LO SCENARIO

Investimenti per intercettare i viaggiatori in cerca di qualità

Aumentano i flussi di fascia medio-alta ma l’Italia ha ancora strutture e servizi carenti. Decisivi l’arrivo di operatori e fondi esteri e il ruolo di Cassa depositi e prestiti per la riqualificazione

di Giovanna Mancini


4' di lettura

Le carte nel mazzo ci sono tutte: i paesaggi mozzafiato e le spiagge, le riserve naturali e le montagne, le città d’arte e i borghi carichi di storia e cultura. Ci sono il cibo e il buon vino, la moda e il design.

L’Italia ha tutto quello che serve per costruire un’offerta turistica di alta gamma – non necessariamente di lusso, per super ricchi, ma di qualità, rivolta a quella classe media di «global travellers» che nella vacanza sempre più spesso cercano un’esperienza unica. È la strada obbligata per rendere distintiva e competitiva a livello internazionale l’industria italiana del settore che, secondo un Report Unicredit-Touring Club, nel 2017 valeva 70,2 miliardi di euro (il 4,2% del Pil), ovvero 172,8 miliardi considerando l’indotto (il 10,3% del Pil). Un’industria che può crescere ancora e molto.

Nonostante il suo ricco patrimonio naturale e artistico, infatti, il nostro Paese è soltanto la quinta destinazione di viaggio al mondo, alle spalle di Francia, Spagna, Stati Uniti e Cina. La capacità ricettiva alberghiera è la più alta d’Europa (con 2,2 milioni di posti letto nel 2017, secondo il XXII Rapporto sul Turismo in Italia Cnr-Irss), ma si tratta in gran parte di strutture obsolete, di piccole dimensioni e a conduzione familiare, con servizi non adeguati alle richieste di una clientela di fascia medio-alta sempre più internazionale (nel 2017 i turisti stranieri nella Penisola hanno superato per la prima volta quelli italiani).

La domanda di servizi personalizzati e moderni, efficienti e flessibili, è una tendenza che si sta imponendo: secondo uno studio dell’Università Bocconi, entro il 2027 il turismo di lusso crescerà a livello globale a un ritmo del 6,2% l’anno, alimentato soprattutto dalla domanda proveniente dai Paesi emergenti, contro una crescita media del comparto del 4,8%.

E l’Italia è una delle mete più ambite dai “big spender”, che cercano arte e cultura, natura e sport estremi, oasi di relax e vie dello shopping. «Si aprono potenzialità che il nostro Paese non può perdere, perché su questo fronte ha molti elementi di competitività», fa notare Magda Antonioli Corigliano, direttore del Master in Economia del Turismo della Bocconi. Sul segmento medio, viceversa, la partita internazionale vede l’Italia in svantaggio, soprattutto in settori come quello balneare, in cui il Paese sconta la concorrenza low cost di altri Paesi del Mediterraneo, più abili nell’interpretare le esigenze del mass market. Si spiega così la contrazione prevista per l’estate in corso da Cst per Assoturismo Confesercenti, che tra giugno e agosto stima in Italia 205 milioni di presenze, quasi 2 milioni in meno rispetto all’estate 2018, con una flessione particolarmente accentuata per le mete costiere.

«In questo momento il turismo italiano copre tutti segmenti – spiega Antonioli – ma dovrebbe riuscire a rispondere in modo più puntuale ai clienti di fascia alta, con servizi e strumenti che facciano leva sulla personalizzazione dell’esperienza e sull’eccellenza delle strutture. La verità è che non coccoliamo abbastanza questi turisti, che hanno aspettative molto elevate». Colpa di una settore ricettivo frazionato e poco managerializzato, in ritardo sulla digitalizzazione. Ma c’è anche un tema di infrastrutture carenti che chiama in causa il governo e le istituzioni locali. «L’Italia non è seconda a nessuno per bellezza e unicità di esperienze che potrebbe offrire – prosegue la docente – ma c’è un gap con gli altri Paesi sui servizi a tutti i livelli, anche nei trasporti e nelle infrastrutture».

È necessario riqualificare e valorizzare un’offerta che nasceva come standardizzata e che ora deve fare un passo verso un alto di gamma “moderato”, capace di attrarre i ricchi e i viaggiatori benestanti, in cerca di mete defilate, lontane dal turismo di massa, di esperienze a contatto con il territorio, alla scoperta dei suoi sapori e delle sue tradizioni. «Le imprese del settore devono aggiornarsi – dice ancora Antonioli – investendo nella formazione non solo del personale, ma anche e soprattutto dei manager». Tutto questo implica la ricerca di risorse per gli investimenti e competenze manageriali, e questa necessità negli ultimi anni ha spinto molte imprese albreghiere – sia catene, sia realtà familiari – ad aprirsi al mondo della finanza e dei fondi, anche esteri.

L’interesse da parte degli investitori c’è, soprattutto sul segmento del lusso, come dimostrano ad esempio l’impegno nel nostro Paese del colosso cinese Fosun International, che ha di recente annunciato ulteriori investimenti, in particolare su beach e mountain resort, oppure quello del gruppo francese Batipart, che prevede di consolidare la propria presenza in Italia, dove oggi conta il 10% del proprio portafoglio di hotel in Europa. Un ruolo importante, sia come investitore, sia come elemento di garanzia per gli operatori esteri, è quello giocato da Cassa Depositi e Prestiti attraverso il Fondo Investimenti per il Turismo istituito nel 2014, che ha come obiettivo la riqualificazione e valorizzazione di strutture ricettive in particolare nei centri minori del Paese.

Riqualificazione e «upgrade» delle strutture; formazione e managerializzazione; apertura ai capitali finanziari e digitalizzazione. Se queste sono le direttrici di sviluppo per le imprese del settore, c’è anche un tema di promozione del sistema Paese: «Dobbiamo proporre ai visitatori internazionali una “italian way of life” e imparare a farcela riconoscere di più – aggiunge Antonioli –, applicando prezzi premium a un’offerta con maggiore valore aggiunto, come fanno i francesi e i tedeschi. Il mercato è pronto per questo».

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