni di CO2.

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Il confronto (engagement)
Basta così? No, non basta. C’è il secondo passo da compiere. Nella relazione annuale della società di gestione viene spiegato se i fondi si confrontano con le aziende in cui investono per sensibilizzare il management sulle tematiche Esg, fino ad arrivare al voto in assemblea e a una eventuale esclusione dal portafoglio se l’impresa non si adegua. Chi fa sostenibilità in modo attivo va in assemblea e vota contro strategie aziendali contrarie ai parametri Esg.

Il rating, terzo passo
Infine, il terzo passo è verificare se il gestore, oltre a dati e analisi interne, si appoggia ad agenzie di rating etico e società di consulenza. Incrociando i dati extrafinanziari, interni ed esterni, si realizza infatti una migliore valutazione delle singole aziende. Se non si trovano queste informazioni, bisognerà chiedere un surplus di notizie al proprio consulente. A questo punto, nei panni dell’investitore, ci si può accontentare di fare il primo passo o di non farlo del tutto. L’importante è esserne consapevoli.

Soluzione Ecolabel
Sarebbe tutto più facile per il risparmiatore se sul fondo sostenibile vi fosse un’etichetta (label). In Francia e in Belgio hanno provveduto. Ma la Commissione Ue vorrebbe evitare un fiorire di oltre 20 bollini diversi. Da qui l’approvazione, prevista entro fine anno, di un’etichetta già utilizzata per i prodotti biologici.

In portafoglio tecnologie e biotecnologie ESG

È l’Ecolabel che verrà usato anche per i fondi azionari e obbligazionari green. Al momento c’è una commissione di esperti che sta discutendo sulle percentuali di “green” necessarie per poter utilizzare il bollino verde ma è difficile difficile trovare un accordo tra le associazioni di banche e fondi di tutti i Paesi europei. Vedremo nei prossimi mesi quale sarà il compromesso varato da Bruxelles.

Per approfondire:

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