la crisi di Taranto

Io nell’indotto di Taranto: «Ecco come ho salvato l’azienda dal caos dell’ex-Ilva»

Parla Convertino (Elsac): «Oggi sono esposto per meno di 180 mila euro, ho fiutato l’aria per tempo e diversificato»

di Domenico Palmiotti


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(ANSA)

3' di lettura

«La mia salvezza è stata quella di aver fiutato che il vento stava cambiando e questo mi ha spinto a diversificare clienti e settori. Oggi sono sì esposto verso ArcelorMittal, ma non è molto, per fortuna, circa 110mila euro di scaduto a cui vanno aggiunti altri 60-70mila euro in scadenza sempre per lo stesso lavoro”.

Nicola Convertino è a capo della Elsac, azienda di Massafra (Taranto) specializzata negli impianti elettrostrumentali. Ha 67 dipendenti. È preoccupato per la piega che sta assumendo la vicenda ArcelorMittal, ex Ilva, ma dice pure: «Io non sto nella tempesta».
Si è messo in salvo prima quindi?
Diciamo che mi sono mosso per tempo. Già da metà 2014 - allora c'era in Ilva la gestione commissariale espressione dello Stato - vedendo che le cose non andavano bene, mi sono mosso verso altre direzioni. Dopo la prima batosta, all’epoca del passaggio di Ilva, a gennaio 2015, dalla gestione commissariale all'amministrazione straordinaria, dissi a me stesso che il siderurgico non doveva pesare, nel volume di attività della Elsac, più del 20-30 per cento. Ed oggi il siderurgico pesa intorno al 10 per cento e forse anche meno.
I suoi colleghi sono rimasti “bruciati” dal passaggio di Ilva dalla gestione commissariale all’amministrazione straordinaria. Affermano che ci hanno rimesso 150 milioni in totale, soldi che non sanno se, quando e come rivedranno. E lei?
Ebbi sentore, già verso la fine del 2014, che qualcosa stava per succedere e così rallentai progressivamente la mia attività nei confronti dell’acciaieria. Eppure allora c’erano i commissari nominati dal Governo, c’era lo Stato per capirci, questo doveva voler dire tranquillità, massima garanzia, e invece a gennaio 2015 ho rimesso circa 200mila euro.
Quindi se un imprenditore corregge la rotta della sua azienda e prende strade nuove, si può salvare o, quantomeno, non subìre un danno grave?
Noi avendo capito che le cose rischiavano in prospettiva di mettersi male, abbiamo fatto gruppo con le altre aziende dell’area. Parlo di Stoma, di RimaFluid. Abbiamo attività complementari tra noi, che vanno dalla meccanica all'impiantistica all'elettrostrumentale. Una volta fatto gruppo, siamo andati oltre il perimetro Ilva. Ma attenzione: questo lo puoi fare, se hai un know how, se hai una tecnologia, se hai un prodotto, ma qui parliamo di tante aziende che erogano servizi all'Ilva. Sono ormai un unicum con l’acciaieria, completamente e funzionalmente integrate allo stabilimento.

La notte dell’Ilva, la notte di Taranto

E ora la situazione come la vede?
Tragicomica. Siamo al capolinea della politica industriale, non si capisce più niente, la certezza normativa non esiste, c’è solo un gran casino, e se in Italia è difficile, a Taranto lo è ancora di più. Ma come si fa se mancano regole e prospettive? Come si fa? E siamo noi che stiamo sul posto, non riusciamo a cavare un ragno dal buco, figuriamoci chi viene da fuori con l'intento di investire. Come minimo dice: ma questi sono pazzi.
Oggi dove sta con la sua azienda?
Siamo arrivati anche nella Guyana francese. Lavoriamo su commesse impiantistiche, di meccanica, di automazione e di elettronica per Ariane 5, i satelliti. Si tratta di un lanciatore sviluppato e costruito sotto autorizzazione dell’Agenzia Spaziale Europea. Lavoriamo insieme come imprese in una logica di integrazione. Se si cresce come aziende e ci si specializza, si cresce anche come settori e clienti.
Ma lei pensava che la vicenda ArcelorMittal sarebbe diventata così?
«Assolutamente no. Certo, poi ci sono stati dei segnali, la multinazionale ha lanciato delle avvisaglie, ha detto, guardate, se andate avanti così, andate a sbattere. Loro, devo dire, si sono presentati con programmi ambiziosi, c'erano tutte le condizioni per fare qualcosa di buono, ma una volta fatta la programmazione, le bocce devono rimanere ferme, altrimenti la programmazione non si può attuare. Qui c'era un piano ambientale impegnativo ma era chiaro a tutti che questo risanamento doveva essere realizzato con gli introiti del guadagno industriale».
Sì, ma ora si afferma che ArcelorMittal ha fallito le previsioni del piano industriale mentre le Procure di Taranto e di Milano sono al lavoro perché si sospetta che la multinazionale abbia potuto attuare azioni lesive dell’economia nazionale.
«Se qualcuno ha fatto il furbo, deve pagare, non ci piove, ma questa è una verifica che devono fare lo Stato, la Magistratura. Io osservo che senza regole certe, noi andremo sempre a sbattere. A Taranto abbiamo perso prima la compagnia Evergreen nel porto, poi la Cementir e adesso rischiamo di perdere anche l’Ilva».

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