A tavola con gian arturo ferrari

«Io, Berlusconi e De Benedetti ma anche Kissinger e Mia Farrow»

di Paolo Bricco


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Gian Arturo Ferrari (Fotogramma)

6' di lettura

«Nel 1984, quando sono arrivato alla Mondadori, mi sentivo come un monaco a Las Vegas. Provenivo dalla Boringhieri di Torino dove, in un clima calvinista, silenzioso e severo, Paolo Boringhieri non diceva mai nulla, non comunicava mai un numero, non spifferava mai niente a noi della redazione, secondo il precetto di stretta osservanza einaudiana per cui gli editoriali dovevano sentirsi liberi, totalmente liberi, nelle loro scelte e che, per esserlo veramente, non andavano influenzati né dai risultati di vendita dei singoli libri né tantomeno dai risultati di impresa della casa editrice. A Segrate, era tutta un’altra cosa. Non c’era quel silenzio da monastero. In mezzo ai corridoi scampanellavano i telex che inviavano e ricevevano i documenti. Eravamo l’unica casa editrice italiana ad averli. Vivevi e lavoravi immerso in una grande energia».

Gian Arturo Ferrari – classe 1944, ghisleriano allievo a Pavia del papirologo e grecista Adelmo Barigazzi e del logico matematico Ettore Casari, già professore universitario associato in Storia del pensiero scientifico, tifoso assiduo ma non insensato dell’Inter, con il figlio Francesco fin dalla sua adolescenza ogni domenica allo stadio di San Siro – è nella sua casa di Corso Sempione a Milano. Una abitazione in un palazzo progettato nel 1935 da Giuseppe Terragni, che al suo interno ha le linee funzionali e irragionevoli, concrete e oniriche del principale esponente dell’architettura razionalista italiana.

India, una gigantesca Hovawart, prima abbaia e poi si sdraia nel salotto rotondo concepito al centro della casa dalla folle genialità di Terragni. La moglie Elena predispone una tavola segnata dai colori della verdura e dalla frutta e dal profumo delicato di pesce al forno che proviene dalla cucina. «Nella maggioranza delle altre case editrici, per pubblicare un libro straniero serviva un anno. Mandavi una lettera per una opzione di sei mesi. Trascorsi i sei mesi, chiedevi una reiterazione di altri tre. E, poi, chiudevi il contratto al Salone di Francoforte. A Segrate, le cose erano diverse. Vedeva la luce un libro interessante a Parigi o a New York, a Londra o a Berlino? Lo sapevamo subito. Il libro in edizione originale non era ancora passato dall’agente letterario dell’autore alla casa editrice straniera per la prima edizione. E noi, in due giorni, per mano dei nostri scout ricevevamo il dattiloscritto».

Ci mettiamo a tavola. India se ne accorge, si muove dal salotto rotondo e abbaia energica, si infila sotto il tavolo e alla fine si acquieta. Il pranzo è leggero, ma appetitoso. Sulla tavola sono predisposte insalata mista di pomodoro e insalata di finocchi e arance, polpettine di verdura e insalata russa. «A Segrate passavano tutti. Non soltanto i grandi scrittori e i grandi giornalisti. Quando intendo tutti, intendo proprio tutti. Ho conosciuto Henry Kissinger, l’attrice Mia Farrow e la top model Cindy Crawford. Per dire le personalità più diverse. I libri sono come la scopa della strega, perché a cavallo dei libri si arriva ovunque».

Ferrari è tante cose. È un uomo che ha vissuto una doppia vita: professore e uomo di editoria fino al 1989 quando, diventato vicedirettore generale e direttore editoriale di Mondadori, si è dimesso dall’università di Pavia.

A Segrate ha avuto la leadership operativa e strategica di tutto il gruppo dal 1995 al 2009: restano memorabili i ritratti affettuosi e irriverenti del suo amico Edmondo Berselli, che ne apprezzava le doti di raffinato conversatore e che sorrideva – probabilmente perché non le subiva – di fronte alle intemerate alla Toscanini, da direttore dell’orchestra dei libri.

Il medaglione di branzino è delicatissimo: il pesce è semplicemente arrotolato, è condito con vino bianco e olio ed è passato per dieci minuti al forno. Ferrari ha costruito un rapporto con le due personalità imprenditoriali più forti di quel periodo storico, che intorno a Segrate hanno combattuto una guerra che ha rideterminato gli equilibri politici ed economici dell’Italia definendo schieramenti e ponendo contrafforti che sono durati fino all'altro ieri: per un breve tempo Carlo De Benedetti («nel 1989 ero in Rizzoli, la mia amica Benedetta Craveri mi disse che l’avvocato Vittorio Ripa di Meana mi avrebbe voluto parlare, ci vedemmo con De Benedetti nella sua casa di Via Ciovassino, era molto irruente e pieno di energia») e, prima che scegliesse la politica, Silvio Berlusconi («aveva una enorme capacità di intuire i desideri del pubblico, alle cene che lui organizzò per primo mostrava grande cortesia verso i librai e grande galanteria verso le loro mogli»).

Gian Arturo Ferrari ha, dunque, frequentato e praticato il potere e i detentori del potere: «Tutti quanti, indistintamente dalle loro ricchezze e dalle loro posizioni, hanno verso i libri qualcosa di simile al timore reverenziale. La nostra civiltà è fondata sulle tre religioni del libro. Una certa idea di verità si è formata attraverso il concetto e la realtà della biblioteca. Esiste una sorta di idea naturale del libro come frammento portatore di eternità», dice.

Ferrari è un uomo che ha vissuto quattro volte.

«Mi sento una persona fortunata. Ho visto quattro mondi. Il mondo agricolo della mia infanzia, sulle colline emiliane. Da bambino a Gallarate, vicino a Varese, il mondo della prima rivoluzione industriale: le fabbriche tessili, una selva di ciminiere, il tempo scandito dalle sirene al mattino, a mezzogiorno e alla sera, un ordine sociale durissimo. La seconda rivoluzione industriale a Milano, dove mi sono trasferito per la quarta elementare e dove ho trascorso tutta la vita. E, adesso, la rivoluzione digitale»

La sua visione delle cose è pragmatica e progettuale, impositiva e dura. In Lessico famigliare di Natalia Ginzburg sarebbe stato definito «un minerale». «I due autori che ho letto, studiato e amato di più sono Aristotele e Charles Darwin». Ferrari non beve il nero d’Avola che è in tavola. Beve acqua minerale. E, anche se ha lasciato i vertici nel gruppo Mondadori a inizio del 2018, osserva la struttura industriale di un settore, l’editoria, che ha una morfologia asimmetrica, un giro d’affari costante sul lungo periodo e in calo sul breve periodo, un numero crescente di imprese, un numero declinante di addetti.

Secondo l’ufficio studi dell'Aie, l’Associazione Italiana Editori italiani, i ricavi consolidati del settore – calcolati a valore corrente – erano pari nel 1975 all’equivalente di poco meno di 3 miliardi di euro, all’incirca lo stesso valore di oggi, molto meno dall’apice dei 4,7 miliardi di euro del 2000. Gli addetti oggi sono 17mila, la metà degli anni Settanta. Nel 1975, i titoli pubblicati sono stati 13.233 (con 75 milioni di copie stampate), nel 2017 68.022 (con 115 milioni). Negli ultimi trent’anni, il numero di case editrici è aumentato: dalle 2.540 nel 1990 ai 4.902 del 2017. «Non sono d’accordo che questa struttura industriale sia inefficiente. È una fisiologia. Non è una patologia. I costi di accesso sono diminuiti in misura strutturale fin dagli anni Ottanta. E, per questo, si è verificata una vitale proliferazione di case editrici. Tutto questo, peraltro, è ancora più accentuato dalla rivoluzione del digitale, che non soltanto riduce i costi di capitale fisso industriale ma riduce, con la diffusione progressiva degli e-book, i costi di distribuzione».

E, poi, con la sua miscela di pensiero duro da uomo di azione e di pensiero plastico da intellettuale, Ferrari ricorda la nostra tendenza di lungo periodo: «I tassi di analfabetismo della società italiana, all’epoca dell’unificazione e poi durante l’età giolittiana, erano di gran lunga superiori a quelli degli altri Paesi europei, in particolare della Francia e della Germania».

Basti pensare che, secondo le serie storiche dell’Istat, gli sposi non in grado di sottoscrivere l’atto di matrimonio sono nel 1871 pari al 67,2%, nel 1931 scendono al 10%, per poi attestarsi nel 1951 al 3,3 per cento. Riflette Ferrari: «Il lungo cammino verso l’alfabetizzazione di massa, che è il sottostante sociale e culturale di tutto questo, fa il paio con una dimensione economica strutturalmente penalizzante per la realtà italiana: il nostro mercato vale 3 miliardi di euro, di cui 1,1 miliardi costituito dall’editoria trade, cioè tutto quanto esclude la professionale e la scolastica. La sola editoria trade vale in Francia 3 miliardi di euro e in Germania fra 5 e i 6 miliardi. Per queste ragioni complessive, il mercato e la struttura industriale dell’editoria in Italia rappresentano una fisiologia e non una patologia».

Come dolce mangiamo una fetta di torta margherita. Niente gianduiotti di Gobino, che di solito in questa casa non mancano, ma che oggi sono sostituiti dai cioccolatini di Baratti & Milano. India esce da sotto il tavolo, uggiola potentemente e si rovescia di nuovo mansueta con tutto il peso nel salone rotondo disegnato da Terragni. Il libro è, dunque, come la scopa della strega. L’editore come un monaco che si ritrova a Las Vegas. Un giocatore d’azzardo che decide la sua strategia e fa le sue puntate in una impresa anomala, la veneranda fabbrica del duomo dei libri, in cui si maneggia la illusione – o, forse, la realtà – del frammento di eternità garantita dalla parola scritta: «L’editore non va in bisca o al casinò. Non ne ha bisogno. Perché non c’è nulla di più rischioso e di più imprevedibile che scegliere un autore e pubblicare il suo libro».

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