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Investimenti, il parcheggio remunerato dei conti deposito: quali scegliere e perché

I conti deposito pagano in media un tasso netto positivo vicino all’1%, ma in alcuni casi si può arrivare anche al 3,5%

di Vito Lops


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8' di lettura

I conti di deposito rappresentano ad oggi una delle più interessanti forme di investimento per i piccoli risparmiatori. Di cosa si tratta? Di speciali conti bancari (con tanto di Iban) dove il titolare parcheggia la propria liquidità a fronte di una remunerazione concordata.

Nell’autunno del 2019 - stando alle ultime rilevazioni dell’Osservatorio ConfrontaConti.it - i conti deposito pagano in media un tasso netto positivo vicino all’1%.

Un livello superiore sia ai BoT (che viaggiano sottozero così come i BTp fino a 3 anni) che all’inflazione (0,4%). Così in un momento storico in cui i mercati finanziari sono paradossalmente colpiti dalla bolla dei tassi negativi (nel mondo ci sono obbligazioni “sottozero” per un valore superiore ai 14mila miliardi di dollari) e dove pertanto risulta sempre più difficile per un piccolo investitore estrarre del valore dagli asset finanziari, l’universo dei conti di deposito si pone come una sorta di ancora di salvataggio per chi è a caccia di rendimenti reali (depurati cioè per il costo della vita) positivi.

Ovviamente non si tratta di strumenti del tutto privi di rischio e pertanto, prima di decidere se parcheggiare i propri soldi in un prodotto del genere, è bene conoscerlo un po’ più in profondità.

Non sono conti correnti
I conti deposito non vanno confusi con i conti correnti. Come ben descrive già il nome “deposito” si tratta di conti ad hoc per depositare la liquidità. Oltre a questa operazione questi conti consentono l’operazione opposta, ovvero trasferire la liquidità al cosiddetto “conto corrente d’appoggio”, il cui Iban viene comunicato alla sottoscrizione del contratto.

    In parole più semplici, non è possibile pagare le bollette o farsi accreditare lo stipendio/pensione attraverso il conto di deposito. Per queste operazioni, e tutte le altre di natura bancaria (utilizzo di carte di credito, prelievi dagli sportelli, ecc.) l’unica via è quella del conto corrente o del libretto di risparmio.

    Il punto è il che i conti correnti da diverso tempo non remunerano più la liquidità. Anzi, si preparano a tassarla. Come ha annunciato UniCredit nell’ottobre del 2019 a partire dagli importi superiori ai 100mila euro. L’annuncio di UniCredit (di applicare tassi negativi sulla liquidità in conto corrente superiore ai 100mila euro a partire dal 2020) segna sicuramente un confine psicologico importante nel rapporto tra banca e cliente.

    Tuttavia, analizzando le offerte odierne di conti correnti va comunque detto che tra canoni (stabiliti dalla banca) e bolli (incassati dallo Stato) i conti correnti a “impatto zero” si possono contare sulle dita di una mano. Conteggiando i costi di gestione (canone mensile, carte di pagamento, ecc,) e gli aspetti fiscali, e considerando che da tempo i conti correnti non remunerano più la liquidità parcheggiata, la gran parte dei conti correnti esprime oggi “tassi effettivi negativi”. Vale a dire che a fronte di un’operatività media i costi netti superano gli interessi netti. Anche perché questi ultimi sono, come detto, praticamente assenti (salvo sporadiche e temporanee promozioni).

    Anche laddove gli istituti abbiano un canone azzerato bisogna poi considerare l’imposta di bollo di 34,2 euro annui che scatta quando la giacenza media è superiore ai 5mila euro. Diverso il panorama dei conti di deposito che oggi nel bouquet delle offerte in Italia continuano ad essere tra i più competitivi in Europa, anche perché molte banche utilizzano questo strumento come forma alternativa all’emissione di bond per raccogliere liquidità.

    Vincolati o svincolabili?
    Va però detto che i conti di deposito che oggi garantiscono i tassi più competitivi non consentono di svincolare il capitale in anticipo. Il beneficio della svincolabilità (pur a fronte della perdita o riduzione del tasso di interesse sino ad allora applicato) riduce il rendimento.

    Come evidenziano le tabelle elaborate da ConfrontaConti.it, a ottobre 2019 i rendimenti più elevati si ottengono nel momento in cui si opta per conti di deposito non svincolabili. Ciò vuol dire che per tutta la durata del vincolo non si potrà disporre (anche in casi di emergenza) della liquidità. Ovviamente il tasso di interesse sale proporzionalmente alla durata del vincolo.

    Ad ottobre 2019 l’offerta più competitiva risulta la promozione di Illimitybank che arriva a pagare il 3,25% per chi vincola il denaro per 5 anni. In questi 60 mesi però non potrà più avere accesso alla liquidità. Dovrà, come dire, “dimenticarsela”. Alla fine del periodo però riceverà tutti gli interessi oltre al capitale parcheggiato.

    Chi invece vuole mantenere l’opzione della svincolabilità dovrà per forza di cosa rinunciare ai rendimenti più allettanti ma anche in questo caso i conti di deposito offrono rendimenti nettamente superiori rispetto al panorama sterile delle obbligazioni governative a breve termine che, in tutta l’Eurozona (Grecia a parte), viaggiano su livelli negativi e dove paradossalmente l’investitore corrisponde un interesse al debitore (e non il contrario come vorrebbe la razionalità finanziaria).

    I numeri in Italia
    Gli ultimi numeri - elaborati dall’Osservatorio ConfrontaConti.it - indicano che nella maggior parte dei casi (62%) i depositi sono vincolati. Evidentemente chi utilizza questi prodotti quindi è allettato dalla ricerca di un elevato rendimento.

    L’ultimo dato tuttavia è in calo rispetto alle rilevazioni del 2018 quando i depositi vincolati hanno sfiorato il 90% del campione. Un altro dato interessante riguarda la media degli importi vincolati. Nella maggior parte dei casi (46,7%) oscilla tra i 15mila e i 20mila euro. “Soltanto” il 21% destina in questi strumenti una liquidità superiore ai 50mila euro.

    Ciò vuol dire che il target preferenziale di questo strumento finanziario è al momento rappresentato da piccoli risparmiatori e che quindi gli investitori più facoltosi (quelli che dispongono di un elevato patrimonio netto) al momento propendono per altre soluzioni. Nell’universo del private banking (quel settore di consulenza finanziaria rivolto agli investitori di alto profilo e con grandi disponibilità finanziaria) al momento i conti di deposito non fanno breccia.

    Quanto alla durata media di un investimento in conti di deposito, la gran parte (55,1%) rientra nella fascia 7-12 mesi. Coloro che si spingono oltre i 36 mesi - laddove i tassi di interesse crescono di parecchio rispetto ai valori medi - rappresentano una fetta residuale (15,6%) della torta del mercato. C’è anche un 7,2% che utilizza questi strumenti per periodi inferiori ai 6 mesi.

    In questo caso siamo nel campo di alcune promozioni molto aggressive ma che hanno una durata estremamente ridotta. Per le quali varrebbe la pena domandarsi se è il caso di aderire, considerato che in molti casi si tratta di semplici strategie della banca per attirare nuovi clienti, piuttosto che di offerte realmente interessanti per il risparmiatore che, tramite lo strumento del deposito remunerato, è alla ricerca di rendimenti interessanti e a basso rischio.

    C’è banca e banca
    Cosa accade se la banca presso cui si ha un conto di deposito dovesse portare i libri in tribunale?

    Se la banca aderisce al Fondo interbancario di tutela dei depositi (come accade per la stragande maggioranza di istituti operanti in Italia, grandi o piccoli, l’elenco completo e aggiornato è consultabile sul sito www.fitd.it) il correntista è tutelato fino a 100mila euro.

    Nel caso in cui il conto è cointestato (marito e moglie ad esempio) la protezione raddoppia a 200mila euro. In merito alla capienza del fondo si è discusso in passato: nel senso che il fondo non è in grado di coprire dal fallimento simultaneo di numerose grandi banche. Tuttavia questo scenario (mai verificatosi in Italia) appare più che improbabile. E questo porta alla conclusione che - salvo crisi sistemiche dove peraltro potrebbe entrare in cattedra un’aggiuntiva protezione statale frutto di provvedimenti politici - la tutela del fondo interbancario (per quanto a capienza non illimitata) è comunque un elemento importante di cui tener conto.

    Per lo stesso motivo, chi intende depositare più di 100mila euro, potrebbe optare per ripartire la somma in più conti di deposito di banche differenti, in modo tale da mettere in sicurezza l’intero importo dell’investimento.

    Oltre a verificare se la banca aderice al fondo interbancario di tutela dei depositi, un altro passo preliminare da compiere prima di scegliere l’offerta migliore è valutare la banca in questione, in modo tale da evitare di incappare in un istituto a serio rischio fallimento.

    Non bisogna quindi dimenticare di analizzare il livello di rischiosità della banca. Questo si misura principalmente con due parametri: il core tier 1, il più importante indicatore patrimoniale (composto dal capitale azionario e riserve di bilancio provenienti da utili non distribuiti al netto delle imposte). E il rating, ovvero il giudizio di solvibilità dell’istituto attribuito da apposite agenzie (le più importanti sono Standard and Poor’s, Fitch e Moody’s).

    Il bail-in
    Apartire dal 1° gennaio 2016, anche in Italia viene applicata la direttiva Brrd (Bank recovery and resolution directive). È la direttiva europea del cosidetto bail-in che cambia radicalmente il paradigma del correntista bancario che, in caso di difficoltà finanziarie dell’istituto, può diventare compartecipe delle perdite.

    Prima di questa direttiva la prassi ha portato a utilizzare il meccanismo del bail-out. In caso di salvataggio di una banca sono intervenuti gli Stati e quindi indirettamente tutti i contribuenti (che hanno pagato attraverso l’aumento delle tasse il surplus di deficit necessario per salvare l'istituto).

    È bene precisare che i correntisti non saranno i primi della lista a finire nella ruota dell’eventuale piano di salvataggio dell’istituto. In prima linea ci sono gli azionisti, cioè coloro che hanno comprato azioni della banca e che le detengono in portafoglio. Se l’intervento “ai danni” degli azionisti non bastasse a rimettere in sesto i conti si passa agli obbligazionisti, a coloro che hanno in portafoglio obbligazioni emesse dallo stesso istituto. E qui c’è un’ulteriore distinzione: vengono prima i possessori di obbligazioni subordinate (una categoria di bond più rischiosa) e poi i possessori di obbligazioni (sempre emesse dalla stessa banca in difficoltà) della categoria senior (un po' meno rischiosa). Se questi interventi non dovessero bastare, solo allora si potrà intervenire sulla liquidità disponibile in conto corrente. Ma solo per la parte che eccede i 100mila euro.

    La strategia “switch”
    Alcuni risparmiatori (più evoluti della media) utilizzano i conti di deposito come forma di investimento alternativa ad altri strumenti di risparmio, come ad esempio i fondi di investimento.

    Applicando una strategia “switch”, che punta a cogliere di volta in volta le promozioni del momento. L’offerta di conti di deposito punta infatti molto sul meccanismo promozionale, esauritosi il quale non è detto che lo stesso istituto rinnovi o aumenti il tasso di interesse. Pertanto una volta scaduto il vincolo i risparmiatori che utilizzano questa strategia sono pronti a girare la liquidità presso uno (o più conti) che in quel momento offrono i tassi migliori.

    Lo svantaggio di questa strategia consiste nel dover aprire più conti (e quindi doversi appuntare in luoghi sicuri più password e codici di accesso). Il vantaggio è quello di ottenere tassi di interesse che sul mercato obbligazionario governativo richiedono un impegno temporale di almeno 10 anni, a fronte di un impegno temporale (durata del vincolo di deposito) di circa 12 mesi.

    Un esempio arriva dal confronto tra il rendimento dei BTp a 10 anni, che ad ottobre 2019 si attesta allo 0,8% (e sul quale poi bisogna applicare una ritenuta fiscale del 12,5%): quindi il netto è allo 0,7%.

    Chi acquista un BTp decennale può rivenderlo prima del tempo (a differenza di un conto di deposito non svincolabile) ma se nel frattempo il prezzo di mercato è sceso sarà costretto ad imbarcare una perdita sul capitale. Se invece aspetta la scadenza naturale dell’obbligazione (in questo caso 10 anni) il rimborso del capitale avverà alla pari (ovvero 100).

    Con la strategia “switch” è possibile ottenere lo stesso (oppure anche un po’ più alto come si evince dalle tabelle di questo capitolo) rendimento dei BTp a 10 anni a fronte di un impegno temporale decisamente inferiore.

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