Qualcuno sa leggere

Io, la quinta sorella di March

di Elisabetta Rasy

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Tom Saywer conduce la sua fidanzatina Becky nella grotta dove poi troveranno il cadavere di Joe l’Indiano. Ilustrazione di Libico Maraja (1912-1983) tratta dall’edizione Fabbri del 1955 circa


5' di lettura

Non sapevo cosa fosse un autore e neppure cosa significasse il termine romanzo ma sapevo benissimo cosa voleva dire la parola libro: quando ero piccola non c’era ricorrenza o anche semplice visita di cortesia in cui qualcuno non mi regalasse dei libri. Forse era un’indicazione dei miei genitori, forse, negli anni Cinquanta, era un aspetto delle buone maniere nell’ambiente borghese della mia famiglia, forse ero io a chiederli (ma non mi sembra), comunque ero felicissima di riceverli. Il libro era una scatola magica dove il mondo appariva molto più interessante di quello che mi circondava. Amavo i libri prima ancora di saper veramente leggere perché mio padre, che aveva mantenuto negli anni uno spirito fanciullesco, adorava recitarmeli ad alta voce, interpretando i differenti personaggi. Approfittò del morbillo che presi in prima elementare per inscenare I tre moschettieri, scivolando con la voce da d’Artagnan ai suoi compagni, al cardinale e a Milady, e l’anno successivo, mentre ero a letto per non so quale altra malattia infantile, si buttò su Vent’anni dopo. Ma intanto avevo preso a leggere per conto mio, e dalla terza elementare in poi l’albero delle storie era diventato piuttosto folto. Ero una lettrice onnivora, ma avevo già i miei libri del cuore. Due in particolare: Kim di Kipling e Tom Sawyer di Mark Twain.

Non pensavo che i libri fossero scritti o che le storie fossero costruite da qualcuno: Kim e Tom erano dei ragazzini con cui avevo fatto una miracolosa amicizia e che mi davano fraternamente il permesso di entrare nel loro mondo. Io mi trovavo perfettamente a mio agio nell’America schiavista del Missouri, poi diventai precocemente antischiavista grazie al mirabolante sequel di Tom Sawyer, cioè Huckleberry Finn. Non sapevo che Hemingway avesse detto che tutta la letteratura americana moderna deriva da quel libro, ma Huck, come Tom, diventò un compagno fidato della mia prima infanzia , insegnandomi il senso della libertà e la vitalità della trasgressione. La figura però che amavo più di tutte era il ragazzino mezzo indiano anche se di fatto bianco che si aggirava, orfano sventatamente audace, per le strade polverosissime dell’India di fine Ottocento.

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Quando ho riletto da grande Kim mi sono resa conto che non avevo afferrato quasi nulla della trama e del Grande Gioco diplomatico spionistico in cui il ragazzo si trova invischiato: tutta la storia mi sembrava uno splendido grande gioco in cui ero invitata a partecipare. Kim era il puro senso dell’avventura e trovavo del tutto normale che con il Lama andasse alla ricerca di un fiume sacro: i bambini hanno un senso innato della metafisica, per questo amano tutto ciò che esula dalla pura e semplice realtà. Tom, Huck o Kim erano americani e indiani ma anche cittadini del paese Twain o del paese Kipling, giacché sulla scatola libro c’era quel nome: l’autore insomma era il paese dove quelle figure tanto amate erano nate e vissute, e dunque anch’ io per un po’ diventavo cittadina del paese Kipling o Twain. Quanto all’epoca, non mi veniva mai in mente che il loro tempo fosse diverso dal mio. Era questo il grande gioco della lettura, spostarsi comodamente nel tempo e nello spazio senza trovarlo strano. Ma era anche possibile trasferirsi in un non-luogo e in un non -spazio: per esempio quello delle fiabe e quello delle leggende. Le mie fiabe preferite non erano quelle zuccherose delle principesse: mi dividevo con uguale passione tra le storie fantastiche e un po’ sadiche, ma anche sentimentali e struggenti, di Andersen e il mondo arcaico e cupo di Luigi Capuana. Con loro scoprii che c’erano infanzie diverse, bambini di una povertà inimmaginabile ma anche un po’ fatati, e che per una bella storia non era necessario un happy end. La leggenda che mi colpì di più invece era l’avventura di un principe che si allontana dal suo castello per un viaggio, ma mentre crede di viaggiare nello spazio viaggia nel tempo, e quando torna ritrova i suoi genitori e tutti gli abitanti della magione decrepiti e vicini alla morte. Credo fosse la trascrizione di un’opera di Victor Hugo fatta da Fernando Palazzi per la collana La Scala d’oro. M’impressionò tanto perché mi metteva di fronte a delle verità impensabili nell’infanzia: che i genitori possono invecchiare e morire, e che gli anni cambiano il mondo, che ai bambini sembra invece una scena immutabile.

Le basi della lettrice che sarei stata in futuro sono state poste in questo originario corpo a corpo con i libri, che stava formando in me due caratteristiche basilari dell’amore per la lettura: una certa capacità di concentrazione e un sia pure minimo desiderio di conoscenza. Ma si sviluppò in quei primi anni un altro elemento fondamentale dell’amore per i libri: il gusto. Cioè il proprio gusto. Ci sono libri bellissimi che non amiamo, e libri di modesta qualità che ci piacciono molto. Io per esempio non amavo per niente i libri di Verne, che pure continuavano a regalarmi, e detestavo letteralmente i libri della Contessa di Ségur, una pedagogica autrice francese, che una delle mie nonne si ostinava a farmi leggere, per giunta in lingua originale visto che il francese lo studiavo scuola. La protagonista era una certa tediosa Sophie, campione di una femminilità insopportabilmente leziosa. Invece campionesse della mia educazione “di genere” furono le quattro sorelle March di Piccole donne. Non tutte, ma naturalmente Jo, ribelle anticonformista generosa e futura scrittrice, e anche Beth, un po’ perché si chiamava come me, un po’ per la sua timidezza. Con Piccole donne (che non ho mai avuto il coraggio di riprendere in mano da grande) instaurai un nuovo metodo di lettura: siccome non riuscivo a staccarmene, come arrivavo all’ultima pagina ricominciavo a leggere il libro dalla prima, esattamente come da adolescente avrei rimesso lo stesso disco sul giradischi per ore. Senza esagerazione, credo di aver letto Piccole donne un centinaio di volte, sempre ignorando che fossero personaggi e non amiche, anzi convinta di essere la quinta sorella March.

Ma il tempo dei libri senza autore stava finendo. Quando da Napoli ci trasferimmo a Roma trovai, in un soppalco mal svuotato della nuova casa, una serie di libri sgualciti e molto sfogliati che avevano tutti uno stesso nome in copertina, Guy de Maupassant. Siccome a quel punto (verso i miei undici anni) nessuno controllava più le mie letture cominciai a leggerli uno dietro l’altro, stupita e affascinata dalle torbide e dolorose storie che vi trovavo. Capii che ognuno era legato all’altro da qualcosa: una stessa voce. La voce era l’autore. Il corpo a corpo instaurato nell’infanzia con i libri ha caratterizzato anche le mie letture da adulta, ma l’amicizia che facevo con i personaggi si è estesa a questa nuova entità, l’inventore potente e misterioso della magica scatola imbottita di pagine.

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