Interventi

Investire nelle Tlc deve diventare una priorità nazionale

di Valerio De Molli

(Peera - stock.adobe.com)

4' di lettura

La domanda di connettività Internet degli italiani è in crescita esponenziale. La crisi del Covid-19 ha certamente accelerato questo trend . Secondo Agcom, nel 2020, il volume di traffico dati quotidiano su linee broadband in Italia è cresciuto del 49,5% rispetto al 2019. La crescita della domanda di connettività sostenuta dal lockdown rappresenta però solo l’atto finale di una tendenza di lungo periodo ormai consolidata: il traffico dati fisso in Italia è cresciuto esponenzialmente, di 12 volte tra il 2010 e il 2020. Quello mobile, nello stesso periodo, è cresciuto di 50 volte.

Far fronte a questa crescente domanda di connettività ha richiesto un impegno costante nel potenziamento della rete e nell’innovazione tecnologica. Questo sforzo è stato sostenuto dal settore delle telecomunicazioni che nel nostro Paese coinvolge oltre 200 aziende, con un ruolo chiave giocato dagli 8 principali player che detengono, sviluppano e mantengono operative le infrastrutture di rete.

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Nel 2019 il settore ha generato ricavi per 31,2 miliardi di euro, ha occupato 63mila persone e ha generato 16,5 miliardi di valore aggiunto. Per dare un’idea comparativa dell’importanza del settore basta pensare che le telecomunicazioni generano un valore aggiunto che è il triplo di quello generato dal settore fashion e otto volte quello del settore del vino.

Inoltre, proprio per soddisfare l’incremento nella domanda di connettività, gli investimenti del settore sono aumentati del +24,6% tra il 2010 e il 2019, registrando nel 2019 il valore più alto dell’ultimo decennio e raggiungendo un valore cumulato nel periodo di quasi 65 miliardi di euro. Una cifra simile ai contributi a fondo perduto di tutto il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

Gli attori telco hanno quindi giocato – e sempre più sono chiamati a giocare – un ruolo chiave per lo sviluppo digitale dell’Italia, diventando particolarmente cruciali nello scenario pandemico e post pandemico. Tale ruolo va già oggi oltre il contributo diretto e riguarda diversi ambiti di creazione di valore che The European House – Ambrosetti ha misurato con l’obiettivo di restituire un dimensionamento preciso del contributo e dell’importanza del settore in una fase critica per il successo della transizione digitale del Paese.

Innanzitutto, attraverso l’attivazione di filiere di fornitura, il settore ha generato nel 2019 ulteriori 21,6 miliardi di euro di valore aggiunto nell’economia italiana per un contributo totale di 38,1 miliardi, pari al 2,3% del Pil nazionale. In termini di occupazione, oltre ai 63mila occupati diretti, il settore ha sostenuto in Italia ulteriori 131mila occupati indiretti coinvolti nelle filiere economiche e 24.500 indotti per effetto dello stimolo dei consumi, attivando e sostenendo quindi un totale di 218.600 posti di lavoro. Il settore contribuisce inoltre alla finanza pubblica: è responsabile per l’1,9% del gettito Iva nazionale, un valore pari a 2,3 miliardi nel 2019.

Agli impatti diretti, indiretti e indotti si aggiunge poi il contributo del settore alla crescita, all’attrattività e alla competitività del Sistema Paese. Innanzitutto, la velocità e il grado di copertura delle strutture di rete incidono sulla crescita dell’economia. Nel quinquennio 2014-2019, la maggior velocità di connessione media ha determinato per il campione di Paesi analizzato un aumento medio del Pil pari a 0,09 punti percentuale per ogni Megabit al secondo aggiuntivo guadagnato. Se l’Italia si allineasse alla velocità di connessione media dell’Ue si avrebbe un differenziale positivo di crescita che, cumulativamente nel quinquennio, porterebbe 40,9 miliardi di euro di Pil. Al 2025 il Pil sarebbe superiore di 5,1 miliardi, corrispondente a un +0,3% rispetto allo scenario base.

La presenza di un settore delle telecomunicazioni che investe in infrastrutture di connettività estese, veloci e sicure è poi un prerequisito per abilitare la crescita del mercato dei dati, favorendo così un pieno sviluppo della data economy. In media, in Ue un incremento del 1% nel valore del mercato dei dati corrisponde a un incremento nel valore della data economy più che proporzionale, del +1,6 per cento. In Italia tale effetto è ancora più elevato, con un impatto sulla data economy del +2,2 per cento. Ottenere quindi uno sviluppo del mercato dei dati, che è abilitato dal settore delle telecomunicazioni, pari a quanto atteso per la media Ue permetterebbe all’Italia di guadagnare 11,2 miliardi di euro
di Pil aggiuntivi al 2025.

Infine, lo sviluppo e gli investimenti del settore delle telecomunicazioni contribuiscono in misura rilevante all’attrattività dell’Italia. Dal 2015 The European House – Ambrosetti ha lanciato l’iniziativa Global Attractiveness Index (Gai), un indice-Paese che misura l’attrattività di 144 economie globali, permettendo di effettuare analisi quantitative per valutare l’impatto di una policy, di un investimento o della variazione di una metrica sull’attrattività. I risultati dimostrano che l’aumento di un punto percentuale delle famiglie connesse induce una crescita di 1,3 dello score Gai e una crescita dei flussi di investimenti diretti esteri (Ide) in Italia dello 0,9 per cento. Se l’Italia si allineasse alla media Ue in termini di copertura di rete, l’aumento dell’attrattività si tradurrebbe in una maggior attrazione di Ide pari a 1,2 miliardi di euro addizionali.

Investire nello sviluppo delle telecomunicazioni è quindi una priorità non solo per gli attori del settore, ma per l’intero Paese, in quanto risulta fondamentale non soltanto per rispondere ai trend di mercato e alla crescente domanda di connettività, ma anche per innescare ricadute positive per l’intero tessuto economico, sostenere la crescita del Pil, permettere lo sviluppo di un’economia dei dati competitiva e migliorare l’attrattività internazionale dell’Italia nel lungo periodo.

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