crisi ex ilva

Io, imprenditrice e creditore di Arcelor: «Mi devono 1,7 milioni, ma non rispondono più al telefono»

Parla Francesca Franzoso di Iris: «Da martedì il numero telefonico per i creditori è staccato, non risponde più nessuno»

di Domenico Palmiotti


La notte dell’Ilva, la notte di Taranto

3' di lettura

«Una delle prove che ArcelorMittal ha già deciso di mollare con Taranto? Il numero telefonico destinato alle imprese dell'indotto-appalto. Da martedì scorso quel numero è staccato, impossibile avere una risposta, impossibile sapere se e quando ci pagheranno. Nulla di nulla». Francesca Franzoso, di Iris, è una delle imprenditrici che vive la crisi dell’indotto siderurgico di Taranto a cui ArcelorMittal non ha ancora saldato le fatture scadute al pari di tutte le altre imprese. L'Iris, con stabilimento a Torricella, 150 dipendenti, si occupa di manutenzioni ed effettua anche lavorazioni meccaniche sui pezzi degli impianti che ArcelorMittal manda al ripristino. «È come se attraversassi una tempesta, non so cosa succederà» sostiene Franzoso.

L'azienda, dunque, non vi risponde?
A quel numero potevamo chiamare martedì e giovedì. Adesso nulla.

Francesca Franzoso di Iris

Hanno interrotto ogni comunicazione verso l'esterno.
E prima riuscivate a parlare?

Prima si, non ci hanno mai lasciato al buio, le informazioni arrivavano. In pratica all’ufficio dove si chiamava, avevano gli impegni di spesa per ogni singola azienda o fornitore comunicati dalle strutture di ArcelorMittal. Funzionava così: ti fornivano l’impegno di spesa assegnato alla tua azienda, relativo ad una parte dello scaduto, e poi ti arrivava una mail col dettaglio e l’indicazione della valuta.

E glielo hanno comunicato?
Quando ho chiamato l’ultima volta, appena ho sentito che ArcelorMittal voleva rescindere il contratto di gestione, hanno detto che mi sarebbe stata bonificata la somma di 406mila euro. Attualmente la mia azienda ha fatturato verso ArcelorMittal 1 milione e 700mila euro di lavori, di cui 828mila si riferiscono allo scaduto. Ho acquisito quindi l’informazione sui 406mila euro, ma la mail che di solito viene inviata, non mi è mai stata spedita e nemmeno il bonifico ho ricevuto ovviamente.

La sua azienda è anche tra quelle rimaste “scottate” nel passaggio di Ilva, a gennaio 2015, dalla gestione commissariale all’amministrazione straordinaria?
Si, purtroppo. Li siamo esposti per 4,2 milioni di euro. Come linea generale, le imprese che sono in questa situazione continuano a tenere i crediti nella parte attiva dei propri bilanci svalutandoli anno dopo anno, sia pure di poco. Altrimenti, le aziende andrebbero a gambe all’aria. Fallirebbero. Le aziende si comportano così nell’attesa che il Tribunale di Milano, dove è stata rimessa la partita, decida se, quando e in che misura rientreremo nei vecchi crediti.

Il futuro della sua azienda come lo vede?
Devo ricorrere per tutti i 150 dipendenti alla cassa integrazione, ho già avviato la procedura. La mia azienda ha contratti di manutenzione annuali con proroga biennale ma i capi reparto di ArcelorMittal hanno già detto di non mandare più personale per la manutenzione degli impianti. E la cassa integrazione è una scelta obbligata.

Ma con ArcelorMittal, prima della bufera, stavate lavorando?
Si, con ArcelorMittal il lavoro era ripreso, le manutenzioni le facevano, gli ordini arrivavano. Certo, non era come ai tempi della gestione dei Riva, che programmavano grandi fermate degli impianti per fare i lavori, e noi eravamo in pista praticamente h24, ma l’attività con ArcelorMittal si era rimessa in movimento. Diciamo che eravamo al 60% rispetto al volume che avevamo con i Riva. Con i commissari straordinari Ilva, invece, eravamo quasi fermi. Non c’era lavoro, ci chiamavano solo per gestire le emergenze.

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