Interventi

Investimenti green per spingere l’Unione

di Valerio Castronovo


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3' di lettura

Durante le ultime settimane intercorse fra l’investitura in sede parlamentare di Ursula von der Leyen alla guida della nuova Commissione europea e la formazione della sua squadra di governo, si erano manifestate, da più parti, molte aspettative su una revisione delle norme del Patto di stabilità. Ad alimentarle era stato anche il documento trasmesso all’Europarlamento da Christine Lagarde, alla sua prima uscita ufficiale da presidente designata a succedere in novembre a Mario Draghi a capo della Bce, in cui ella, nel rispondere alle domande postele dal comitato agli affari economici dell’Assemblea di Strasburgo, auspicava un riesame delle regole di bilancio dell’Eurozona, al fine di assecondare la crescita dell’economia e di incentivare una riduzione dei debiti pubblici.

Adesso, dopo la frenata emersa durante il primo confronto informale fra i ministri dell’Ecofin, avvenuto lo scorso fine settimana a Helsinki, la prospettiva di una modifica dei criteri e dei vincoli del Patto di stabilità è tramontata, in quanto essa imporrebbe un lungo percorso legislativo e, per di più, su un sentiero molto stretto, che rischia di essere altrettanto complesso che, alla fine, inconcludente.

In pratica, è così rimasto in campo – in funzione di una politica anticiclica e di stimolo dell’economia, soprattutto la decisione assunta adesso da Draghi (e preannunciata, a metà agosto, da Olli Rehn, uno dei membri più autorevoli del board dell’Istituto di Francoforte) di riavviare il bazooka del Qe – il programma di acquisto da parte della Bce di titoli pubblici e privati (al ritmo di 20 miliardi al mese), in considerazione del deterioramento delle prospettive economiche europee e nel timore di una pesante recessione su scala globale. È vero che questa risoluzione è stata contestata dal presidente della Bundesbank Jens Weidmann e dai suoi colleghi olandese e austriaco. Ma la signora Lagarde s’è impegnata a seguire in futuro la stessa linea di condotta tracciata da Draghi.

C’è comunque da augurarsi che, pur nel quadro di un doveroso rispetto dei parametri comunitari vigenti in materia di conti pubblici, a cui intende d’altronde attenersi la neo-presidente dell’esecutivo europeo (come ha tenuto a precisare fin dal suo esordio e ribadito poi), si possano individuare più spazi per l’adozione di investimenti pubblici concernenti determinate priorità fondamentali in fatto sia di protezione dell’ambiente che di sviluppo della ricerca e dell’istruzione.

Unitamente alla possibile apertura a questo riguardo espressa dal vicepresidente della Commissione Ue (con poteri di supervisione dell’economia) Valdis Dombrovskis, è intanto significativo il maxipiano annunciato dal ministro socialdemocratico delle Finanze tedesco Olaf Scholz (avvezzo in passato a praticare fin troppo la lesina sul fronte della spesa), per la creazione di un fondo finanziario speciale privato-pubblico, da 50 miliardi, destinato a realizzare, a cominciare dal 2020, una serie di operazioni nella green economy, come interventi miranti a contrastare i cambiamenti climatici e a implementare le energie rinnovabili e la digitalizzazione. Tutto ciò nel rispetto del dettato costituzionale sul pareggio di bilancio e col risultato di imprimere una spinta propulsiva alla propria economia nazionale in una fase come quella attuale segnata da un suo pronunciato rallentamento e all’indomani dell’avanzata elettorale dell’estrema destra avvenuta recentemente in Sassonia e in Brandeburgo.

Quella degli investimenti in beni e servizi “verdi” ed “ecosostenibili” potrebbe perciò divenire una strada maestra anche per altri Paesi europei, qualora venissero agevolati, scorporandoli dal deficit, in base a certe forme di flessibilità da mettere a punto. D’altronde ne trarrebbe certamente vantaggio, insieme a un rilancio del sistema economico e a un miglioramento della qualità della vita, anche un processo di maggior integrazione istituzionale e politica nell’ambito della Ue.

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