RICERCA DELOITTE

Indispensabile investire su Industria 4.0, ma c’è il rischio degli impatti organizzativi

di Gianni Rusconi


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3' di lettura

La proroga dell’iperammortamento sugli acquisti di macchine e tecnologie digitali relative ai nuovi processi di produzione e lo sportello online dedicato alle piccole e medie imprese che vogliono accedere agli incentivi previsti dalla nuova legge Sabatini per gli investimenti in software, hardware e servizi informatici sono solo due delle facce del Piano nazionale Impresa 4.0. Piano che, confermato e leggermente rivisitato nella manovra di Bilancio 2019, ha registrato un generalizzato plauso da parte della comunità tecnologica.

Ma come vedono, invece, il tema della quarta rivoluzione industriale i top manager italiani? E le imprese sono realmente pronte ad accogliere i cambiamenti e affrontare le sfide poste dalla digitalizzazione? A questi quesiti ha provato a rispondere Deloitte con una recente indagine che ha coinvolto più di 100 C-level executive ai vertici delle principali aziende della Penisola. Il quadro emerso, in generale, è ambivalente e caratterizzato da un mix di fiducia e incertezza.

Se la maggior parte degli intervistati (8 su10) si dice pienamente consapevole dei cambiamenti legati al paradigma Industria 4.0 e del proprio livello di preparazione nei confronti delle nuove tecnologie, una fetta altrettanto importante del campione denuncia l’assenza di una chiara visione di come trasformare modelli e processi e la mancanza di un solido «business case» in grado di supportare lo sviluppo delle innovazioni legate al digitale (ne dichiara l’esistenza solo il 32% dei manager). La necessità di adottare tecnologie 4.0 per mantenere un vantaggio competitivo anche in futuro, si legge ancora nello studio, rappresenta un aspetto cruciale per un’impresa su tre e le attenzioni sono rivolte in modo particolare alle soluzioni mobili (citate nel 64% dei casi) e cloud (51%), mentre meno sentite come priorità sono le applicazioni della robotica (29%), dell’Internet of Things (14%) e soprattutto della tanto decantata intelligenza artificiale (3%).

Se, nel complesso, gli executive italiani si dimostrano sensibili alla questione della trasformazione tecnologica, al tempo stesso appaiono anche confusi e disorientati sulle conseguenze che essa comporta. Una dicotomia di approccio che marca un notevole divario rispetto agli altri Paesi ed è ben descritta dai seguenti dati: solo il 5% dei dirigenti oggetto di studio si ritiene in grado di prevedere i cambiamenti organizzativi indotti dalle tecnologie digitali, rispetto al 22% dei manager internazionali. Un’incertezza, fanno notare da Deloitte, alimentata dal fatto che le strategie aziendali attuali sono principalmente incentrate su attività operative e su una visione di breve periodo. Solo il 18% degli investimenti è destinato infatti alla formazione e alla riqualificazione del personale (il dato medio registrato su scala internazionale arriva per contro al 40%), a fronte di maggiori risorse destinate alle nuove tecnologie e alle attività a supporto dei processi e dei clienti (rispettivamente il 59% e il 54% del totale).

«La ricerca - ha osservato Silvia La Fratta, Partner Consulting di Deloitte - rivela che i top manager in Italia si trovano nelle fasi iniziali di un lungo percorso che deve preparare le loro organizzazioni per cogliere appieno il potenziale dell’Industry 4.0 e che richiede capacità di saper affrontare nuove sfide non solo in ambito tecnologico, ma anche in terminit di gestione dei talenti e della responsabilità sociale». L’impatto dei mutamenti introdotti dalla rivoluzione 4.0, recita ancora lo studio, avrà infatti ripercussioni anche sulle risorse umane e sulle strutture organizzative. La stragrande maggioranza dei manager (l’81% per la precisione) concorda sul fatto che le competenze richieste ai dipendenti si evolveranno molto più rapidamente di quanto avvenuto finora ma (altra contraddizione molto italiana) solo il 49% degli intervistati considera questo aspetto tra le priorità strategiche.

E mentre nel nostro Paese si avverte la necessità di una riforma profonda del sistema educativo e formativo, a livello internazionale l’attenzione è maggiormente spostata sulle iniziative all'interno delle aziende stesse. Una focalizzazione che si riflette nel giudizio di chi, e sono il 79% degli intervistati, ritiene necessario pensare a una riforma completa del modello di istruzione per allinearlo alle esigenze introdotte da Industria 4.0. Prendendo spunto da quanto hanno fatto, in proposito, Germania e Svezia.

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