Riformare la giustizia / 3

Investire nel personale senza assumere magistrati sarebbe paradossale

di Oliviero Mazza

(BrunoWeltmann - stock.adobe.com)

3' di lettura

Nei giorni scorsi è filtrata da ambienti ministeriali la notizia che il primo passo della riforma Cartabia della giustizia penale sarà l’assunzione di 16.500 addetti all’ufficio del processo. Ancora una volta si è ribadita la vulgata secondo cui la riduzione del 25% della durata dei processi penali sarebbe imposta dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, o Pnrr, e, ancor prima, dal Next Generation Eu.

Sul punto occorre fare chiarezza: il piano straordinario di finanziamenti deciso dall’Unione europea e denominato, appunto, Next Generation Eu non contiene alcun riferimento alla giustizia penale. I fondi sono stati stanziati per altre finalità, in particolare, come è logico in considerazione della contingenza pandemica, per un rafforzamento del comparto della sanità e per altre tematiche legate a salute e ambiente.

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Dunque, non è vero che l’erogazione dei fondi del cosiddetto Recovery Fund sia condizionata alla riforma della giustizia. È vero, invece, che il governo italiano ha deciso autonomamente di inserire nel Pnrr la riforma complessiva della giustizia. Scelta forse condivisibile, ma certamente non imposta addirittura quale condizione per ottenere i fondi europei.

Ciò premesso, la prima mossa del ministro sembrerebbe quella di incidere sul piano organizzativo, in attesa che l’iter delle riforme normative possa percorrere il non certo facile iter parlamentare.

Finalmente si è compreso che la macchina del processo penale potrà anche essere il miglior modello normativo, cosa che peraltro non è, ma rischierà di non funzionare mai se nessuno ci metterà la benzina (o l’elettricità) per farla muovere. E il propellente del processo sono proprio le risorse umane destinate al sistema giustizia.

Se, dunque, la scelta di investire sull’organizzazione è altamente opportuna, assume quasi il sapore della beffa l’investimento di ingenti somme di denaro su personale avventizio destinato a popolare il rinnovato ufficio del processo.

Da circa trent’anni il numero dei magistrati ordinari è rimasto costantemente immutato, attestato su circa 9mila unità. Un fenomeno che meriterebbe adeguata analisi sociologica, magari da parte delle stesse Commissioni ministeriali, soprattutto in rapporto all’incremento costante delle notizie di reato, dei carichi pendenti e del numero degli avvocati. Ciò che rimane immutabile nel tempo è solo il numero chiuso, di fatto, dei magistrati ordinari che rappresentano una ristretta élite di pubblici dipendenti.

Anche in questa occasione le considerevoli risorse messe a disposizione dall’Europa non saranno investite in un reclutamento straordinario di magistrati di ruolo, scelta che avrebbe dato la certezza di un impiego lavorativo stabile a migliaia di neolaureati. Si è preferito, invece, continuare a percorrere la strada del precariato e del personale a tempo determinato.

Il problema non è solo quello “sociale” di non volere offrire ai migliori giovani laureati in giurisprudenza l’occasione di un’assunzione a tempo indeterminato nei ruoli della magistratura, ma è anche, se non soprattutto, una questione di politica giudiziaria. Anche l’attuale ministro non intende evidentemente superare il dogma del numero chiuso dei magistrati ordinari, pur sapendo perfettamente che il sistema giudiziario si regge sull’apporto determinante della magistratura onoraria, dei tirocinanti e degli stagisti e che il numero dei magistrati di ruolo non sarebbe in grado di reggere nemmeno un giorno di amministrazione della giustizia penale. Una situazione paradossale che l’ufficio del processo non farà altro che mantenere e amplificare.

Bisognerebbe poi interrogarsi sulla stessa legittimità di questa nuova struttura che inevitabilmente finirà per svolgere attività giudiziarie riservate dalla Costituzione ai magistrati. L’opinione pubblica è informata del fatto che le libertà fondamentali dei cittadini potrebbero dipendere da decisioni solo formalmente assunte da un giudice, ma concretamente predisposte da neolaureati precari assunti con contratto biennale?

Anche su questo punto sarebbe utile una comunicazione più trasparente che spieghi le funzioni di questo nuovo ufficio e i ruoli che effettivamente avranno i suoi componenti. Così come sarebbe opportuno che il governo spiegasse per quale ragione non ritiene possibile un reclutamento straordinario di magistrati di ruolo, preferendo investire le risorse europee su personale avventizio e non titolato a entrare in magistratura. Si sta perdendo un’occasione storica e irripetibile per aprire l’ordine giudiziario alla circolazione delle idee e delle persone, per dare un futuro stabile ai nostri migliori giovani, per sanare la posizione dei magistrati onorari che da oltre vent’anni sono supplenti di quelli ordinari, per garantire a tutti che la giustizia penale venga sempre amministrata da chi ha tutti i titoli e tutte le garanzie di indipendenza per farlo.

Senza più l’alibi del contenimento della spesa pubblica, sarebbe davvero un errore imperdonabile continuare a investire nei giudici senza toga.

Ordinario di Diritto processuale penale - Università degli Studi di Milano-Bicocca

Riproduzione riservata ©

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